Lavorando in incognito in un macello: un intervista con Timothy Pachirat

Della violenza nei macelli e nell’industria alimentare si sono già dette moltissime cose e penso che la questione sia sufficientemente chiara a chiunque non si rifiuti di prendere in considerazione i fatti conosciuti. Quello che mette in evidenza quest’intervista è un aspetto meno discusso e, a mio avviso, molto più interessante. Si parla infatti di come sia possibile che l’esercizio della violenza diventi accettabile e normale da parte delle persone che la operano direttamente e da chi, da questa violenza, trae beneficio.

È un discorso che si presta ad essere allargato, come fa notare anche l’autore, in altri ambiti al di fuori del caso del macello industriale qua evidenziato.

La mia impressione era che, portare l’attenzione vicina a come viene operata l’uccisione industrializzata, avrebbe potuto non solo mettere in luce come la realtà del massacro animale viene resa tollerabile, ma anche come la distanza e l’occultamento operano in analoghi processi sociali: guerra eseguita da eserciti di volontari, il subappalto del terrore organizzato a mercenari, e la violenza alla base della fabbricazione delle migliaia di oggetti e componenti con cui veniamo a contatto nella nostra vita quotidiana.

I meccanismi che permettono questo, sono infatti utilizzabili efficacemente come strategie politiche. Quando tempo fa mi chiedevo cosa passasse per la mente di chi vuol diventare soldato, intendevo capire anche questo genere di meccanismi. La burocratizzazione della società, il funzionamento interno dei governi, dell’esercito, sono anch’essi meccanismi che portano ad ottenere i medesimi effetti. Si comprende, quindi, come sia possibile accettare la violenza della guerra, di governi, delle forze dell’ordine sia da parte di chi quella violenza la attua personalmente, sia da chi ne trae beneficio.

La lezione, qui, non è che la macellazione ed i genocidi siano moralmente e funzionalmente equivalenti, ma piuttosto che la violenza sistematica, su larga scala, resa routine, è del tutto coerente con il genere di strutture burocratiche ed i meccanismi che associamo tipicamente alla civiltà moderna.

Voglio introdurre quest’intervista mostrando due video divertenti. Il primo è il famoso sketch dei Monty Python della barzelletta mortale, il secondo è una candid camera brasiliana segnalatami da Rita.

Ho fatto personalmente la traduzione dell’intervista. Chi sapesse come migliorarla, specialmente traducendo alcuni termini gergali in equivalenti italiani, mi scriva i suggerimenti nei commenti. :)

Fonte: boingboing. Intervista di Avi Solomon.

Timothy Pachirat, assistente professore in Politica alla The New School for Social Research ed autore di Every Twelve Seconds, non è il primo a trovare analogie fra la violenza industrializzata e politica, all’interno del mattatoio. Ma invece di scrivervi una relazione, trovò un lavoro sul campo, per capire il funzionamento dal punto di vista di chi lavora là. L’ho intervistato sulla sua esperienza sul “piano del macello”.

Avi Solomon: Parlaci un po’ di te.

Timothy Pachirat: Sono nato e cresciuto nella Thailandia del nordest, in una famiglia Tailandese-Americana. Al liceo ho trascorso un anno nel deserto delle zone rurali dell’Oregon, come exchange student, lavorando in un ranch, coltivando alfalfa, e – inverosimilmente – diventando running back nella squadra di football della scuola. Da allora, ho vissuto in Illinois, Indiana, Connecticut, Alabama, Nebraska, e New York City lavorando come costruttore di tralicci edilizi, fattorino delle pizze, terapista comportamentale per bambini autistici, padre casalingo, studente diplomato, operaio di un mattatoio, e, per gli ultimi quattro anni, come assistente professore di politica nella The New School for Social Research.

Avi: Cos’è stato a suggerirti l’importanza di fare ricerca in campo etnografico?

