Ho scritto molto spesso riguardo alla profilazione degli utenti ed a quanto questa venga sottovalutata.
In questo articolo avrete un esempio ed altre spiegazioni a confutazione del frequente ragionamento che sento spesso fare: "Non mi importa che aziende e governi raccolgano dati su di me o che mi traccino, perché non ho nulla da nascondere".
È un ragionamento che manca il nocciolo del problema, cioè come la molte dei dati viene usata e se fidarsi o meno di chi li raccoglie e mette in relazione. Siamo sicuri che verranno sempre usati in modo lecito? Che non ci saranno mai cambiamenti nelle politiche di uso dei dati?
[...]come ha fatto la polizia olandese a piazzare gli autovelox esattamente dove i limiti di velocità vengono più violati? L’ha scoperto il quotidiano “Algemeen Dagblad”: la società TomTom ha fornito al governo olandese i dati sulla velocità degli automobilisti raccolti dai suoi sistemi di navigazione gps, e la polizia se ne è servita per identificare i punti “caldi”. Ossia per prevedere ciò che sarebbe avvenuto.
Chi si sarebbe mai aspettato che i dati raccolti dai navigatori satellitari potessero venire usati per piazzare autovelox nel punti più profittevoli? Quanti avrebbero comprato un gps, se al momento dell’acquisto gli avessero detto che durante l’uso sarebbero stati raccolti dati per capire, fra le altre cose, dove mettere degli autovelox in modo più efficiente per poter stanare più persone possibile? Forse questo possibile uso non era stato previsto, inizialmente, nemmeno dalla ditta costruttrice, ma quando se n’è presentata l’occasione, è stata semplicemente sfruttata. Di fatto, chi raccoglie i nostri dati, non è nemmeno in grado di garantire che questi non verranno mai usati per scopi imprevisti (ma magari sgradevoli per noi), semplicemente perché col passare del tempo potrebbero cambiare alcune politiche, interessi, influenze dall’alto, mentre i nostri dati rimarrebbero comunque a disposizione di qualunque possibile utilizzo.
Questo è un esempio banale e tutto sommato "innocuo", ma pensiamo ad esempio all’uso che viene fatto dei social network dai corpi di polizia, per sapere in anticipo come si organizzeranno manifestanti e dissidenti e in quali strade passeranno.
Da Libreidee
Attenti: il Grande Fratello sa già dove saremo domani
Non si è ancora spento il clamore per la registrazione dei nostri movimenti in un file nascosto dell’iPhone, e già un’altra notizia lo scavalca: come ha fatto la polizia olandese a piazzare gli autovelox esattamente dove i limiti di velocità vengono più violati? L’ha scoperto il quotidiano “Algemeen Dagblad”: la società TomTom ha fornito al governo olandese i dati sulla velocità degli automobilisti raccolti dai suoi sistemi di navigazione gps, e la polizia se ne è servita per identificare i punti “caldi”. Ossia per prevedere ciò che sarebbe avvenuto.
Un meccanismo applicabile a tanti altri ambiti della nostra vita, come racconta il fisico Albert-László Barabási, direttore del centro di ricerca sulle reti complesse alla North Eastern University di Boston in “Lampi. La trama nascosta che guida la nostra vita”. «Sapere dov’è stata una persona negli ultimi tre mesi ci consente di predire con una accuratezza del 93 per cento dove sarà domani. Questo risulta dal nostro studio su 50 mila utenti di telefonia mobile. In nessun caso, comunque, le previsioni sono risultate meno accurate dell’80 per cento».
II nostro percorso verso l’ufficio o le nostre gite fuori porta non somigliano al moto di gas e molecole, e allora come mai tutto questo interesse da parte dei fisici? «Oggi studiamo le dinamiche sociali per ragioni pratiche: ai fisici interessano i sistemi complessi, e grazie alla diffusione di internet, dei cellulari e del gps, ora il sistema complesso per cui si ha facilmente il maggior numero di dati e quello composto dalle attività e dagli spostamenti delle persone», spiega Barabási. E avverte: siamo molto più prevedibili di quanto acrediamo.
