Dopo una lunga pausa, si torna alla filosofia della mente. Tempo fa vi avevo promesso la trascrizione di questo famoso articolo di Thomas Nagel, che analizza il rapporto fra mente e cervello, toccando il classico tema della soggettività e dell’oggettività e la difficoltà a comprendere le altre menti, specialmente se completamente aliene alla nostra. Quest’ultimo argomento viene trattato anche da un paio di racconti di fantascienza che ho recensito tempo fa su questo blog: Solaris di Stanislaw Lem e Picnic sul ciglio della strada di Akardi e Boris Strugatzki.
Che cosa si prova
a essere un pipistrello?
di Thomas Nagel
La coscienza è ciò che rende veramente ostico il problema del rapporto fra la mente e il corpo. Forse è per questo che quando oggi si discute di questo problema si presta scarsa attenzione alla coscienza o la si affronta in modo palesemente sbagliato. La recente ondata di euforia riduzionista ha dato luogo a parecchie analisi dei fenomeni mentali e dei concetti della mente, mirati a spiegare la possibilità di certe forme di materialismo, di identificazione psicofisica o di riduzione. Ma i problemi affrontati sono quelli comuni a questo e ad altri tipi di riduzione, mentre viene ignorato ciò che rende il problema mente-corpo unico e diverso dal problema acqua–H2O, o dal problema macchina di Turing–macchina IBM, o dal problema fulmine–scarica elettrica, o dal problema gene–DNA, o dal problema quercia–idrocarburo.
Ciascun riduzionista ha la sua analogia preferita nella scienza moderna. È assai improbabile che qualcuno di questi esempi incorrelati di riduzione ben riuscita possa far luce sul rapporto fra mente e cervello. Ma i filosofi, come gli altri uomini, hanno la debolezza di voler spiegare ciò che è incomprensibile in termini che vanno bene per ciò che è familiare e ben compreso, benché totalmente diverso. Ciò ha portato ad accettare descrizioni nient’affatto plausibili del mentale, sostanzialmente perché esse consentono riduzioni di genere consueto. Cercherò di spiegare perché gli esempi adotti comunemente non ci aiutano a capire il rapporto tra mente e corpo; perché, anzi, a tutt’oggi non abbiamo la minima idea di come potrebbe essere una spiegazione della natura fisica di un fenomeno mentale. Senza la coscienza il problema mente–corpo sarebbe molto meno interessante; con la coscienza esso appare senza speranza di soluzione. L’aspetto più importante e caratteristico dei fenomeni mentali coscienti è pochissimo compreso; le teorie riduzioniste per lo più non cercano nemmeno di spiegarlo e un esame accurato dimostrerà che nessuno dei concetti di riduzione attualmente disponibili è applicabile ad esso. Forse a questo scopo si può escogitare una nuova forma teorica di riduzione, ma questa soluzione, se esiste, si trova in un futuro intellettuale ancora lontano.
L’esperienza cosciente è un fenomeno ampiamente diffuso: è presente a molti livelli della vita animale, anche se non possiamo essere certi della sua presenza negli organismi più semplici ed è molto difficile in generale dire che cosa ne dimostri l’esistenza. (Alcuni estremisti sono giunti a negarla perfino nei mammiferi diversi dall’uomo). Essa si manifesta certo in innumerevoli forme, per noi del tutto inimmaginabili, su altri pianeti di altri sistemi solari nell’universo. Ma comunque possa variarne la forma, il fatto che un organismo abbia un’esperienza cosciente significa, fondamentalmente, che a essere quell’organismo si prova qualcosa. Vi possono essere altre implicazioni riguardanti la forma dell’esperienza; vi possono forse anche essere (benché io ne dubiti) implicazioni riguardanti il comportamento dell’organismo; ma fondamentalmente un organismo possiede stati mentali coscienti se e solo se si prova qualcosa a essere quell’organismo: se l’organismo prova qualcosa a essere quello che è.
Possiamo parlare a questo proposito di carattere soggettivo dell’esperienza. Nessuna delle analisi riduttive del mentale recenti e più conosciute ne dà conto, perché esse sono tutte logicamente compatibili con la sua assenza. Il carattere soggettivo dell’esperienza non è analizzabile nei termini di alcun sistema esplicativo di stati funzionali o di stati intenzionali, poiché questi stati potrebbero essere attribuiti a robot o ad automi che si comportassero come persone anche senza avere alcuna esperienza soggettiva.1 Esso non è analizzabile in termini del ruolo causale dell’esperienza soggettiva in relazione al comportamento umano tipico, e ciò per ragioni analoghe.2 Non nego che gli stati e gli eventi mentali coscienti causino il comportamento o che di essi si possa dare una caratterizzazione funzionale; nego soltanto che non l’aver stabilito una cosa del genere la loro analisi debba considerarsi conclusa. Qualsiasi programma riduzionista deve essere basato su un’analisi di ciò che si deve ridurre. Se l’analisi lascia fuori qualcosa, il problema è posto in modo falso. È inutile basare la difesa del materialismo su un’analisi dei fenomeni mentali che non tenga conto esplicitamente del loro carattere soggettivo, poiché non vi è alcuna ragione per supporre che una riduzione che paia plausibile quando non si faccia alcun tentativo per spiegare la coscienza possa essere estesa fino ad includere la coscienza. Pertanto, se non si possiede alcuna idea di che cosa sia il carattere soggettivo dell’esperienza, non si può sapere che cosa si debba richiedere a una teoria fisicalista.
1. Può darsi che robot siffatti non possano esistere. Forse qualunque cosa abbastanza complessa da comportarsi come una persona avrebbe esperienze soggettive. Ma se ciò fosse vero, non potremmo scoprirlo mediante la sola analisi del concetto di esperienza soggettiva.
2. Esso non è equivalente a ciò in cui siamo incorreggibili, sia perché non siamo incorreggibili per quanto riguarda l’esperienza soggettiva sia perché l’esperienza soggettiva è presente in animali privi di linguaggio e di pensiero, che non hanno credenze o opinioni sulle loro esperienze.

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