Cosa scatta nella mente di chi vuole diventare un soldato?

Mi piacerebbe riuscire a capire che genere di meccanismi di rimozione possano scattare nella mente di una persona, nel momento in cui decide di diventare un soldato di carriera.

Perché è esattamente quello, credo, il momento in cui hai ancora l’ultima possibilità di farti delle domande e magari renderti conto che prendendo quella strada, implicitamente accetti di poterti ritrovare nella situazione di dover uccidere anche persone inermi e bambini, di avvelenare il loro territorio e distruggere la vita della generazione attuale di sopravvissuti e di quelle future.

Magari ti illudi che potrebbe non accadere, ma com’è possibile non essere in grado di pensare che quella possibilità esista concretamente e che tu potresti diventarne complice o artefice diretto? Quando decidi per il “sì”, decidi anche che quell’eventualità, che forse ti disturba e ti mette a disagio, è meno importante di altre.

È l’ultima possibilità, perché una volta accettato, grazie all’indottrinamento e all’addestramento, che ti rendono sempre più specializzato ed efficiente nello seguire le regole del gioco e di chi lo dirige, la tua volontà individuale viene inevitabilmente meno. Quello che accade poi, penso sia ampiamente spiegato dagli esprimenti Milgram e della prigione di Stanford.

Non sto cercando delle colpe: per una persona, è necessario diventare in qualche modo “schizofrenico” per poter partecipare ad una cosa disumanizzante come la guerra. Tutto ciò che concerne l’addestramento alla violenza ed al dominio, va a creare un equilibrio troppo precario perché delle persone possano riuscire a reggerlo. In questo, chi decide la carriera militare, viene ingannato o s’inganna da sé, vittima di illusioni.
È necessario sviluppare una doppia moralità e mentire alla propria coscienza per poter reggere ciò che si ha scelto e ci si sente poi obbligati a fare… obbligati in nome di qualcosa che si ritiene superiore… che la si chiami “patria”, “democrazia”, “dio”, “stato” o quant’altro.

Se si fosse davvero lucidi e completamente razionali, in che modo si potrebbe pensare di fare del bene, imparando ad ammazzare, distruggere ed esercitare il dominio ed il comando sugli altri? Dopo aver letto articoli di cronaca come questi: Afghanistan, soldato americano fa strage di civili: 15 morti. “Raptus di follia”, Afghanistan, versioni discordanti sulla strage: i 17 civili uccisi “da più soldati americani”Follia di soldati americani, due donne violentate e uccise, come si può essere certi di non finire nelle stesse condizioni mentali di quel, o quei, soldati?

Ed a quel punto, gli uomini più forti, con più forza di volontà e coraggio, potrebbero non essere più quelli con il record di medaglie sulla divisa, ma i disertori.

Mi piacerebbe farvi leggere questa lettera di Don Milani riguardo all’obiezione di coscienza, segnalatami inizialmente sul blog di PMSe non potremo salvare l’umanità, ci salveremo almeno l’anima.

Questo post è nato appena dopo aver letto questi due articoli.

Per non dire dei produttori di armi, fra cui l’Italia. L’Onu proibisce le bombe a grappolo ma l’Italia continuerà a venderle

Organo e funzione sono termini inseparabili. Levate ad un organo la sua funzione o l’organo muore o la funzione si ricostituisce. Mettete un esercito in un paese in cui non ci siano né ragioni né paure di guerra interna o esterna, ed esso provocherà la guerra, o, se non ci riesce, si disfarà. Una polizia dove non ci siano delitti da scoprire e delinquenti da arrestare, inventerà i delitti e delinquenti, o cesserà di esistere.  Errico Malatesta

Le Déserteur di Boris Vian è una delle più famose canzoni contro la guerra. Ne sono state fatte molte versioni e traduzioni, una è quella di Luigi Tenco. Per saperne di più su questo brano e su tutte le sue versioni, vi consiglio il sito Canzoni contro la guerra (www.antiwarsongs.org). Canzoni Contro la guerra: Le Dèserteur

Padroni della Terra

(Le déserteur – di Boris Vian e Harold Berg, testo italiano di Luigi Tenco)

Padroni della Terra,
vi scrivo queste righe
che forse leggerete
se tempo avrete mai.
Ho qui davanti a me
il foglio di richiamo:
io devo ritornare
in caserma lunedì.
Padroni della Terra,
non lo voglio più fare,
non posso più ammazzare
la gente come me.
Non è per farvi torto
ma è tempo che vi dica:
la guerra è un’idiozia,
non ne possiamo più.
Da quando sono nato
dei figli son partiti,
dei padri son caduti
davanti agli occhi miei.
Ho visto mille madri
che han perso tutto quanto
ed ancora vanno avanti
senza saper perché.
Al prigioniero poi
han rubato la vita,
han rubato la casa
e tutto quel che ha.
Domani alla mia porta
verranno due gendarmi,
verranno ad arrestarmi,
ma io non ci sarò.
Lontano me ne andrò;
sul mare e sulla terra,
per dire no alla guerra
a quelli che vedrò.
E li convincerò
che c’è un nemico solo:
la fame che nel mondo
ha gente come noi.
Se c’è da versar sangue
versate solo il vostro;
signori, ecco il mio posto:
io non vi seguo più.
E se mi troverete,
con me non porto armi:
coraggio, su, gendarmi,
sparate su di me.

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30 thoughts on “Cosa scatta nella mente di chi vuole diventare un soldato?

