Autorità e senso comune nella morale

14 Novembre 2009 Masque 2 commenti

gandhi1Ho visto molte volte affermare che la religione sia un freno alla violenza, un qualcosa che aiuta ad essere più civili ed altruisti. Quando queste discussioni vengono fatte fra religiosi e non, spesso si scatenano accese discussioni che pongono in contrasto gli insegnamenti di Cristo, contro i traguardi raggiunti dall’umanismo e dall’illuminismo, le crociate e l’inquisizione contro i regimi sovietici e l’ateismo di stato, e via dicendo.

In un flash di pensieri, sono arrivato all’ipotesi che tutte queste discussioni, in realtà, girino solamente intorno alla questione. :-)

Penso sia evidente che la religione sia stata un freno alla violenza, ma altrettanto spesso, un incentivo ad essa.

Perché succede questo? Perché uno stimolo tanto indifferenziato? Forse c’è qualcosa che rende la dottrina tanto efficace sulle persone?

Se nella mia dottrina inserisco delle regole morali, queste regole potranno essere accettate con maggiori probabilità, quanto maggiore è l’autorità che le emette, e quanto esse corrispondono a quello che si potrebbe chiamare comune buon senso.

Quest’ultimo è riscontrabile dall’esperienza comune e dall’aderenza con la realtà, mentre l’autorevolezza, nel caso delle religioni teistiche, deriva dalla divinità a cui si fa capo e da come essa è descritta dai testi sacri. Cosa ci può essere di più autorevole di un Dio?

Lo stesso discorso può valere non solo per le religioni, ma anche per le leggi di uno stato o di una comunità. In senso secolare, cosa ci può essere di più autorevole dello Stato?

Probabilmente ci sono molti altri fattori in gioco, ma per semplificare, potrei ipotizzare che l’equilibrio fra autorità (o autorevolezza) e senso comune (o aderenza alla realtà e all’esperienza comune), sia fondamentale all’efficacia.
Quanto più l’autorità è forte, tanto più riuscirò a far rispettare una regola dal senso comune molto debole. Quanto più nella mia regola vi è aderenza alla realtà ed al senso comune, tanto meno sarà necessario che essa sia originata da una forte autorità.

Se accettassi questo meccanismo come valido mi verrebbe da pensare che tramite esso, sarei in grado di far accettare un bel numero di regole morali, indipendentemente dalla loro “bontà” o dalla direzione violenta o nonviolenta che esse hanno.
Quindi, penserei che non sia tanto nella religiosità o meno il punto chiave della faccenda, ma proprio in queste regole morali ed il loro contenuto di violenza o meno.

All’interno di una stessa religione, prendiamo il cristianesimo, visto che ce l’abbiamo a portata di mano e la conosciamo meglio delle altre, vi sono insegnamenti e comandamenti sia di stampo nonviolento e pacifico, che di origine xenofobica e violenta.
Alcune persone preferiscono gli uni, altre gli altri, ma spesso nessuna delle due categorie fa caso alle incongruenze che ne emergono: sembra che in entrambi i casi pensino che il “vero messaggio” sia quello che stanno seguendo, cercando e trovando conferme nell’ambiente esterno, mentre quello che seguono gli altri sia frutto di interpretazioni errate, troppo letterali, o integraliste. In pratica, ognuno può ricavarci, entro un certo limite, un insieme di regole morali che gli si cuciscano bene addosso, e questo partendo dalla stessa identica religione.

Il punto chiave, si confermerebbe quindi nella “bontà” o meno di queste stesse regole condivise, mentre la religiosità o qualunque altro sistema su cui esse poggiano, non sarebbe altro che un sistema di controllo.

