Lezione di scrittura creativa – Kurt Vonnegut

Preso dal libro Un uomo senza patria, che raccoglie articoli scritti da Kurt Vonnegut per varie riviste.

Ecco una lezione di scrittura creativa.

Regola numero uno: non usare il punto e virgola. È un ermafrodito travestito che non rappresenta assolutamente nulla. Dimostra soltanto che avete fatto l’università.

E mi rendo conto che alcuni di voi potrebbero avere qualche difficoltà a capire se sto scherzando o dicendo sul serio. Perciò da ora in poi quando scherzo velo faccio notare espressamente.

Per esempio: arruolatevi nella Guardian Nazionale o nei marines e insegnate la democrazia. Sto scherzando.

Stiamo per essere attaccati da Al Qaeda. Se avete della bandiere, sventolatele. Sembra che sia un ottimo metodo per tenerli lontani. Sto scherzando.

Se volete davvero ferire i vostri genitori e non avete il coraggio di essere gay, come minimo potreste darvi all’arte. Non sto scherzando. L’arte non è un modo per guadagnarsi da vivere. Ma è un modo molto umano per rendere la vita più sopportabile. Praticare un’arte, non importa a quale livello di consapevolezza tecnica, è un modo per far crescere la propria anima, accidenti! Cantate sotto la doccia. Ballate ascoltando la radio. Raccontate storie. Scrivete una poesia a un amico, anche se non vi verrà una bella poesia. Voi scrivetela meglio che potete. Ne avrete una ricompensa enorme. Avrete creato qualcosa.

Voglio spiegare anche a voi una cosa che ho imparato. Farò uno schema sulla lavagna qui dietro in modo che possiate seguire più facilmente il discorso (disegna una linea verticale sulla lavagna). Questo è l’asse F-S: fortuna – sfortuna. Qui sotto ci sono la morte, la miseria più nera e la malattia, quassù la grande ricchezza e l’ottima salute. La situazione media, normale, sta qui in mezzo (indica rispettivamente il fondo, la sommità e la parte centrale della linea).

Questo invece è l’asse I-E, dove I sta per inizio ed E per entropia. Benissimo. Non tutte le storie hanno questa forma molto semplice, molto elegante, che riesce a capire anche un computer (traccia una linea orizzontale che parte dal centro dell’asse F-S).

Adesso vi voglio dare un consiglio di marketing. Alla gente che si può permettere di comprare i libri e le riviste e di andare al cinema non piace sentir parlare di gente povera o malata, per cui è meglio che cominciate la vostra storia da quassù (indica il tratto superiore dell’asse F-S). Questo è il tipo di storia che vi capiterà di vedere in continuazione. Al pubblico piace da morire, e il copyright non è di nessuno. La storia si intitola “L’uomo in fondo al fosso” ma non c’è bisogno che parli veramente di un uomo né di un fosso. Funziona così: una persona si mette nei guai, ma poi riesce a tirarsene fuori (disegna la linea A). Non è un caso che la linea finisca più in alto di dove cominciava. Per i lettori questo è incoraggiante.

Un’altra storia si chiama “Lui incontra lei”, ma non ci deve essere per forza un lui che incontra una lei (inizia a disegnare la linea B). È così: qualcuno, una persona normalissima, un giorno qualunque, si imbatte in qualcosa di assolutamente straordinario: «Accidenti, questa è la mia giornata fortunata!» Ma poi: «Oh no, merda!» (disegna una linea che tende verso il basso). E poi la parabola risale (disegna una linea che torna verso l’alto).

Dunque: non voglio mettervi in soggezione, ma fatto sta che dopo essermi diplomato in chimica alla Cornell, dopo la guerra mi sono iscritto all’Università di Chicago e ho studiato antropologia, e alla fine ci ho preso anche un dottorato. Nel mio stesso dipartimento c’era Saul Bellow, e nessuno dei due ha mai fatto una spedizione sul campo. Anche se senza dubbio immaginavamo di farne. Io cominciai ad andare in biblioteca in cerca dei racconti degli etnografi, dei missionari e degli esploratori – una serie di imperialisti, in poche parole – per scoprire che tipo di storie avevano raccolto dalle popolazioni primitive. In realtà fu un grosso errore per me laurearmi in antropologia, perché io i popoli primitivi non li sopporto, mi sembrano stupidi da morire. Ma comunque sia: leggevo quelle storie, una dopo l’altra, raccolte dalle popolazioni primitive di tutto il mondo, ed erano tutte piatte come una tavola, come l’asse I-E che vedete qui. Perciò, ci siamo capiti. I primitivi non valgono un accidente, con quelle storie da poveracci. Sono veramente indietro. Guardate che bello invece lo saliscendi delle nostre storie.