  1. ieri sera riguardavo per l’ennesima volta “Amore e guerra” di W. Allen e mi venivano a mente alcune di queste cose. Penso che quel film – in maniera leggera – dica diverse su pacifismo et similia.

  2. bello bello, “orizzonti di gloria”. ma va be’, il numero di prodotti di letteratura e cinema sul rifiuto della guerra e sugli orrori psicologici della stessa sono, come sai, sconfinati. legandomi al tuo titolo (cosa scatta nella mente di chi vuole diventare un soldato?) ho subito pensato, per esempio, a “One hour by the concrete lake” dei POS e a “Nella valle di Elah” http://www.youtube.com/watch?v=fvnRkAlvgCk

  3. Sembra bello quel film. Me lo procurerò.
    Non avevo pensato, invece, a “concrete lake”. Forse perché parla di un operaio di una fabbrica di armi. Ma in effetti, anche lì, il discorso non cambia. E la situazione è ancora più subdola, probabilmente. Ed allora mi chiedo anche cosa può pensare l’impiegato di una banca quando scopre che essa investe anche nell’industria bellica (le cosiddette banche armate http://www.banchearmate.it/home.htm ). Come può l’impiegato di una banca, BNL o Unicredit ad esempio, magari ritenendosi anche pacifista, continuare a lavorare lì quando scopre cosa va a finanziare il suo lavoro?

  4. Ora ho visto tutti i tre i film. Tutti e tre stupendi. Amore e guerra è il primo film di W.Allen che vedo. Adorabile!
    Orizzonti di gloria e Nella valle di Elah sono entrambi bellissimi (il figlio della poliziotta, con quelle sue poche e semplici domande sulla storia di David e Goliah, si meriterebbe il nobel). Ma con questi, penso di aver raggiunto il limite massimo di film sulla guerra che riesco a reggere per questo periodo. :-)

  5. :)

    Amore e guerra penso di conoscerlo a mente. So che è pieno di citazioni di letteratura russa (una passione di Allen poi sfociata – tra le altre cose – in “Match Point”), tra cui il dialogo dostoevskijano:

    « Padre: Ricordi quel bravo ragazzo nostro vicino, Raskolnikov?

    Boris: Si.
    Padre: Ha ucciso due signore.
    Boris: Ma che brutta storia.
    Padre: A me lo ha detto Bobik. Lo ha saputo da uno dei fratelli Karamazov.
    Boris: Atti inconsulti di ossessi.
    Padre: Non aveva nè guerra nè pace.
    Boris: O forse era solo un idiota.
    Padre: Aveva una faccia da umiliato e offeso.
    Boris: Io sapevo che era un giocatore.
    Padre: Potrebbe essere il tuo sosia!
    Boris: La realtà romanzesca! »

    “Domattina alle sei verrò giustiziato per un crimine che non ho commesso. Dovevo essere giustiziato alle cinque. Ma ho un avvocato in gamba.”

  6. Quando l’avevo visto, non mi ero accorto dei riferimenti a Dostoevskij :-D
    Bisognerebbe guardarlo più volte, ed anche al rallentatore, perché i dialoghi filosofici fra la cugina acquisita e Boris o gli altri amanti si riescono a seguire per un po’, e sono sensatissimi, ma poi sfuggono perché troppo veloci e “tecnici”. :-)

  7. Grazie a te :-)
    Leggerò con piacere domani la lettera di Don Milani (che conosco praticamente solo per nome… sentito nominare molto spesso, ma mai letto. la mia ignoranza mi mette spesso in imbarazzo :-) ), ora non riuscirei ad essere abbastanza sveglio.

  8. Ah, non preoccuparti, quanto a ignoranza non manca nulla neppure a me…
    Ho scoperto questa lettera di recente pure io, attraverso persone che combattono attivamente la violenza (anche quella che usa, per copertura, la difesa della patria e così via) e l’ho fatta mia.

  9. Purtroppo ritengo che tutti gli eserciti usino la “favola” della difesa della propria (ma anche altrui…vedi Afghanistan, ecc.) patria per perpetrare innominabili violenze contro chi venga ritenuto nemico.
    E non è anche la stessa favola usata dalla chiesa per giustificare la santa (per modo di dire) inquisizione? La difesa del cristianesimo e della chiesa di Roma valeva le atroci torture e la morte inflitte a milioni di persone.

  10. Sì. C’è una frase famosa, non ricordo di chi, che dice qualcosa del tipo “quando lo stato si prepara per ammazzare, si fa chiamare patria”.
    La stessa cosa si può dire di molti altri casi in cui il potere propaganda il proprio mantenimento e la propria espansione, richiamando ideali “superiori”, autorità divine e via dicendo. In questo modo, il senso critico della gente si affievolisce e ciò permette loro di essere crudeli come non lo sarebbero in nessun’altra situazione.
    Io penso che la maggior parte delle persone non siano crudeli e non vogliano esserlo, ma spesso ci si ritrovino ad esserlo a causa della poca conoscenza che hanno di loro stessi, del loro – per così dire – funzionamento. Ci si trova vittime di illusioni che ci portano a conclusioni affrettate, non si comprende la facilità con cui si può commettere degli errori e quindi ci si sopravvaluta. Si danno per scontate moltissime cose, evitando così di metterle in dubbio. Semplicemente non le si nota. Ed è normale che accada: è un meccanismo innato che serve a ridurre il carico cognitivo della nostra mente. Ma per evitare di rimanervi intrappolati, è necessario accorgerci che un simile meccanismo esiste.