Il problema principale, quando delle regole vengono promosse in modo maggiore tramite l’autorità, è che così si tende ad escludere la validità del senso comune. Le persone tendono quindi ad accettare norme emesse da un numero molto ristretto di persone, senza utilizzare il senso critico. Questo può portare ad adottare passivamente regole non “buone”, perché vi sono meno persone che ne verificano la validità, cioè meno di esse, disposte ad accorgersi quando le regole sono sbagliate. È un problema simile a quello che si verifica nei casi di totalitarismo, rispetto a democrazia: meno persone hanno accesso al sistema delle regole, meno possibilità ci sono di accorgesi e di cambiare le regole non “buone”. Al contrario, quando le regole emergono dal senso comune, sembrano essere più verificate, collaudate. Fino a quando non diventano talmente radicate da trasformarsi anch’esse in dogmi, supportati questa volta dall’autorità della collettività. A quel punto si tornerebbe ad avere le difficoltà di prima, nello scoprire la loro eventuale obsolescenza e non conformità con un eventuale nuovo buon senso comune, mutato nel tempo.

PS: Questi assomigliano molto, tra l’altro, ai motivi di sicurezza per i quali sarebbero preferibili i software opensource, rispetto a quelli a proprietari a codice chiuso.

11/11 (Darkness)

11 Novembre 2009 Masque Lascia un commento

Noncredo: è in arrivo il secondo numero

10 Novembre 2009 Masque 2 commenti

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Il secondo numero della nostra rivista è ormai quasi pronto a partire alla volta delle vostre case, ancora una decina di giorni e cominceranno le spedizioni. Nell’attesa, eccovi nel dettaglio i contenuti di questa nostra nuova “fatica”.

Sul sito religionsfree.org, il sommario con i riassunti dei capitoli.

Da “La giustizia nella rivoluzione e nella Chiesa” – Pierre Joseph Proudhon

7 Novembre 2009 Masque 2 commenti

proudhonL’altro giorno ho finito di leggere l’articolo su Pierre Joseph Proudhon pubblicato su A Rivista Anarchica. Devo dire che, nonostante molte cose abbiamo un po’ perso di validità col passare del tempo, mi sono ritrovato in molte sue affermazioni, a partire dalla necessità di costruire una società partendo dall’osservazione empirica dei comportamenti dell’uomo, e che la conseguenza di essa porti all’idea che sia preferibile avere una rete di relazioni e collaborazioni coordinate, piuttosto che un “processo centrale” che gestisca il tutto.
Mi sono venuti i mente i discorsi che solitamente faccio sul vedere il mondo come un sistema dinamico complesso, in contrapposizione ad un sistema governato da un programma centrale. Informaticamente parlando, è la preferenza di sistemi del tipo peer to peer (nei quali ogni individuo “dona” agli altri il proprio servizio e si coordina automaticamente con tutti per via della struttura che costituisce la rete, senza la necessità di un server centrale) e di calcolo distribuito, rispetto alla tipologia client-server (nel quale un server centrale fornisce le risorse richieste dai client).
Trasportando la cosa nell’ambito umano, si può dire che i governi siamo più simili ad insiemi di sistemi client-server (in modo maggiore quanto più si avvicinano al totalitarismo), mentre il metodo al quale sembra più naturale tendere è quello distribuito.

Leggendo il dossier, ho trovato questa parte, che mi ha molto colpito, specialmente in seguito a dei recenti fatti di cronaca. L’ho legato all’uccisione di Stefano Cucchi, nell’ottica dell’esperimento carcerario di Stanford, le cui conclusioni, sembra che fossero già state state intuite cent’anni prima in questo testo.

[…]L’uomo di Stato, dicon gli adepti, obbedisce a due massime differenti, a due leggi, a due morali, secondo che applichi le regole ordinarie della Giustizia o che, innalzandosi ad una sfera più alta, consideri la ragion di Stato. Ma il suo animo non è affatto turbato: come nella scienza il generale passa davanti al particolare, così nella coscienza dell’uomo di Stato la morale politica, la grande morale, passa avanti alla morale volgare. Per esso, le distinzioni consuetudinarie del giusto e dell’ingiusto cambiano e si capovolgono quando è in causa la salute pubblica e la ragion di Stato. Ciò che è utile alla società, cioè alla gerarchia, alla nobiltà, al clero, al principe, passando in prima linea, è il vero bene; ciò che può loro nuocere è il male: tanto meglio per il cittadino il cui diritto è conforme, tanto peggio per colui il cui diritto è contrario. È un rischio che tutti coloro che vivono sotto la legge dello Stato si impegnano tacitamente a correre: la società non esiste che a questo prezzo. (…)
(da “La giustizia nella Rivoluzione e nella Chiesa”, 1858)