Una delle più famose di tutti i tempi comincia quaggiù (fa partire la linea C da sotto l’asse I-E). Chi è questo personaggio così avvilito? È una ragazzina di quindici o sedici anni, e le è morta la mamma, quindi ha tutte le ragioni di essere triste, no? E quasi subito il padre si è risposato con una donna che è una megera insopportabile e ha pure due figlie stronze. Vi ricorda qualcosa?

Una sera c’è una festa a palazzo. La ragazzina deve aiutare le due sorellastre e l’odiosa matrigna a prepararsi, ma lei non potrà uscire di casa. Questo la rende ancora più triste? No, è già una ragazzina col cuore spezzato. La morte della madre basta e avanza. Le cose non possono andare peggio di così. E insomma, le altre tre se ne vanno tutte alla festa. Ma ecco che arriva la fata madrina (disegna una linea che sale per gradi), e le regala le calze, il mascara, e un mezzo di trasporto per andare al ricevimento.

Così, quando la ragazzina si presenta a palazzo, è la più bella della festa (disegna una linea che punta in alto). È così tanto truccata che la matrigna e le sorellastre non la riconoscono nemmeno. Un orologio non ci mette molto a battere dodici volte, e quindi lei fa un bel capitombolo. Ma dopo il capitombolo si ritrova allo stesso livello di prima? Eh no, col cavolo. Qualunque cosa succeda da lì in poi, lei si ricorderà sempre del momento in cui il principe si era innamorato di lei e lei era la più bella della festa. E così la ragazzina continua a sbattersi per tirare avanti, a un livello decisamente più alto di prima, fino a che la scarpetta non le calza a pennello e le fa raggiungere un livello di felicità smisurato (disegna una linea rivolta verso l’alto e poi un simbolo dell’infinito).

Ecco invece la storia di Kafka (fa partire la linea D da un punto vicino all’estremità inferiore dell’asse F-S). C’è un giovanotto piuttosto bruttino e senza grande personalità. Ha una famiglia antipatica e ha fatto tanti lavori senza ottenere mai una chance di avanzare nella carriera. Non ha una paga abbastanza alta per portare a ballare la sua ragazza o andare a farsi una birra con un amico. Una mattina si alza, è ora di andare a lavorare come al solito, e scopre di essersi trasformato in uno scarafaggio (disegna una linea che curva verso il basso e poi il simbolo dell’infinito). Questo è un racconto pessimista.

La domanda è: questo sistema che ho architettato ci aiuta nella valutazione della letteratura? Forse un vero capolavoro non può essere crocifisso su una croce di questo genere. Come la mettiamo con l’Amleto? Quella direi che è un’opera letteraria niente male. C’è qualcuno che potrebbe sostenere il contrario? Ecco, non devo neanche disegnare un’altra linea, perché la situazione di Amleto è la stessa di Cenerentola, solo che i sessi sono invertiti.

Gli è appena morto il padre. Lui è depresso da morire. E in quattro e quattr’otto la madre ha preso e sposato lo zio, che è un bastardo. Quindi Amleto sta viaggiando sullo stesso livello di sfiga di Cenerentola, quando a un certo punto arriva il suo amico Orazio e gli fa: «Senti, Amleto, c’è un coso in cime alle mura, mi sa che è meglio se ci parli tu. È tuo padre». Amleto sale sulle mura e parla con lo spettro, come sappiamo, abbastanza palpabile. E lo spettro gli dice: «Sono tuo padre, mi hanno assassinato, mi devi vendicare, è stato tuo zio, e adesso ti spiego come fare.».