  11. Ciao. Mi chiamo Luca, e nel provare a rispondere alla tua domanda desidererei premettere che tendenzialmente simpatizzo con le tue argomentazioni. Dire “simpatizzo” non significa però condividerle in toto; per dirla con De André “se non del tutto giusto, quasi niente sbagliato”.
    A mio avviso è necessario operare una distinzione netta nella figura di ciò che tu definisci “soldato”, raffigurando così un unico calderone monolitico, omogeneo, impenetrabile, unidirezionale. Tale distinzione si basa sulle motivazioni che spingono (ho detto “spingono”, non “invitano”) ad intraprendere la carriera militare. E quindi troveremo chi si arruola per semplice bisogno di mangiare (e le Forze Armate in questo hanno sempre servito egregiamente da serbatoio occupazionale), per fanatismo militarista (e costoro ultimamente hanno subìto un duro tracollo psicologico nel prendere atto che le loro precedenti aspettative e aspirazioni sono state principalmente indotte e plasmate dall’immaginario hollywoodiano, che nulla ha a che vedere con la realtà), chi invece crede nelle Forze Armate come un settore della società moderna, previsto e governato dalla Costituzione Italiana (quest’ultima esempio di modernità democratica invidiato da più parti nel mondo), da leggi e regolamenti (pertanto sottratto all’arbitrio), e a fondamento delle quali risiede lo spirito di servizio, la fedeltà nei confronti del popolo Italiano (e non semplicisticamente nei governanti o nei politici), l’intento di fare concretamente qualcosa per il proprio Paese e la sua popolazione, in contrapposizione all’imperante dominio dell’interesse particolare di combriccole di affaristi dallo stomaco peloso e senza fondo. Io appartengo a quest’ultima categoria, e ho l’onore di servire come Ufficiale in Aeronautica Militare. L’orgoglio – ahimé ultimamente un po’ malconcio – con cui indosso la mia uniforme non mi esime però, leggendo il tuo blog, dal riflettere sul senso profondo della mia scelta e delle mie motivazioni, cogliendo tutta una serie di contrasti, paradossi e disallineamenti, fondamentalmente basati sulla constatazione che le Forze Armate, in quanto puro e semplice strumento di una volontà politica (sia essa espressione di una democrazia o meno), possono essere utilizzate bene o male, a favore o contro, per uno scopo o per il suo contrario.

    PRIMO PARADOSSO:
    Cito dal tuo articolo:
    “prendendo quella strada, implicitamente accetti di poterti ritrovare nella situazione di dover uccidere anche persone inermi e bambini, di avvelenare il loro territorio e distruggere la vita della generazione attuale di sopravvissuti e di quelle future. Magari ti illudi che potrebbe non accadere, ma com’è possibile non essere in grado di pensare che quella possibilità esista concretamente e che tu potresti diventarne complice o artefice diretto? Quando decidi per il “sì”, decidi anche che quell’eventualità, che forse ti disturba e ti mette a disagio, è meno importante di altre”.
    Eccetto che per l’azione di avvalenare deliberatamente qualcuno, quanto tu descrivi è letteralmente applicabile anche alle seguenti situazioni:
    - chi guida un’automobile in modo scriteriato;
    - chi irrora di insetticida con poca attenzione un campo seminato al limitare di un centro abitato
    - chi accende un barbecue al limitare di una pineta secolare, méta di turismo di massa.

    In pratica è applicabile a quasi tutte le azioni umane.

    Domanda 1: quando una persona impugna un’arma e fa fuoco contro un’altra persona, ad uccidere o ferire è l’arma oppure è la volontà che contrae il dito sul grilletto? Allo stesso modo, quando una Forza Armata spiega le proprie forze in campo causando perdite, quelle perdite le causano i militari oppure i dirigenti dello Stato che ne hanno ordinato l’impiego?
    Domanda 2: lo “stato eteronomico” definito a seguito dell’esperimento Milgram (da te citato nell’articolo) è applicabile solo ad un militare che aziona un’arma durante un’operazione, oppure anche allo stesso militare che salva una famiglia alluvionata calandosi da un elicottero nel bel mezzo di una tempesta monsonica, in entrambi i casi in obbedienza ad un preciso ordine impartito dall’alto?
    Domanda 3: perché nessuno ha rilevato che l’esperimento carcerario di Stanford non è applicabile alla realtà militare, laddove agli studenti-carcerieri viene data AMPIA DISCREZIONE SULLA SCELTA DEI METODI PER MANTENERE L’ORDINE (nella realtà avviene il contrario, per mantenere l’ordine tu, guardia, ti devi attenere ad una tale messe di regole da impiegare mesi di studio), mentre se gli stessi eventi violenti – come descritti da Wikipedia – fossero successi a militari veri questi sarebbero finiti in galera per trent’anni?
    Domanda 4: perché nessuno ha rilevato che l’esperimento Milgram e quello carcerario di Stanford non sono accaduti in un ambiente militare, ma universitario e di gente priva di uniforme?
    Domanda 5: ferme restando le innegabili nefandezze commesse dal personale (militare) in servizio nel carcere di Abu-Ghraib, perché nessuno si è sentito in dovere di precisare che le dure condanne – sul piano etico e morale, sociale, penale – inflitte a tali criminali sono anche conseguenza della VIOLAZIONE DELLE REGOLE DEL CARCERE, CHE VIETAVANO ESPRESSAMENTE TALI COMPORTAMENTI DA PARTE DELLE GUARDIE?