Un simbolo per le origini culturali dell’Italia

4 Novembre 2009 Masque 1 commento

prometeoÈ necessario ricordare le tradizioni culturali dell’Italia. Concordo!
Per questo, io propongo che in ogni classe, ufficio pubblico, tribunale e seggio, venga messa in bella mostra una statua di Prometeo.
La cui figura positiva ed il mito, esistevano ed erano diffusi molti secoli prima che emergesse quel patchwork di enorme successo, ottenuto mescolando miti orficineoplatonismo ed ebraismo e chiamato cristianesimo.

«Dell’amicizia che prova per gli uomini dà testimonianza fin dalla prima volta in cui se ne deve occupare: quando riceve da Atena e dagli altri dei un numero limitato di “buone qualità” da distribuire saggiamente fra tutti gli esseri viventi. Epimeteo («colui che riflette dopo»), senza pensarci troppo, cominciò a distribuire le qualità agli animali ma si dimenticò degli uomini; Prometeo rimediò rubando dalla casa di Atena uno scrigno in cui erano riposte l’intelligenza e la memoria, e le donò alla specie umana.» (fonte:Wikipedia)

Evidentemente questo dono è stato smarrito da molte persone, nascosto in un cassetto dai politici e gettato nella spazzatura dalle gerarchie ecclesiastiche.

Franti

30 Ottobre 2009 Masque Lascia un commento

Li ho scoperti ascoltando una vecchia puntata del podcast di gomma.tv, ed è stata una folgorazione!

Il brano era “Acqua di luna”, ed è il primo di questa playlist, che include anche pezzi di Lalli solista e di due progetti paralleli al gruppo: EnvironsIshi.

Nascono come Guerrilla’s Band a scuola a Torino. Si esibiscono anche come Luna Nera. Diventano i Franti nel 1982. Fulcro della band sono Stefano Giaccone (sax, chitarra, voce), Vanni Picciuolo (chitarra) e Lalli (voce).
Prendono il nome dal protagonista eponimo di Cuore di Edmondo De Amicis. Quello che tira i sassi ai vetri e ride quando muore il re (Uno solo poteva ridere mentre Derossi diceva dei funerali del Re. E Franti rise).
Adottano una politica di autogestione e autoproduzione quando in Italia non erano in molti a farlo. Un primo tape con due brani, poi un’altra cassetta, Luna Nera, in 500 copie, che sarà ristampata in vinile.
Per loro il copyright è una forma di fascismo. Non sono mai stati iscritti alla SIAE.

(da Wikipedia)

Playlist

Sono in attesa del triplo cd “Non classificato”, ordinato pochi giorni fa dal sito della Editrice A:Franti – «Non classificato».

Due recensioni dell’album:

“… La storia dei Franti prende avvio nell’ultimo anno di liceo, nel ‘79, e inizialmente coinvolge tre compagni di classe. Abbiamo incontrato subito qualche difficoltà, perchè i primi anni ‘80 sono stati anni duri per gente come noi che eravamo direttamente coinvolti nel movimento politico di allora, poi siamo riusciti a continuare e abbiamo registrato una prima cassetta, A/B, nella quale cantava il cantante dei Defear, gruppo imparentato con i Blind Alley, coinvolgendo poi altre persone, tra le quali Lalli, Vanni e Paolo Regis, scomparso negli ultimi anni, e tra l’82 e l’83 il gruppo ha assunto una pianta stabile di cinque persone, anche se in realtà ci sono sempre state molte persone intorno a noi che ci davano una mano soprattutto in studio….”. (Stefano Giaccone)