Per esempio: «Siccome non abbiamo idea di quando qualcuno ci scriverà, pensiamo che inviare email sia un’attività distribuita nel tempo in modo casuale. Ma non è così. Esiste uno schema: brevi periodi di attività intensa (i “lampi” del titolo), nei quali mandiamo molte mail, e poi lunghi intervalli senza messaggi». Senza saperlo, seguiamo una legge detta legge di potenza: «Inviamo l’80 per cento dei messaggi nel 20 per cento del tempo d’uso dell’email». Lo stesso succede con la distribuzione del tempo nella corrispondenza cartacea (anche quella di geni assoluti come Einstein e Darwin: la predicibilità non è indice di mediocre intelligenza) e per tante altre attività come visitare siti web o andare alla biblioteca civica.
Le applicazioni? «Innumerevoli. I dati raccolti via gps ci aiutano a prevenire ingorghi. Prevedere come ci sposteremo tramite treno o aereo ci permette di contenere le epidemie, come ha mostrato Alessandro Vespignani della Indiana University, che, grazie ai dati forniti da stazioni e aeroporti, ha predetto con precisione il numero di persone che sarebbero state colpite nel 2010 da H1N1 nelle grandi città americane e il mese in cui si sarebbe avuto il picco».
Chi, pur apprezzando le applicazioni vantaggiose degli studi di scienziati come Barabási, trovi motivo di conforto nel constatare che rimane pur sempre un sette per cento di percentuale di errore nelle previsioni sui nostri movimenti di domani, non si illuda troppo: «Quel sette per cento che non riusciamo a cogliere corrisponde a scelte che la persona non ha mai fatto prima, come provare un ristorante sconosciuto, consigliato da amici», spiega Barabási. «Ma se, insieme alla persona, studio anche il suo gruppo di riferimento, ecco che l’imprevedibilità scende al 3-5 per cento».
(Giuliano Aluffi, “Il grande fratello sa dove saremo domani (93 volte su cento)”, da “Il Venerdì di Repubblica” del 13 maggio 2011. Il libro: Albert-László Barabási, “Lampi. La trama nascosta che guida la nostra vita”, Einaudi, 324 pagine, 28 euro).
Vedi anche: tag privacy
questo argomento è affascinante e allo stesso tempo mi mette ansia. Ne abbiamo discusso da poco col mio coinquilino che era rimasto scioccato quando,dopo aver scaricato tutta la cronologia dei suoi status su facebook, si è reso conta di come chiunque potesse sapere molti dettagli della sua vita personale negli ultimi 2 anni. Inizialmente gli ho detto che era esagerato, e che comunque uno scrive solo quello che non vuole nascondere, ma dopo ho cercato il mio nome su google e mi sono messa a modificare impostazioni privacy di vari siti fino a non trovare informazioni sulla mia persona. Confesso che è stato molto difficile poichè alcune cose non riuscivo ad eliminarle pur modificando le impostazioni! E’ molto inquietante tutto ciò!
non solo. quando avevo un account su facebook, mi ero anche accorto che, saltuariamente, delle cose cancellate dalla bacheca da tempo, talvolta ricomparivano. questo dimostra che in realtà non viene cancellato nulla.
uno dei tanti motivi per cui mi sono cancellato (un altro è che sono così “onesti”, che la procedura per cancellarsi, la mettono in una pagina di difficile raggiungibilità, mentre quella per disabilitare l’account ma lasciare pubblici i propri dati, è quasi a portata di mano).
comunque, su facebook avevo raccolto tempo fa una serie di articoli: http://neuroneproteso.wordpress.com/2010/11/02/a-proposito-di-social-media/
penso che si sottovaluti molto la quantità di dati personali che si mettono a disposizione. si pensa ogni volta di pubblicare solo una piccola notiziola, uno status spiritoso o poco altro. se presi a sé, non sono significativi, ma messi tutti assieme ed in relazione, possono dire moltissimo.
Condivido in toto quanto suddetto, peccato che la maggioranza non se ne renda conto.
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