    ALCUNE CONSIDERAZIONI IN ORDINE SPARSO:

    - le Forze Armate, come ho detto sopra, non sono un organismo monolitico, impenetrabile, avulso dalla Società di cui sono espressione. Soffrono della stessa umana fallacia della medesima società per la quale operano.
    - per quanto ti sia difficile da accettare (e infatti nessuno è più tenuto a prestare obbligatoriamente servizio nelle Forze Armate) il tipico sistema di regole in vigore nel mondo militare, che si sostanzia nel rispetto di una disciplina e nella gerarchia, è fondamentalmente una misura atta a governare e limitare l’indiscriminato uso della violenza associato alla padronanza delle armi. Esattamente in questo risiede l’imprescindibile differenza tra un’Unità militare ed una banda di predoni, oppure tra un gruppo di militari ben addestrati ed un gruppo di universitari ingaggiati per un esperimento sulla vita carceraria, che si tramuta in soli cinque giorni in un’accolita di sadici e violenti fuori da ogni controllo. Ogni recente episodio passato alla storia per la violenza perpetrata ai danni della popolazione civile da parte di unità militari si contraddistingue per una precisa CARENZA DI AUTORITA’ AL COMANDO, che altrimenti avrebbe impedito tali atrocità. Altra misura volta a limitare l’uso indiscriminato della forza conseguente alla padronanza delle armi è l’addestramento, che contrariamente a quanto da te affermato non è funzionale al plagio delle menti e delle coscienze, ma semplicemente evita che un’arma provochi danni/feriti/vittime in misura superiore al necessario e sufficiente (sebbene si potrebbe disquisire per settimane sulla natura e liceità morale di tale “sufficiente necessità”), ottenendo un risultato con efficacia (efficacia = il rapporto tra i risultati ottenuti e l’obiettivo voluto: per espugnare un fabbricato, in passato si radeva al suolo un intero quartiere, oggi invece è possibile attaccare la singola finestra di un singolo caseggiato). In aggiunta a ciò, è stato creato tutto il sistema del Diritto Internazionale dei Conflitti Armati, non esente da difetti e dubbi e storture interpretative, ma comunque assai preciso nel definire cosa sia un’azione legittima e cosa non lo sia. In quest’ultimo caso è competente il Tribunale Penale Internazionale dell’Aia.
    - spero di fare cosa gradita nell’informarti che lo “stato eteronomico” nella compagine militare, perlomeno in Italia, è stato ampiamente disinnescato e neutralizzato dalla normativa sulla Disciplina Militare introdotta con Decreto del Presidente della Repubblica del 1978 (quindi successiva agli esperimenti da te citati), che introduce il concetto di “ordine legittimo”: se qualcuno mi ordina di compiere un’azione manifestamente contraria alla legge, ho il DOVERE di non eseguire l’ordine e di informare i superiori. In caso contrario sono reputato complice in un reato, senza la possibilità di addurre l’ordine stesso quale scusante a mia discolpa.
    - volendo focalizzare l’attenzione sulle parole di Errico Malatesta, non mi risultano esempi degni di nota, presenti o passati, di lotta alla criminalità mediante abolizione della Polizia. Allo stesso tempo è vero che la semplice presenza di un Corpo di Polizia non è sufficiente a far sparire la criminalità. Quest’ultima, infatti è un fenomeno sociale, mentre la Polizia è un’espressione della volontà di uno Stato. Il principio della fine avviene quando la seconda viene contaminata dal primo.

    Spero, con il mio piccolo pensiero, di avere contribuito ad un dibattito che vedo comunque con favore (il dibattito ed il confronto sono sempre stati al centro di ogni umano progresso). Si può essere a favore o contro le tue parole, ma di sicuro non indifferenti.

    Un saluto.

  12. Mi piace il tuo intervento, perché è coraggioso e ben argomentato. Chiaramente il mio punto di vista è parziale: non ho mai fatto parte dell’esercito, sono stato obiettore quando ancora la leva era l’opzione di “default” e quindi non so cosa proverei ad essere un militare. Inoltre, seguo con convinzione un’ideologia di tipo nonviolento, quindi come puoi immaginare, difficilmente riusciremo a trovare totale accordo su questi argomenti.

    Hai scritto molte cose e dovrei farmi un appunto per poter rispondere punto per punto. Intanto vorrei spiegare più chiaramente alcune cose.
    Quando ho scritto di avvelenare il territorio, non intendevo necessariamente un’azione volontaria e, nel caso comunque di azione volontaria (un bombardamento con napalm, armi nucleari o bombe al fosforo bianco non possono non essere volontarie), non posso negare che gli effetti collaterali (volendo supporre che non fosse quella l’intenzione principale) siano anche di contaminazione del territorio. In questo includo anche le porzioni di territorio nelle quali vengono dimenticate mine o parti di ordigni a frammentazione come quelli citati in uno degli articoli che avevo collegato.
    Io vivo in un territorio che ha subito molti bombardamenti durante le due guerre e capita saltuariamente che sia necessario l’intervento degli artificieri per poter rimuovere quegli ordigni che potrebbero, tutt’oggi causare danni, feriti o morti. Questo mi ha fatto molto pensare. Armi sganciate da nazioni che in un breve periodo ci erano nemiche, rimangono sul territorio. Il conflitto cessa, noi non siamo più nemici di quelle nazioni, ma alleati. Tuttavia, quelle armi che ci avevano sganciato contro, rischiano ancora di causare sofferenza. Come se fossimo ancora nemici loro.