I Franti erano un gruppo di amici che condividevano sia gusti musicali che ideali politici: Stefano Giaccone, Lalli Ollino, Massimo D’Ambrosio, Vanni Picciuolo, Marco Ciari, ma anche Luca “Lux” Colarelli, Paolo “Plinio” Regis, Toni Ciavarra, Giancarlo Biula Biolatti, Renato Striglia. Nati come Guerrilla’s Band, cambiarono il loro nome in Franti (lo studente “cattivo” del libro “Cuore”) nel 1982.  In anni difficili per la musica italiana alternativa i Franti portarono avanti un discorso di autogestione e di auto-produzione, quando in Italia non erano in molti a farlo, scelta che li portò ad esibirsi nei pochi centri sociali e nelle feste anarchiche in giro per tutta la penisola. Nel 1982 uscì il loro primo demo al quale seguì l’anno successivoLuna Nera,  incisa poi anche su vinile che venne stampato in migliaia di copie e diventò un punto di riferimento del mondo del rock alternativo. Il loro genere musicale risultò da subito non classificabile. Tante e tali erano le influenze musicali del gruppo che era facile passare nei loro brani dal punk, al folk, all’ improvvisazione jazz. La definizione più vicina a esprimere il loro stile è hardcore folk. Continuarono poi le auto-produzioni, in collaborazione con etichette e distribuzioni del mondo dell’autogestione ma sempre curate totalmente dai componenti del gruppo. Dal vivo i Franti furono sempre energetici e diretti, riuscendo sempre a creare atmosfere profonde e coinvolgenti. Attraverso un impegno politico costante e diversi concerti i Franti attraversarono quasi tutti gli anni ‘80, pubblicando altri due album (Franti/Contrazione, split album con il gruppo punk dei Contrazione, e Il giardino delle 15 pietre) e affermandosi come gruppo di culto, con una grande notorietà sotterranea, molto influente per la musica italiana degli anni successivi. Il gruppo si sciolse nella seconda metà degli anni ‘80, ma le schegge di Franti non smisero di farsi sentire attraverso una miriade di progetti figli (tra i quali vanno ricordati Environs, Orsi Lucille, Howth Castle e Ishi), le varie band del batterista Marco Ciari (Blind Alley, Party Kidz e Fratelli di Soledad) e le carriere soliste di Lalli e Stefano Giaccone.

(da http://digilander.libero.it/gianni61dgl/franti.htm)

Janara

29 Ottobre 2009 Masque Lascia un commento

Questo cortometraggio di genere surreale mi è stato segnalato dall’autore stesso. L’ho trovato molto efficace, come impatto emotivo. L’impressione onirica tipica dei filmati di genere surreale viene resa grazie ai tagli, alla musica, la mancanza di dialoghi ed alle ossessive ripetizioni delle scene, che danno l’impressione di un incubo dal quale si fatica ad uscire.
Il titolo, Janara, in dialetto campano significa “strega” e quello infatti è il tema su cui è stato sviluppato il cortometraggio.

L’ambiente in cui si svolge è il palazzo ducale di Mondragone (provincia di Caserta). Per questo palazzo era prevista, nel 2005, una restaurazione, ma con tipico modus operandi italiano, “alcuni politicanti hanno fatto aprire un mutuo alla città (8 milioni di euro) per restaurare il palazzo, si sono intascati i soldi, hanno dato una mano di pittura alla facciata, hanno sparato i fuochi d’artificio una settimana prima delle elezioni provinciali, ed il giorno dopo hanno chiuso lo stabile perchè inagibile.”

In politica, specialmente quando supportata dai media, sembra che ci sia una certa credenza nell’onnipotenza della parola. Lo stesso politico tipo, sembra avere questa convinzione riguardo ad essa, come se fosse uno stregone al quale è sufficiente declamare l’esistenza di un fatto o di una cosa, perché essi diventino veri.

Nel corso di una rassegna, il corto è stato proiettato in una chiesa. Il pubblico rimase scandalizzato, non per i soldi rubati e per lo scempio, ma per il fatto che sia stato proiettato un video “profano” all’interno di una chiesa.

