Lo stile di Colin Ward (link su anarchopedia) è sempre piacevole. Un bravissimo divulgatore che riesce ad approfondire, mantenendo una scrittura discorsiva e piacevole. Lo scopo di questo saggio è dimostrare come una società organizzata anarchicamente sia possibile anche qui ed ora, senza la necessità di mitiche rivoluzioni e sfatando molti stereotipi comuni. Scopriamo che in moltissime occasioni ed ambiti, la società si auto organizza anarchicamente già ora, nonostante molti non se ne rendano conto, e che questo tipo di organizzazione, a fronte di una maggiore responsabilizzazione dei singoli e di un periodo di “rodaggio” superiore a quello delle organizzazioni centralizzate, tende ad essere, nel lungo periodo più efficiente, stabile ed “adattativa”.
Il libro spazia all’antropologia, alla psicologia sociale, portando esempi di esperimenti e di situazioni reali, che mostrano come funzioni l’auto organizzazione nella società umana. In un capitolo si fa anche un parallelo con la cibernetica e l’organizzazione naturale del cervello umano. Inoltre, vengono spiegate certe posizioni degli anarchici nei confronti del sistema penitenziario, delle forze dell’ordine, della legge, e del sistema previdenziale che, chi non è mai entrato a contatto con questa ideologia, ha difficoltà a comprendere.
Se non avete mai letto nulla riguardo all’anarchia, ma pensate di avere già una sicura opinione in merito, vi consiglio la lettura di questo libro. Vi sorprenderà.
Il libro è pubblicato dalla casa editrice Elèuthera. Sul sito di Tecalibri, potete trovare degli estratti e su questo blog, ho già pubblicato una parte di un capitolo che fa un parallelo fra anarchia e cibernetica.
Quarta di copertina:
“L’anarchismo non è la visione, basata su congetture, di una società futura, ma la descrizione di un modo umano di organizzarsi radicato nell’esperienza di vita quotidiana, che funziona a fianco delle tendenze spiccatamente autoritarie della nostra società e nonostante quelle”
Per molti l’anarchia è un improbabile modello sociale basato sulla disorganizzazione caotica. Per altri è invece un’utopia generosa ma impraticabile. Ribaltando entrambe le interpretazioni, Ward la intende come un’efficace forma di organizzazione non gerarchica, una vivente realtà sociale che è sempre esistita e tutt’ora esiste nelle pieghe della prevalente società del dominio. Utilizzando un’ampia varietà di fonti, l’autore articola in modo convincente la sua tesi volutamente paradossale, con argomenti tratti dalla sociologia, dall’antropologia, dalla cibernetica, dalla psicologia industriale, ma anche da esperienze nel campo della pianificazione, del lavoro, del gioco…
Colin Ward (1924 – 2010) è stato architetto, insegnante, giornalista e scrittore, ma soprattutto uno degli anarchici più influenti e innovativi del secondo Novecento. A partire dagli anni Sessanta, elabora un anarchismo pragmatico del «qui e ora» che rintraccia in particolare nei modi non ufficiali con cui la gente una l’ambiente urbano e rurale, rimodellandolo secondo i propri bisogni. Autore di una ventina di libri, per elèutera sono inoltre usciti Dopo l’automobile, Acqua e comunità, L’anarchia e Conversazioni con Colin Ward, a cura di David Goodway.
Io sono uno di quelli che vede l’anarchia, ahimè, come un’utopia. Ammetto che le mie idee anarchiche derivano innanzitutto da una sfiducia nel modello della/delle società di oggi (quindi una critica, ma non costruttiva), ammetto di non conoscere l’opera omnia di Bakunin e che ho esplorato il campo dell’anarchia in maniera astrattissimamente teorica e di aver fatto derivare le mie idee dallo studio della biologia (se volete vi spiego come), insomma, che probabilmente per molti parlo senza cognizione di causa e che non riuscirei a continuare un discorso serio senza uscirne dalle fila, però a me l’idea di organizzazione non gerarchica non torna proprio. Voglio dire: ovunque io abbia guardato dove c’era organizzazione c’era gerarchia (e viceversa, tant’è che non ho mai capito quale delle due venga prima nella costituzione di un “sistema” e quale ne sia la derivata).
Ma, (sic)come desidero venga fatto per me, voglio pensare che tanto l’autore del post quanto lo scrittore sappiano di cosa stanno parlando e quindi trasformerò questa mia forte perplessità in curiosità e al più presto acquisterò il libro.
Grazie per il consiglio!
Mariano
Guarda, anch’io sono solitamente abbastanza scettico e su movimenti e pensatori anarchici ho iniziato a leggere da relativamente poco tempo. Colin Ward mi era piaciuto fin da subito, perché mi ha dato l’impressione di essere una specie di “anarchico che non ti aspetteresti”. Mi ha sorpreso e, col passare delle letture di riviste ed articoli attuali, mi sono reso conto che i suoi ragionamenti, che tanto sembrano diversi dallo stereotipo comune, sono invece fra quelli che nei movimenti anarchici stanno ricevendo le maggiori attenzioni. In pratica, se prima mi sembrava una anarchico anomalo, poi mi sono reso conto che è lo è molto meno di quanto credessi.