    Il paradosso che hai scritto, secondo me non calza. Nell’imparare ad utilizzare l’automobile, non c’è nessuno che ti insegni come investire persone nel modo più efficace, o come causare il maggior numero di danni ad altri veicoli limitando i morti accidentali. Impari a guidare l’automobile perché ti fa comodo saperti spostare con un veicolo e lo scopo dell’insegnamento si limita a questo ed al modo migliore di interagire con gli altri utenti della strada, mediante l’apprendimento di regole più o meno sensate che riducano la possibilità di errore. L’addestramento militare, è altra cosa. Si può dire che insegnino a distruggere ed uccidere con criterio, magari limitandosi al massimo. Ma lo scopo finale rimane quello. Un fucile viene costruito per causare danni e morte, un’automobile per spostarsi velocemente e comodamente. Inoltre, la distinzione fra oggetto utilizzato ed intenzione è molto importante, ma non bisogna dimenticare che la nostra mente agisce in modo diverso a seconda delle caratteristiche ambientali, che comprendono il corpo, gli oggetti adiacenti e di uso più frequente e via sfumando fino a ciò che è più distante. Si tende a modificare il proprio comportamento in base a ciò si cui si estende la nostra mente. C’è una frase che mi piace molto che dice “Per un bambino con in mano un martello, ogni cosa si trasforma in un chiodo”. Tornando ad esempi automobilistici, come si può notare nella quotidianità, chi guida automobili più potenti tende a voler sfruttare quella potenza, chi guida automobili più robuste o che danno maggior senso di sicurezza, tende a sottovalutare i rischi del proprio comportamento al volante, chi usa motociclette sportive (per prendere un esempio a me vicino), tende a voler guidare troppo velocemente, e via dicendo. La presenza costante di armi e strumenti costruiti per distruggere, inevitabilmente va a modificare i nostri processi mentali, anche se razionalmente ci costringiamo con una fortissima autodisciplina ed obbedienza. La facilità e l’”umanità” del commettere errori è una cosa che non va mai sottovalutata. Quanto più una persona ha potere (e le armi sono strumenti che danno molto potere), tanto più saranno gravi le conseguenze dei propri inevitabili errori.
    Per motivi analoghi, anche gli altri esempi simili non mi sembrano calzanti.

    Intanto questo… Appena possibile cercherò di rispondere anche al resto.

  13. Ciao, e grazie per la tua risposta, seria e pacata ogni oltre mia più rosea speranza. Dico così perché in passato a pù riprese mi è capitato di affrontare l’argomento, che mette a durissima prova le mie convinzioni progressiste, con persone che denotavano una rigidissima chiusura ad ogni – benché minima – forma di dialogo, addirittura inquadrandomi nella categoria degli “sbirri”. Non dico argomentazione, dico proprio il semplice e civile dialogo. Attendo pertanto il prosieguo del tuo pensiero, che suscita già parecchio interesse. Grazie e alla prossima. Luca

  14. Provo a continuare. Le domande 1 e 2 sono legate. Lo stato eteronomico, è applicabile ad ogni situazione in cui si può identificare un’autorità incarnata o meno, oppure un ideale che si ritiene superiore. In tutti questi casi, la propria individualità ed il senso critico vengono messi in grossa difficoltà. Questo non significa che in uno stato eteronomico si possano esclusivamente commettere azioni atroci, ma che si modifica il proprio comportamento in modo da agire secondo ciò che l’ideale, l’autorità, il dio, vorrebbe che si agisse. Ci sono state molte persone religiose, di qualsiasi religione (anche quelle che consideriamo più “crudeli”), che diventando “agenti incarnati” della divinità, hanno fatto cose molto buone per la gente, ed altre che hanno causato grande sofferenza (pensiamo alle guerre sante, alle crociate, e via dicendo). Quindi, l’entrare in uno stato eteronomico non causa, in sé, situazioni in cui si è portati a infliggere dolore in modo distaccato, ma semplicemente ti pone in una configurazione mentale che ti rende più difficile notare gli errori dell’autorità o quelli insiti nella legge, o nel dogma a cui ci si sta dando. Si rischia quindi di diventare veicoli amplificatori di questi errori. (Il discorso sugli errori è quello che avevo scritto prima).
    È un po’ lo stesso ragionamento che avevo fatto qua: http://neuroneproteso.wordpress.com/2009/11/14/autorita-e-senso-comune-nella-morale-il-ruolo-della-religione/
    Ma che allora non avevo ancora focalizzato così chiaramente.
    Nelle successive domane, mi metti in evidenza il fatto che per evitare situazioni perverse, sono stati creati dei precisi regolamenti.
    Non posso negare che questi regolamenti spesso funzionino (anche se si nota più spesso quando questi vengono applicati a scopo riparatore, più che di prevenzione), e che in certi ambienti, la loro mancanza causerebbe disastri terribili.
    Io credo che siano proprio quegli ambienti (addestramenti all’uso di strumenti mortali e distruttivi, addestramenti all’uso dell’autorità per soggiogare le persone), ad essere talmente delle situazioni limite e difficili da gestire emotivamente, per le persone, da dover richiedere la creazione di autorità e regole sempre più forti. In questo modo si riesce a rimanere in bilico fra la propria capacità di distruzione e di imporre la propria volontà sull’altro, e la disciplina che ti impedisce di abusarne. Si pensa, credo, in questo modo, di avere un potenziale utilizzabile in caso di necessità, e di riuscire a tenerlo a freno quando esso non è necessario o causerebbe sofferenza ingiusta. Ma rimane sempre una situazione “borderline”, che non tutti sono in grado di gestire. Ed appunto, mi sorprendevo di come fosse possibile che una persona, scegliendo la carriera militare, non potesse accorgersi di finire in una situazione simile, dove il rischio di fare del male è talmente vicino da non riuscire spesso a vederlo. Ci si deve fidare ciecamente di troppe variabili incerte, come il proprio autocontrollo, la giustizia dell’autorità che ci da i comandi, la nostra capacità di accorgerci degli eventuali errori di essa, il coraggio e la capacità di uscire dallo stato eteronomico per poterla mettere in discussione (“e cosa accade se invece sono io a sbagliarmi?”). Tutte cose che difficilmente si possono prevedere fino a quando non le si sperimenta.
    Per questo, io mi chiedo se una persona in procinto di iniziare una carriera da militare, si faccia questo tipo di domande e se sì, secondo quale ragionamento riesca alla fine a decidere di correre un rischio così grande.
    Perché, se si vuole essere d’aiuto alla gente che abita sul proprio territorio, si deve decidere di entrare a far parte di un corpo armato, e non invece in qualche altra associazione o corpo di aiuto o che venga utilizzato in casi di estremo pericolo civile (vigili del fuoco, ad esempio)?
    So bene che le società attuali sono costruite in modo da rifiutare la violenza generalizzata, delegandone però l’uso a poche persone scelte che, teoricamente, dovrebbero essere addestrate per farne un uso saggio. Io sono convinto però, che non esista un uso saggio della violenza, anche se storicamente, essa è stata talvolta funzionale nel fermare pericoli e possibili violenze peggiori. Ma i pericoli e le possibili violenze peggiori, li possiamo distinguere solo guardando il passato. Per quanto riguarda l’ora ed il futuro, non possiamo far altro che stimare, indovinare… e seppur delle volte possa essere facile questa stima, moltissime altre no. E rischieremo di illuderci, di credere che la nostra previsione sia corretta anche in caso contrario, e la porteremo avanti con la stessa convinzione che abbiamo ogni volta che siamo certi di una nostra previsione.
    Forse ora si riesce a capire meglio il mio rifiuto della violenza e dei corpi armati. Sono, per me, troppo pericolosi, e troppo alto vedo il rischio di perdita di controllo.
    Penso che tutti vorremmo arrivare ad una civiltà senza violenza e senza sofferenza inflitta dagli uomini sugli uomini e sulle altre specie, ma penso che non ci arriveremo mai se continueremo a pensare che delle volte la violenza possa essere giustificata. Perché anche se animati di buoni propositi, di fatto, continueremo a perpetrane l’idea.