E tutto questo per lui è un bene o un male? A tutt’oggi non sappiamo se il fantasma era veramente il padre di Amleto. Se vi siete divertiti un po’ con tavolini e pendolini, sapete che il mondo soprannaturale è pieno di spiritelli dispettosi che svolazzano qua e là, pronti a dirvi tutto e il contrario di tutto, e non bisogna dargli retta. Madame Blavatsky, una che sul mondo degli spiriti ne sapeva più di chiunque altro, diceva che è sciocco prendere sul serio gli spettri, perché spesso e volentieri sono dispettosi, e molte volte sono le anime di gente che è stata assassinata, si è suicidata o è stata terribilmente ingannata in una maniera o nell’altra durante la vita, e adesso cerca vendetta.

Perciò non sappiamo se quel coso era veramente il padre di Amleto, o se per Amleto la sua apparizione è stata un bene o un male. E non lo sa neanche lo stesso Amleto. Però dice ok, conosco un modo per scoprirlo. Adesso ingaggio degli attori che rappresentino l’assassinio di mio padre per mano di mio zio così come me l’ha raccontato il fantasma, metto su questo spettacolino e vedo come reagisce mio zio. E così Amleto mette su lo spettacolino. E non succede come a Perry Mason. Lo zio non dà di matto e non dice: «Sì… sì… Mi hai beccato, mi hai beccato, sono stato io, sono stato io». Il piano fallisce. Amleto ancora non sa se è stato un bene o un male. Dopo questo fallimento, si ritrova a parlare con la madre, le tende si muovono e lui pensa che dietro ci sia lo zio, e si dice: «Va bene, adesso sono stufo di essere sempre così titubante, cazzo», e pianta il pugnale nella tenda. E chi casca fuori? Quel trombone di Polonio. Un Rush Limbaugh1 ante litteram. Shakespeare lo ritiene un cretino, quindi un personaggio sacrificabile.

Sapete, i genitori stupidi pensano che il consiglio che dà Polonio al figlio quando parte sia un consiglio che si dovrebbe sempre dare ai figli, ma in realtà è il più stupido di tutti, e Shakespeare lo trovava addirittura ridicolo.

«Non chiedere né dar denaro in prestito». Ma che altro è la vita se non un continuo prestare e prendere il prestito, dare e ricevere?

«Ma soprattutto tieni questo in mente: sii sempre, e resta, fedele a te stesso». In altre parole, sii un egomaniaco!

Ma anche questa uccisione non è né un bene né un male. Amleto non viene arrestato. È il principe. Può uccidere chi gli pare e piace. E così la storia va avanti, e alla fine Amleto muore in duello. Va in paradiso o all’inferno? Una bella differenza. Cenerentola o lo scarafaggio di Kafka? Secondo me Shakespeare non credeva al paradiso e all’inferno così come non ci credo io. E quindi non lo sappiamo, se certe cose sono state un bene o un male.

Vi ho appena dimostrato che che a raccontare storie Shakespeare non era più bravo di un qualunque indiano Araphao.

Ma c’è un motivo per cui l’Amleto viene considerato un capolavoro, ed è che Shakespeare ci ha detto la verità, ed è molto raro che in questo saliscendi qui (indica la lavagna) qualcuno ci dica la verità. La verità è che noi sappiamo pochissimo della vita, e non capiamo mai davvero che cosa è bene e che cosa è male.

E se dovessi morire – Dio non voglia – mi piacerebbe andare in paradiso e chiedere a chi comanda lassù: «Ehi, ma insomma, che cosa è stato un bene e che cosa un male?»

  1. Celebre opinionista radiofonico americano di area conservatrice. [n.d.t.]

4 pensieri su “Lezione di scrittura creativa – Kurt Vonnegut

  1. In un certo senso, quello che speravo, collegandolo al post precedente, era di chiedermi in che misura ci aspettiamo di trovare questo genere di schemi anche nell’esperienza quotidiana. :)
    L’idea della narrazione e della “realtà”, che s’influenzano a vicenda.

    …e poi, l’ho trascritto anche perché Vonnegut scrive stupendamente :)

  2. Pingback: Lo Zen e l’arte della manutenzione di una corporazione « Il neurone proteso

  3. ed io:
    Qohelet?

    “Tutto quello che la tua mano
    Sarà capace di fare
    Fallo finchè ne hai forza

    Perchè non c’è azione

    Non c’è invenzione

    Non c’è sapienza

    Nella Terra dei Morti dove andrai”

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