Mymosh il Figlio di Se Stesso (ultima parte) – Stanislaw Lem

Questo è il seguito della sfortunata vita accidentale di Mymosh, la cui esistenza prova che, dato un lasso di tempo infinito, anche la spazzatura può generare autonomamente la vita. :-)

page2_blog_entry572_summary_1Di conseguenza Mymosh non poteva vedere la pozzanghera che era sua madre né il fango che era suo padre, e neppure il vasto, ampio mondo né il cielo che tutto sovrasta, e non aveva alcun ricordo di quel che gli era successo in precedenza, e in generale non era in grado di fare altro che pensare. Poteva fare soltanto quello, e perciò vi si dedicò con convinzione.

“Per prima cosa” disse a se stesso “devo riempire il vuoto che c’è in me, e così allontanare questa insopportabile monotonia. Perciò, pensiamo a qualcosa, perché, quando pensiamo – oh, meraviglia! – il pensiero esiste, e nient’altro che il nostro pensiero ha esistenza”.

Da questa affermazione si può notare come fosse già divenuto alquanto presuntuoso, perché si riferiva a se stesso con la prima persona plurale.

“Ma, aspetta” si disse poi “non potrebbe esistere qualcosa anche al di fuori di me? Dobbiamo prendere in considerazione la possibilità, anche solo per un momento, e anche se è una considerazione che suona assurda e addirittura offensiva e folle. Chiamiamo, ipoteticamente, questa esteriorità il Gozmos. Se dunque esistesse un Gozmos, io dovrei essere una sua parte ed esservi contenuto”.

Qui si fermò, rifletté per qualche tempo su quel problema e alla fine respinse l’ipotesi in quanto priva di qualsiasi base e fondamento. In effetti, non c’era la benché minima prova a favore dell’ipotesi, non c’era alcuna testimonianza a suo sostegno, e così, vergognandosi di aver perso del tempo in simili speculazioni illogiche e campate in aria, disse a se stesso: “Di quello che sta al mio esterno – ammesso e non concesso che qualcosa esista – non ho conoscenza. Ma quel che c’è al mio interno lo conosco, o almeno lo conoscerò non appena ne avrò pensato qualcosa, perché chi può sapere meglio di me, perbacco, quello che io penso?”

Pensò e pensò, e pensò nuovamente al Gozmos, ma questa volta ci pensò dentro di sé, soluzione che gli parve assai più sensata e rispettabile, ben entro i confini della ragione e della correttezza. E cominciò a riempire il Gozmos di vari pensieri assortiti. Per prima cosa, poiché non aveva molta esperienza e non possedeva la necessaria abilità, immaginò i Perlanti, che ghimbavano ogni volta che ne avevano l’occasione, e i Pratinfi, che si compiacevano di flicortare. Immediatamente, i Pratinfi attaccarono i Perlanti per asserire la supremazia del flicorteggio sul ghimbamento, e Mymosh, dalle sue fatiche di creatore di mondo, non ricavò altro che un brutto mal di testa.

Nel suo successivo tentativo di creazione di pensieri si mosse con maggior cautela, pensando prima gli elementi come il brutonio, un gas noble, e le particelle elementari come il cogitone, ossia il quanto del pensiero, e creò alcuni esseri che fruttificarono e si moltiplicarono.

Di tanto in tanto commise errori, ma dopo un paio di secoli divenne molto abile, e il suo Gozmos, robusto e stabile, prese forma nell’occhio della sua mente, e brulicò di una moltitudine di entità, oggetti, creature, civiltà e meraviglie. La loro esistenza era quanto mai gradevole, perché Mymosh aveva reso le leggi del Gozmos assai liberali, dato che non gli piacevano le regole rigorose e inflessibili, ossia quel tipo di disciplina carceraria che viene imposta da Madre Natura (anche se, naturalmente, non aveva mai saputo nulla di Madre Natura).

Così, il mondo del Figlio di Se Stesso era luogo di capricci e miracoli, dove tutto poteva verificarsi una volta in un modo e un’altra volta in un modo del tutto diverso – e questo senza particolari motivi o esigenze di rima. Se, per esempio, un individuo doveva morire, c’era sempre il modo di evitarlo, perché Mymosh era assolutamente contrario agli eventi irreversibili. E nei suoi pensieri gli Zigroti, i Calsoniani, i Flimmeroni, gli Juppi, gli Arligini e i Wallamachinoidi prosperarono e fiorirono, generazione dopo generazione. Durante questo periodo, anche le braccia e le gambe deformi di Mymosh si staccarono, e tornarono a far parte dei rifiuti da cui erano uscite in prima istanza, e l’acqua fece arrugginire il barile che era il suo tronco, e il suo corpo affondò lentamente nell’acqua stagnante. Ma prima aveva fatto in tempo a creare un gruppo di costellazioni completamente nuove, e le aveva disposte amorevolmente nell’eterna notte della sua consapevolezza di sé – che era il suo Gozmos – faceva del suo meglio per mantenere un accurato ricordo di tutto ciò che aveva creato col pensiero, benché la testa già gli dolesse per lo sforzo, perché si sentiva responsabile del suo Gozmos, profondamente obbligato a seguirlo e necessario a tutte le sue componenti.

Intanto – anche se lui non aveva modo di saperlo – la ruggine gli aveva sempre più corroso le piastre del cranio, finché il manico della brocca di Trurl, la stessa brocca che molti millenni prima l’aveva portato all’esistenza (un manico che diversamente dal resto era rimasto a orbitare attorno al satellite), lasciò finalmente l’orbita che per tanti millenni aveva seguito, e che progressivamente si era sempre più abbassata, e precipitò sulla superficie, in direzione della sua testa, che era la sola parte di Mymosh che emergesse ancora dall’acqua.

E proprio nel momento in cui Mymosh immaginava l’incantevole, cristallina Bauci e il suo fedele Ondragor, e li mandava in viaggio, mano nella mano, dall’uno all’altro dei soli neri della sua mente, e tutte le genti del Gozmos – compresi i Perlanti – li ammiravano in un silenzio rapito, e la coppia si scambiava sottovoce le più dolci parole… il cranio consumato dalla ruggine si spaccò sotto l’urto del manico, l’acqua della palude si rovesciò sugli avvolgimenti di rame spegnendo la corrente nei circuiti logici, e il Gozmos di Mymosh il Figlio di Se Stesso raggiunse la perfezione, ossia quell’estrema perfezione che si ottiene con l’annullamento. E colui che – pur senza averne avuto l’intenzione – l’aveva messo al mondo non seppe mai della sua esistenza.

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