    Mi sono un po’ dilungato. Poi vedrò se riesco a scrivere qualcosa anche sul resto del tuo commento.

  15. Proseguo. Al resto del commento, ho in parte già risposto nel messaggio precedente. Anche sull’uso dell’autorità per tenere a freno il pericolo di abuso di potere.
    Mi fa piacere sapere che un militare possa rifiutarsi di eseguire un ordine se illegittimo. Quello di cui non sono sicuro però, è quante possibilità abbia un “esecutore”, di comprendere l’illegittimità di un ordine (escludendo cose palesi come: bombarda l’ambulanza, lancia una granata sul civili, e via dicendo) e quanto questo pensiero critico venga incoraggiato o, al contrario, osteggiato.
    Mi spiego meglio. Che possibilità avrei, da soldato di basso grado, di conoscere abbastanza dei piani ai quali appartengono gli ordini che mi sono stati dati, in modo da farmi un precisa idea dello scopo e delle ripercussioni che avranno le mie azioni? Che possibilità ho di sapere se una persona qualsiasi nella catena di comando sta mentendo o nascondendo qualcosa in modo da far eseguire comunque degli ordini che, se accompagnati dalla verità, potrebbero risultare inaccettabili? Ho questa possibilità, oppure devo avere fede nei miei superiori? Quanto vengo incoraggiato o scoraggiato ad agire di testa mia? Nel caso mi rifiutassi di eseguire un ordine e denunciassi chi me l’ha dato, se nel processo che seguirà (suppongo che ci sarà un processo o qualcosa di simile) risultasse che sono stato io invece a sbagliare, cosa rischierei? Cosa rischierei invece se comunque avessi avuto ragione? Siamo sicuri che l’ambiente non sia tale da inibire questo genere di azioni individuali, anche se formalmente permesse?
    È un po’ come il discorso sulla stampa che spesso si fa nei riguardi delle testate giornalistiche che appartengono a Berlusconi, suo fratello o qualche suo associato (questo discorso lo espongo come dato di fatto, perché credo che sia abbastanza lampante anche per chi è seguace suo): è molto difficile che un giornalista, in un ambiente come quello che abbiamo in questo paese, scriva qualcosa di veramente critico sul proprio padrone, non perché abbia ricevuto ordini precisi di non farlo, ma per un misto di inconscio timore e senso di appartenenza e gratitudine verso chi gli da da lavorare.
    Volendo prendere una situazione diametralmente opposta, parlerei del metodo scientifico. Nelle scienze, la confutabilità di una teoria è una cosa richiesta e fondamentale. Gli scienziati vengono incoraggiati a trovare falle nelle teorie e gli errori scoperti sono di estrema utilità per il progresso. Questo perché lo scopo della ricerca scientifica, è di avvicinarsi il più possibile alla verità.
    Lo scopo dell’esercito non è di avvicinarsi alla verità, ma di eseguire nel modo più efficiente operazioni delicate (che possono essere di violenza, distruzione dell’avversario, ma anche di salvataggio). L’esercito credo che non si possa permettere di lasciare troppa libertà confutatoria ai suoi appartenenti (in caso contrario, non esisterebbero nemmeno delle ferree gerarchie), perché questo scardinerebbe l’efficienza. Il prezzo da pagare è l’essere pronti a commettere un certo numero di errori disastrosi, ma che in qualche modo siano accettabili per via delle molte altre operazioni ben riuscite. Il problema nasce quando questi errori causano danni e vittime fra le persone civili. Si rende necessario parlare di numeri, ma ogni persona è in individuo con legami affettivi ed una storia personale ed unica.
    Potrei fare un paragone con il metodo induttivo. L’induzione è un meccanismo che da tanti casi singoli, tenta di costruire una regola generale. Può essere una frequente causa di illusioni e falsi, ma la selezione naturale “ce l’ha lasciata” perché in certe situazioni di sopravvivenza, era più conveniente per l’uomo avere dei falsi positivi, che il contrario. Per l’uomo primitivo era più conveniente indurre che il movimento di un cespuglio fosse causato da una belva e quindi decidere di fuggire, che non perdere tempo per indagare e quindi rischiare di venire sbranato. Questo anche se altre volte il movimento non era causato da belve e l’uomo fuggiva inutilmente (magari lasciando per terra tutto il cibo che aveva fino a quel momento raccolto). È una situazione delicata e critica, dove viene privilegiata l’efficienza alla ricerca della verità.
    Ma… http://it.wikipedia.org/wiki/Tacchino_induttivista