Timothy: Come molti ragazzi di razza mista, cultura mista, lingua mista, ho sviluppato una specie di innata sensibilità etnografica, per via del complesso terreno culturale nel quale sono cresciuto. Molto prima di aver mai sentito la parola “etnografia”, ad esempio, trascorsi le mie pause autunnali e primaverili da non diplomato dormendo a fianco ed arrivando a conoscere gli uomini e le donne senzatetto di Lower Wacker Drive a Chicago, come modo per trovare un senso all’enorme disuguaglianza che percepivo nella società americana e nel mondo. Mentre perseguivo un dottorato di ricerca in scienze politiche all’università di Yale, mi è sembrato naturale gravitare verso un orientamento nella ricerca che mi permettesse di impegnarmi con tutto il corpo – come partecipe ed osservatore – con le esperienze vissute di persone con cui non avrei mai potuto entrare in contatto altrimenti. Stavo imparando molte fantasiose teorie che sulla carta erano eccitanti, e stavo imparando alcune potenti tecniche di analisi statistica, ma solo l’etnografia mi ha permesso di valutare quelle tecniche e concetti made-in-accademia contro le situate, specifiche e meravigliosamente complesse esperienze vissute nei veri mondi sociali, dei quali, i concetti e le tecniche si proponevano di descrivere e spiegare.

Avi: Perché hai scelto di andare in incognito in un macello?

Timothy: Volevo capire come i processi di violenza di massa divengono normali nella moderna società, e volevo farlo dal punto di vista di chi lavora in un macello. La mia impressione era che, portare l’attenzione vicina a come viene operata l’uccisione industrializzata, avrebbe potuto non solo mettere in luce come la realtà del massacro animale viene resa tollerabile, ma anche come la distanza e l’occultamento operano in analoghi processi sociali: guerra eseguita da eserciti di volontari, il subappalto del terrore organizzato a mercenari, e la violenza alla base della fabbricazione delle migliaia di oggetti e componenti con cui veniamo a contatto nella nostra vita quotidiana. Come nelle sue più evidenti analogie politiche – la prigione, l’ospedale, la casa di cura, il reparto psichiatrico, il campo profughi, il centro di detenzione, la stanza degli interrogatori, e la camera di esecuzione – il moderno macello industrializzato è una “zona di confinamento”, un “territorio segregato ed isolato”, nelle parole del sociologo Zygmunt Bauman, “invisibile”, e “del tutto inaccessibile ai membri ordinari della società”. Ho lavorato come operaio di basso livello sul “piano del macello” di un mattatoio industrializzato, per poter capire, dalla prospettiva di chi vi partecipa direttamente, come operano queste zone de confinamento.

Avi: Puoi dirci di più del macello in cui hai lavorato?

Timothy: Dato che il mio obiettivo non era di scrivere la descrizione di un posto in particolare, non farò il nome del macello nel Nebraska in cui ho lavorato, e neppure i nomi delle persone che ho incontrato là. Il macello impiega circa ottocento lavoratori non sindacalizzati, la maggior parte immigranti dall’America centrale e del sud, Asia sudorientale, ed Africa orientale. Produce oltre 820 milioni di dollari l’anno in vendita e distribuzione all’interno ed all’esterno degli Stati Uniti ed è classificato fra i maggiori impianti di macellazione di bestiame al mondo per volume di produzione. La velocità della catena di produzione sul piano del macello è di circa trecento animali per ora, uno ogni dodici secondi. In una tipica giornata di lavoro, qua vengono uccisi fra i duemila duecento ed i duemila cinquecento animali, che sommati fanno più di diecimila animali uccisi per settimana lavorativa (cinque giorni), o più di mezzo milione di animali macellati ogni anno.

Avi: Quali lavori hai finito per fare, lì?

Timothy: Il mio primo lavoro consisteva nell’appendere i fegati nel congelatore. Per dieci ore ogni giorni, mi trovavo alla temperatura di 1 grado a prendere fegati appena estirpati da una linea sopraelevata per appenderli a dei carrelli per essere raffreddati ed impacchettati. Poi venni trasferito agli scivoli, dove conducevo i bovini vivi nella knoking box, dove veniva loro sparato in testa con una pistola a proiettile captivo (NB: La Pistola captiva è provvista di una punta di ferro di 6 cm che penetrando nel cranio provoca un rapido stordimento, ma non uccide l’animale). Infine, venni promosso ad una posizione di controllo-qualità, un lavoro che mi diede accesso ad ogni parte del piano del macello e mi rese un intermediario tra gli ispettori federali della USDA ed i manager del piano del macello.

Avi: Come ti sei acclimatato al lavoro?