Il bel frammento musicale che si sente è dei Mascina, un gruppo musicale di Casoria, amici di Emiliano, autore del filmato, ora residente in Belgio, che spiega:

antwerps-filmmaker-berlusconi-kan-zich-alles-permitteren_5_460x0Fondamentale è il link tra la “credenza popolare” nelle streghe, sintomo di arretratezza e superstizione, e la credenza popolare di noi meridionali nel “piacere” concessoci da chi ha il potere.
Se questi potenti poi sono in grado di spacciare per “eseguiti” lavori pubblici che mai hanno avuto luogo, vedrai che tra la stregoneria e la politica dell’illusione c’è davvero poca distanza.
La strega del corto tratta una bambola inanimata come se fosse una bambina sua, ma questa è in realtà una cosa senza vita che si esprime solo tramite un dischetto preregistrato, e in effetti, la bambola non è altro che un simbolo per la società di Mondragone, attivata solo da uno stimolo esterno, inerme, incapace di aprire gli occhi e capire che altri si prendono gioco di lei.
La strega del corto è una bella donna, ma è solo illusoria, in quanto le streghe non esistono, cosi’ come non esistono politici realmente interessati alla promozione sociale del sud; forse qualcuno interessato a fare del bene c’è, ma è accerchiato in un meccanismo, è ipnotizzato da un gioco di potere che non gli permette di muoversi liberamente, non gli permette di sottrarsi ai giochi di forza e di scambi di favori che ormai fanno dell’Italia un paese in decadenza.
Lo sai che, su wikipedia, sulla pagina di Mondragone si dice che ultimamente è stato restaurato un palazzo ducale? Ho persino segnalato la notizia come falsa, ma c’è ancora!
L’informazione manipolata (come anche il montaggio manipola immagini realmente esistenti davanti alla macchina da presa al momento delle riprese) esiste, non rispetta il vero ma esiste.
Il cortometraggio è surreale, ermetico, come purtroppo anche le azioni politiche, che invece di fare riferimento al popolo, fanno riferimento a sé stesse.

Negazione

24 Ottobre 2009 Masque Lascia un commento

Ultimamente mi sto appassionando parecchio al genere punk hardcore. Sono molto contento di questo perché, probabilmente a causa del mio passato metallaro, ho sempre un po’ snobbato questo genere di gruppi. Tuttavia, molti gruppi metal che apprezzo, citavano come fonte d’ispirazione o apprezzavano gruppi punk hardcore, e questo mi dava un po’ di dispiacere per il fatto di non essere capace di farmi piacere il genere.
Devo ringraziare la riscoperta tardiva dei Negazione, se ora, finalmente, posso godere anche di questo tipo di musica. :-)

Playlist

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Lega propone il carcere per chi indossa il burqa, Bonino d’accordo

7 Ottobre 2009 Masque 3 commenti

Una proposta di legge della Lega Nord, primo firmatario il capogruppo alla Camera Roberto Cota, propone di punire fino a due anni di carcere chi, “in ragione della propria affiliazione religiosa”, si mostra in pubblico indossando indumenti che rendono “impossibile o difficoltoso il riconoscimento”. Contrario il PD, favorevole Emma Bonino (radicali): “È da tempo immemore che ritengo che indossare il burqa o il niqab integrale in pubblico violi le leggi dello Stato e il concetto della piena assunzione della responsabilità individuale”.

(da UAAR News)

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So già che pochi saranno d’accordo con quanto sto per scrivere. È un argomento molto controverso, ed è normale che non tutti si sia delle stesse idee.

Questa posizione, dalla liberalista Emma Bonino non me la sarei aspettata.

Sono convinto che non si possano combattere le costrizioni di un integralismo religioso, con altre costrizioni (religiose o di stato che siano).

È giusto che le donne islamiche possano decidere di non mettere il burqa se vogliono e credo che un’imposizione, qualunque essa sia, sia sbagliata. Togliere il burqa deve essere una scelta consapevole e volontaria.