    La frase si Malatesta, secondo me, andrebbe letta alla luce di tutto ciò che ho scritto in questi commenti, specialmente in quello dove ho scritto dell’uso degli oggetti e di come si modifica la mente in base all’ambiente e quando ho scritto dell’uso della violenza per prevenire violenze peggiori (che di fatto perpetua l’idea che la violenza possa essere giustificata).
    Di certo, in QUESTA società, togliere improvvisamente le forze di polizia causerebbe disastri. Tutta la società è costruita su schemi competitivi, conflittuali ed opportunistici che quindi, necessitano purtroppo, di qualcuno che gestisca la violenza.
    Per poter eliminare la violenza e la necessità di qualcuno che la debba gestire, è prima necessario modificare la società dal basso, passano da uno schema competitivo ad uno di mutua collaborazione, di parità di diritti e poteri e via dicendo. È necessario che ognuno educhi se stesso, che si renda esempio vivente della società futura, in questo modo, forse, c’è la possibilità che poco alla volta emergano piccole chiazze di cambiamento. Le rivoluzioni, l’abbiamo imparato dalla storia, o non durano, oppure si trasformano in altre dittature.
    Malatesta, ovviamente, parla con in mente l’ideale anarchico, nel quale la perfetta parità, l’eliminazione di ogni forma di sfruttamento e l’aumentata responsabilità individuale (necessaria per saper gestire la maggiore libertà), _dovrebbero_ eliminare alla radice le cause della criminalità e della violenza.

  16. Un’aggiunta: se nell’esperimento carcerario potrebbe aver senso ciò che hai scritto (cioè che con una gestione più consapevole ed autoritaria del potere, si sarebbe evitato il disastro… ma mi chiedo però, fino a che punto si può aumentare il controllo autoritario, diminuendo l’autonomia degli esecutori. il discorso è sempre quello… in queste situazioni, è inevitabile che si sia sempre in un pericolosissimo bilico), la stessa cosa non si può dire per l’esperimento Milgram.
    http://it.wikipedia.org/wiki/Esperimento_Milgram

  17. Bello il titolo del vostro portale! E molto indovinato.
    Appunto “il (l’unico) neurone” che vi gironzola nella zucca …vuota. Forse più che “proteso” lo chiamrei però “preteso”, perchè vanamente pretenderebbe di avere dignità di cellula cerebrale pensante…
    Il fatto è che decerebrati, disertori di ogni valore morale e civile, canaglia codarda, possono tranquillamente continuare a infestare la terra come il muschio le piante sane e svettanti, perchè al mondo ci sono quegli imbecilli di miltari che ci lasciano la vita per darvi la possibilità di dire cazzate a ruota libera.

  18. È possibile che tu abbia scritto questo commento affrettatamente. Forse non hai letto i commenti precedenti, in particolare quello di Mastercaution e le mie risposte.

    Sei libero di pensarla come vuoi. Il mio non era un post per cercare di convincere i lettori, ma un tentativo di esprimere la mia sorpresa su come fosse possibile che chi decide di iniziare una carriera militare non si ponga certi dubbi (che, per quanto mi riguarda, sono importanti) e se se li pone, grazie a quale meccanismo li riesce a scansare.

    Come ho scritto nella prima risposta a Mastercaution, so di avere una mia idea a-priori (com’è normale che sia) e sono consapevole del mio punto di vista parziale, di persona convintamente pacifista e nonviolenta. Sono anche consapevole della mutevolezza del mio pensiero.
    La natura “aleatoria” e mutevole delle idee che esprimo nei miei post, è ancora di più accentuata dal fatto che scrivo sotto pseudonimo e che non rivendico alcuna paternità o merito sui contenuti originali del blog (come si può leggere nel riquadro in alto della homepage).