Timothy: Lentamente e dolorosamente. Ogni lavoro arrivava con il suo insieme di sfide fisiche, psicologiche ed emotive. Anche se era fisicamente impegnativa, la mia battaglia principale nell’appendere fegati dentro il congelatore era contro l’insopportabile monotonia. Scherzi, battute ed anche il dolore fisico diventarono modi per negoziare con quella monotonia. Il lavoro agli scivoli mi tirò fuori dall’ambiente freddo e sterile del congelatore e mi obbligò a confrontarmi con il dolore e la paura di ogni singolo animale che veniva condotto lungo la linea serpeggiante fino alla knocking box. Lavorare al controllo qualità mi costrinse a padroneggiare un insieme di requisiti tecnici e burocratici e mi rese complice nel sorvegliare e disciplinare i miei ex colleghi alla catena di produzione.

Avi: Come ti trattavano i colleghi?

Timothy: Non sarei mai potuto durare più di qualche giorno nel macello, se non fosse stato per la gentilezza, l’accoglienza e, in alcuni casi, l’amicizia del compagni di lavoro alla catena. Mi hanno mostrato come fare il lavoro, salvato quando ho fatto casini, e, più importante, insegnato come sopravvivere al lavoro. Eppure, c’erano divisioni e tensioni fra i lavoratori, in base a razza, genere e responsabilità lavorative. Oltre a mostrare le forme di solidarietà fra i lavoratori, il mio libro entra anche nei dettagli di queste tensioni e come le ho affrontate.

Avi: Chi il “knocker”?

Timothy: Il knocker è il lavoratore che sta nella knocking box e spara nella testa ad ogni singolo animale con la pistola a proiettile captivo. Dei 121 diversi lavori, all’interno del piano macellazione, che illustro e descrivo nel libro, solo il knocker vede gli animali mentre sono ancora senzienti e da loro colpo che si suppone li renda insensibili. In media, ogni giorno, questo solo operaio spara a 2500 singoli animali, ad una frequenza di uno ogni dodici secondi.

Avi: Chi altro è direttamente coinvolto nell’uccisione di ogni bovino?

Timothy: Dopo che il knocker spara agli animali, essi cadono su un nastro trasportatore dove vengono incatenati ed issati su una linea sopraelevata. Appesi per le zampe posteriori, viaggiano attraverso una serie di novanta giravolte, che li porta lontani dalla linea visiva del knocker. Quindi, un presticker and sticker(?) recide le arterie della carotide e la vena giugulare. Gli animali si dissanguano mentre continuano a viaggiare sulla catena sopraelevata fino al tail ripper, colui che inizia il processo di rimozione di parti del corpo e pelli. Degli oltre 800 operai nel piano macellazione, solo quattro sono coinvolti direttamente nell’uccisione del bestiame e meno di 20 hanno una visuale sull’uccisione.

Avi: Sei stato in grado di intervistare qualche knocker?

Timothy: Non sono stato in grado di intervistare direttamente il knocker, ma ho parlato con molti altri operai riguardo a come essi percepiscono il knocker. C’è una specie di mitologia collettiva costruita attorno a questo particolare lavoratore, una mitologia che permette un implicito scambio morale nel quale solo il knocker è colui che fa l’uccisione, mentre il lavoro degli altri 800 operai del macello è moralmente scollegato dall’uccisione. È una finzione, ma convincente: fra tutti gli operai del macello, solo il knocker porta il colpo che mette inizio all’irreversibile processo che trasforma le creature viventi, in morti. Se ascoltaste con sufficiente attenzione le centinaia di operai che eseguono le altre 120 mansioni nel piano macellazione, questo potrebbe essere il ritornello che udireste: “Solo il knocker”. È semplice matematica morale: il piano macellazione opera con 120+1 mansioni. E finché quel 1 esiste, finché vi è una plausibile narrativa che concentra il più pesante e sporco dei lavori su questo 1, allora gli altri 120 operai del piano macellazione possono dire, e credere, “Io non faccio parte di questo”.

Avi: Quali sono le strategie principali usate per nascondere la violenza nel macello?

Timothy: La prima e più ovvia è che la violenza dell’uccisione industrializzata viene nascosta alla società in generale. Negli Stati Uniti, oltre 8,5 miliardi di animali vengono uccisi ogni anno per farne cibo, ma queste uccisioni vengono effettuate da una piccola minoranza composta per lo più da lavoratori immigranti, che operano dietro a mura opache, per lo più in luoghi rurali isolati, lontani dai centri urbani. Inoltre, delle leggi promosse dalle industrie della carne e del bestiame, che sono attualmente al vaglio in sei stati, criminalizzano il pubblicizzare ciò che avviene nei macelli o in altre strutture con animali, senza il permesso dei proprietari degli stessi. La Casa dei Rappresentanti dell’Iowa, ad esempio, lo scorso anno, ha inoltrato una proposta al senato dell’Iowa che renderebbe reato la distribuzione o il possesso di video, audio o materiale stampato, raccolto tramite accesso non autorizzato a macelli o strutture con animali.