L’imposizione del burqa alle donne, è una violenza, ma non è con una violenza contraria che si risolve il problema. Lo si risolve invece con l’aiuto e l’informazione. Se ci deve essere un qualcosa che porti le donne islamiche a rifiutare un’imposizione, dev’essere un movimento dall’interno, nato dalla consapevolezza e dalla volontà.

Quello che deve fare lo stato, è informare e proteggere le persone che decidono di allontanarsi da una religione integralista, non imporre quello che ritiene più giusto. Che differenza ci sarebbe, altrimenti (con le debite proporzioni), fra noi e gli statunitensi “portatori di democrazia” in medioriente?

Geniale poi, l’idea leghista di combattere l’imposizione del burqa incarcerando proprio le persone che la subiscono, cioè le donne costrette ad indossarlo! Solo i cervelloni della Lega sarebbero potuti arrivare ad una proposta simile!

Sulla questione degli «indumenti che rendono “impossibile o difficoltoso il riconoscimento”», mi piacerebbe che mi si spiegasse il motivo per il quale è tollerato che io (come a qualunque altro “europeo”) giri con il cappuccio della felpa alzato (oppure con un berretto o un cappello) e gli occhiali da sole inforcati, oppure in tuta da moto e casco, oppure in passamontagna se vado a sciare, tanto fare alcuni esempi.

Le stesse persone che si preoccupano per la scarsa riconoscibilità di una persona col burqa, si lamenterebbero altrettanto se vedessero delle suore cristiane indossare degli occhiali da sole? Eppure anch’esse “in ragione della propria affiliazione religiosa”, si mostrerebbero in pubblico indossando indumenti che rendono “impossibile o difficoltoso il riconoscimento”.

Non sto parlando della legge in materia, che sull’argomento è molto chiara, ma dell’opinione di tutte quelle persone che diventano inspiegabilmente sensibili sull’argomento della riconoscibilità in pubblico, solo quando a coprire un volto ci sono un burqa od un velo.

Poi, sul fatto che una legge sia ragionevole o meno, se ne può sempre discutere.

PS. Fermo restando che tutto il parlare dei leghisti contro al burqa e quant’altro, dubito sia dovuto a questioni di diritti delle donne o di legalità, quanto piuttosto un pretesto per sfogare, come al solito, il proprio astio verso le culture diverse.

Sulla manifestazione per la libertà d’informazione

4 Ottobre 2009 Masque Lascia un commento

freedomSabato sono stato a Roma, alla manifestazione sulla libertà di informazione.
È stata la tipica manifestazione dove vanno persone che sanno già cosa ascolteranno e che quando lo riporteranno ad altri che non lo sanno, si sentiranno rispondere tanti bei “ma va lààààà. ma non è veroooooo”. :-)
Gli interventi sono stati, tuttavia, interessanti.

Prima di iniziare con le critiche, ci tengo a dire che una manifestazione simile può essere utile e la ritengo necessaria. Purtroppo, sono portato a pensare che una buona parte delle persone, anche fra i presenti, non capisca davvero cosa significhi libertà e libertà di informazione. In seguito spiegherò i motivi per cui scrivo questo.

Riguardo alla manifestazione, mi accontento che passi il messaggio che molta gente è consapevole che ci sia qualcosa che non funziona come dovrebbe. Indipendente dal fatto che ne abbiano o meno capito il motivo.

Attualmente, l’informazione in Italia non è libera, non lo è mai stata in tutti gli anni dacché io sono nato, ed è andata via via peggiorando fino al picco che abbiamo ora, aggravato da un evidente e mai risolto conflitto di interessi, del quale l’opposizione si ricorda solo quando è in cerca di consensi.

Ci sono sempre state e ci sono ancora correnti di pensiero che vengono sistematicamente escluse dal circolo informativo dei quotidiani e dei notiziari televisivi (quelle dei Radicali ad esempio, ed in generale ogni corrente di pensiero che appare troppo progressista, troppo laica o in generale, troppo “diversa”), ed il media televisivo è particolarmente importante, visto che contribuisce per il 70% all’informazione che cittadini acquisiscono.