Riguardo ai sistemi, per me è stato come sfondare una porta già aperta, dato che mi ero già abituato all’idea dei sistemi complessi ed auto-organizzati, dalle mie letture di scienze cognitive, cibernetica e filosofia della mente. :)
Comunque, prova pure il libro… Se vuoi farti un’idea di come sia scritto, puoi leggere quegli estratti che avevo linkato in mezzo alla recensione.
Di suo, avevo già letto diversi articoli ed interviste pubblicati su rivista ed in rete, ed il libro “Il bambino e la città. Crescere in ambiente urbano”. Anche quest’ultimo è molto interessante, ma invece di dare una panoramica completa delle sue idee di organizzazione anarchica, si concentra sull’urbanistica e la pedagogia.
Se vuoi approfondire sulle influenze che ha avuto Ward, potresti cercare qualcosa di Martin Buber e di Piotr Kropotkin.
NOOO! Adesso per colpa tua mi toccherà leggere un altro libro!
Non si arriva mai.
http://www.youtube.com/watch?v=GLU_aYXd2MQ
:D
ti capisco… la mia pila di libri in attesa mi osserva, sempre, minacciosa.
di anarchia non so nulla … credo sia faccia una fottuta fatica ad accettarla, perchè l’anarchia, di cui non so nulla, prevede un grande senso di responsabilità individuale, una profonda onestà, la capacità di riconoscere meriti e demeriti, diritti e doveri, propri e altrui per puro senso del bene comune sempre prioritario rispetto ad ogni altro
l’anarchia, di cui non so nulla, è fottutamente gerarchica , riconosce priorità assolute …inclusa quella di non essere “i primi” …
non capisco se stai cercando di dire che ho recensito il libro facendolo sembrare una sorta di “libro sacro”. nel caso, non era mia intenzione. quello che ho scritto nell’ultima parte della recensione era per dire sia a chi è interessato all’argomento, sia a chi pensa di conoscerlo per via degli stereotipi più diffusi, di prendere in considerazione questo libro perché, più di qualsiasi altra lettura che avevo fatto in merito, mi è sembrato ben fatto e chiaro. inoltre, specialmente chi non conosce bene l’argomento, lo troverà, secondo me, sorprendente.
nell’ultima parte del commento, mi sembra che tu voglia dire che anche nell’ideale anarchico vi sono dei dogmi, fra cui, suppongo, quello che potrebbe derivare dall’origine etimologica del termine an-arché, cioè il rifiuto di essere principio primo e quindi dominante. ho interpretato bene, o sono state fantasie?
perdona, dici a me? … non ho letto la recensione (nemmeno il libro, figurati quindi se potrei giudicare una recensione fatta su qualcosa che non conosco), ho solo “anarchicamente” deciso di fermare qui un mio “ignorante” pensiero… io so a mala pena leggere e scrivere (cose imparate in modo “anarchico”), ma se da assoluta ignorante mi son immaginata, perfino indovinandola, l’etimologia di anarchia, son proprio contenta di aver “letto” più me stessa e la vita che dei libri :-)!
la fantasia non so se sia anarchica … è così concreta l’anarchia … un fottuto lavoro!
sì, rispondevo al tuo commento, che non riuscivo a mettere in relazione a quello che avevo scritto nel post :)
per il resto… beh… complimenti per l’intuito! :)
non hai idea di quanto mi senta ignorante io, quando mi capita di discutere con persone che la sanno molto più lunga di me riguardo a cose che mi appassionano. non riesco mai a diventare “specialista” in qualcosa, quindi la mia conoscenza su specifici argomenti non va mai a fondo quanto quella di chi si specializza… ma penso che questo sia, in un certo modo, positivo, dato che mi permette, forse, di spaziare un po’ di più e non rischiare di diventare una specie di automa iper-specializzato… e d’altro canto, l’ignoranza, ha di positivo che conserva il piacere della scoperta (purché si sia curiosi ed interessati a scoprire). :)
avevo scritto una favola tanti anni fa, ma la memoria cominca a tradirmi, ed in ogni caso non la trascriverei mai per intero in un commento … parlava però di due grandi esperti che non riuscivano a trovare una soluzione ad un certo problema .. avevano studiato di tutto, si citavan l’un l’altro le massime e le “minime” di altri esperti e studiosi del ramo .. e di “interi alberi” per dirla tutta , “pozzi” di scienza e sapere… ma niente da fare .. secondo le accreditate conoscenze e in base alla grande specializzazione degli esperti , proprio il problema non aveva soluzioni … poi passò di lì uno che di quelle cose non sapeva nulla, non doveva far riferimento a null’altro che al suo buon senso e alla situazione … risolse il problema!! .. ma forse non era una favola …credo solo la cronaca di molte cose che van a posto per BEATA IGNORANZA E ONESTA INTELLIGENZA ;-)!