    Libero di pensare che io scriva cazzate a ruota libera e che la mia intelligenza sia subnormale, data dalla presenza di un solo neurone (senza alcuna connessione con altri, non può essere “cellula pensante”, dato che l’intelligenza e la coscienza nascono dalle relazioni fra le varie parti e non dalle singole separate. per questo, il poveretto si protende nel tentativo di raggiungere con il suo dendrite la sinapsi di un altro suo simile). Ma se a dirlo sono io, dico una cosa quasi ovvia, ammettendo la mia fallibilità (naturale ed inevitabile), se invece a farlo è qualcun altro, appena arrivato, che irrompe in modo aggressivo, questa persona deve aspettarsi di venire giudicata negativamente dal lettore occasionale.

  19. “Il fatto è che decerebrati, disertori di ogni valore morale e civile, canaglia codarda, possono tranquillamente continuare a infestare la terra come il muschio le piante sane e svettanti, perchè al mondo ci sono quegli imbecilli di miltari che ci lasciano la vita per darvi la possibilità di dire cazzate a ruota libera.”

    Ci manca un “W il Duce”. Ah no, anche lui da giovane fu arrestato per diserzione.

  20. Quel “canaglia codarda” aveva fatto pensare subito anche a me, al modo tipico di esprimersi di quel periodo e che spesso viene riutilizzato dalle persone che giudicano positivamente il fascismo italiano. Forse l’uso di quelle espressioni viene fatto per il fascino estetico del linguaggio, o anche come modo di riconoscersi fra loro senza dover esplicitare chiaramente (e rischiosamente) la propria ideologia.

    Vabbeh. Il tipo (che tra l’altro ho scoperto essere uno scrittore) non sembrava comunque interessato alla discussione.

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  27. Molte persone si arruolano per il posto fisso e preferirebbero stare lontano da possibili guai, ricordo che poter uccidere significa anche poter essere uccisi, sono quindi soprattutto motivazioni economiche a spingerli. Ci sono quelli che lo fanno perchè desiderano una vita operativa e questi lo fanno o perchè vogliono misurarsi con qualcosa di forte, essere attivi, o perchè credono in valori come la patria, la bandiera, il gioco di squadra ecc… in genere sono sempre valori positivi a spingere queste persone.

  28. Ma se la priorità di una persona è quella di avere un posto fisso e sceglie di arruolarsi, significa che ritiene meno importante o sottovaluta il rischio di dover uccidere delle persone. È vero che rischia di farsi uccidere, ma data la scelta fatta, probabilmente ritiene poco probabile che accada, altrimenti perché rischiare tanto? Non so cosa intendi per “vita operativa”, è un modo di dire che non ho mai sentito, tuttavia se scelgono di “misurarsi con qualcosa di forte”, pur sapendo che questo tipo di misura implica l’uccisione, significa che danno maggiore priorità alla propria individuale emozione, rispetto alla vita altrui, oppure che ritengono la possibilità di dover uccidere talmente remota da non considerarla sufficiente (ma in questo caso, non si percepirebbe il “qualcosa di forte” con cui misurarsi). Eppure, i dati sui morti nei conflitti sono molto chiari, così come le testimonianze registrate. Mai sentito parlare di suicidi di soldati, ormai tornati nel proprio paese, causati da disturbo post traumatico? https://corrieredellacollera.com/2012/11/27/u-s-a-i-suicidi-nelle-ffaa-sono-fuori-controllo-il-pentagono-non-provvede-di-antonio-de-martini/ Il lavoro del soldato implica la possibilità di uccidere e di venire ucciso, è inutile e falso girarci intorno o fingere che non sia così.
    Chi si vuole arruolare deve essere sincero con se stesso, e capire se lo sta facendo perché intende rendersi strumento di un ideale, o provare forti emozioni, o guadagnare un ottimo stipendio e che non importi chi e quanti debbano morire. Oppure ritiene di poter fare il soldato senza correre mai il rischio di uccidere. Perché nel secondo caso, sta sottovalutando la realtà, mentendo a se stesso, oppure illudendosi. Sono sicuro che una sincera introspezione riguardo a questo, potrebbe portare ad discreto shock morale. In entrambi i casi, la possibilità di dover uccidere sarà sempre presente, indipendentemente da ciò che si può credere.

    Quanto a patria e bandiera, si potrebbe discutere e divagare ma preferisco non farlo. Suppongo però che quando una persona dice di voler difendere la patria, lo faccia perché con questo intende dire che vuole difendere le persone che gli stanno vicino e che gli sono care. In questo caso, mi verrebbe da pensare che questa persona si sta illudendo. Sono ormai alcuni decenni che gli eserciti dei paesi ricchi non vengono utilizzati a scopo di difesa del proprio paese, ma al contrario, come forza di occupazione in paesi esteri o come forza repressiva all’interno dei propri confini.
    Non dubito che una persona pensi di se stessa di essere buona e di seguire valori positivi. Quello su cui voglio mettere il dubbio, invece, è: sicuri che non vi stiate illudendo? Non stiamo parlando nemmeno di arruolarsi in un periodo di guerra in cui il territorio in cui vive ed in cui vivono le persone care è minacciato da un esercito avversario. Quello è accaduto in passato e, probabilmente, è proprio quest’idea romantica della difesa eroica dei propri cari da un avversario agguerrito, ad attirare molte persone idealiste… Ma in questo periodo storico, la realtà è molto diversa.

    Consiglio la lettura di questo articolo, che si presenta come un parallelo molto interessante a questo discorso dal punto di vista psicologico e morale: https://neuroneproteso.wordpress.com/2012/03/10/lavorando-in-incognito-in-un-macello-un-intervista-con-timothy-pachirat/

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