L’informazione in Italia è sempre stata succube e controllata dai partiti. Ciò è un errore, perché l’informazione deve essere qualcosa che va al di là di queste organizzazioni autoconservanti! Deve essere un servizio per ogni singolo cittadino, diretto e senza mandanti o filtri intermediari.

Parlando di partiti, devo dirmi deluso dall’enorme selva di bandiere che ho visto. Possibile che non si voglia capire che l’informazione è un bene di tutti ed il fondamento della libertà, e non una torta a disposizione dei partiti per la spartizione? Questa è una delle cose che molta gente non riesce a capire.

Non sarebbe stato molto più bello se in piazza ci fossero state solo persone, semplici persone senza alcuno stemma?

Quante di queste persone di partito che erano in piazza, ci sarebbero state se il controllo dell’informazione non fosse ora enormemente sbilanciato in favore degli avversari, ma proprio? Molte certamente sì, ma credo notevolmente meno di quelle viste ieri.

Penso che la maggior parte delle persone non abbia ancora capito che democrazia e libertà, non significano poter scegliere fra le opzioni A, B o C, ma poter proporre infinite altre opzioni e che queste siano accessibili, visibili e sostenibili al pari di tutte le altre.

Così abbiamo avuto questa manifestazione che, seppur utile nei suoi intenti formali, mostra il fianco a notevoli incongruenze.

Come quella degli esponenti di Famiglia Cristiana ed Avvenire, ora sul palco della manifestazione, pronti ad interpretare la parte delle vittime dell’influenza dei partiti, del governo e dei giornalisti ad essi asserviti che fanno “killeraggio mediatico” contro il “povero” Dino Boffo, ex Direttore di Avvenire. Il quale però, quando era in carica, non si risparmiava affatto (e permetteva i suoi giornalisti) di dare dell’assassino al padre di Eluana Englaro, attaccare con ferocia chi chiede la contraccezione d’emergenza o sostiene l’introduzione della pillola abortiva, oppure equiparare omosessualità a pedofilia e spargendo disinformazione mirata su tutte queste cose. Come d’altronde continuano a fare tuttora.

Ed il pubblico? Ovviamente ad applaudire anche i loro interventi, fintanto che erano contro Berlusconi ed i suoi aiutanti. Quando invece sarebbe stato più coerente, intelligente ed etico, un glaciale silenzio. Ed eccolo invece di nuovo, il pubblico, a fischiare quando stimolato da parole chiave come Mediaset“Il Giornale” e ad esplodere in un boato d’approvazione quando vengono nominati Marco TravaglioRoberto Saviano.

La questione della libertà è ridotta ad una tifoseria, e tutto è offuscato da un diffuso e pervadente velo di ipocrisia.

Tutti a cercare chi siano i cattivi e chi gli eroi, a seguire fedelmente i secondi ed approvare potenzialmente chiunque disapprovi i primi. Questo è quello che sembra interessare le persone. Alla maggior parte della gente non interessa la libertà, non interessa capire, non interessa rendersi indipendenti ed autonomi, ma solo cercare qualcuno da seguire. Eppure chiunque potrebbe avere le virtù dell’eroe e chiunque potrebbe contribuire ed aiutare tutti. Tutti hanno le capacità mentali di capire, di imparare e di essere autonomi.

Con questo articolo, non voglio togliere nessun merito a persone coraggiose ed informate come Travaglio, Saviano e molti altri giornalisti e scrittori, che stanno facendo un lavoro notevole e, secondo me, importantissimo. Ma cari amici ( cit. ;-) ), se il criterio con cui giudicate una persona e le sue azioni è quello che ho visto, non imparerete mai nulla di cosa significhino libertàdemocrazia; vi infilerete sempre fra le braccia della personalità di turno e ogni volta spererete che ci sia un eroe a salvarvi quando sentirete che quelle braccia iniziano a stritolarvi.