In secondo luogo, il macello, nel suo complesso, è diviso in compartimenti. L’ufficio è diviso dal reparto fabbricazione, che a sua volta è isolato dal congelatore, il quale è isolato dal piano macellazione. È del tutto possibile trascorrere anni, lavorando nell’ufficio, nel reparto fabbricazione, o al congelatore di un mattatoio industriale che macella oltre mezzo milione di bestiame all’anno, senza neppure incontrare un animale vivo e tanto meno assistere ad uno che viene ucciso.

Ma la terza, e più importante, il lavoro di uccisione è nascosto persino nel luogo dove ci si aspetterebbe che fosse più visibile: il piano macellazione stesso. La complessa divisione in mansioni e spazi, agisce allo scopo di compartimentalizzare e neutralizzare l’esperienza del “lavoro di uccidere” per tutti gli operai del piano macellazione. Ho già menzionato la divisione di mansioni nella quale solo una manciata di operai, su un totale di oltre 800, è direttamente coinvolta o ha una visuale sull’uccisione degli animali. Per dare un altro esempio, il piano della macellazione è diviso spazialmente in un lato pulito ed un lato sporco. Il lato sporco si riferisce a tutto ciò che accade quando le pelli degli animali sono ancora attaccate ed il lato pulito a tutto ciò che accade dopo che le pelli sono state rimosse. Gli operai del lato pulito sono segregati dagli operai del lato sporco anche durante le pause per il pranzo ed il bagno. Questo si traduce in una specie di compartimentazione fenomenologica dove quella minoranza di lavoratori che si occupa degli “animali” quando le pelli sono ancora attaccate, è tenuta separata dalla maggioranza dei lavoratori che si occupa delle “carcasse” dopo che le pelli sono state rimosse. In questo modo, la violenza del trasformare un animale in una carcassa viene tenuta come in quarantena tra i lavoratori del lato sporco, dove vi è, anche là, un ulteriore divisione di mansioni e spazi.

Oltre alle divisioni di spazio e mansioni, l’uso del linguaggio è un altro modo per nascondere la violenza dell’uccidere. Fin dal momento in cui il bestiame viene scaricato dai camion all’interno dei recinti di sosta, i manager ed i supervisori del piano macellazione, si riferiscono ad esso come “carne”. Anche se sono esseri senzienti vivi che ancora respirano, essi vengono già linguisticamente ridotti a carne inanimata, oggetti da usare. Similarmente, esistono una sfilza di acronimi e termini tecnici in tutto il sistema di controllo sicurezza alimentare, che riducono il lavoro dell’operaio di controllo qualità ad un regime di tipo tecnico burocratico, piuttosto che ad uno nel quale sia costretto il confronto con tutta quella massiccia sottrazione di vite. Anche se l’operaio al controllo qualità ha piena libertà di accesso e movimento per tutto il piano macellazione e vede ogni aspetto dell’uccidere, la sua capacità interpretativa viene interdetta dalle richieste burocratiche e tecniche del lavoro. Temperature, pressioni idrauliche, concentrazioni di acido, conto dei batteri, e sterilizzazione dei coltelli diventano l’obiettivo primario, al contrario della massiccia, incessante sottrazione di vite.

Avi: C’è qualcuno consapevole di queste strategie, fra chi lavora al macello?

Timothy: Io non penso che qualcuno si sia seduto ed abbia detto, “Progettiamo un processo di macellazione che crei la massima distanza fra ogni lavoratore e la violenza dell’uccidere, in modo da permettere ad ognuno di essi di contribuirvi senza dover affrontare direttamente la violenza”. La divisione fra lato pulito e sporco menzionata prima, ad esempio, è apertamente motivata da una logica di sicurezza alimentare. Il bestiame entra nel macello ricoperto di feci e vomito, e dal punto di vista della sicurezza alimentare, la sfida è di rimuovere le pelli minimizzando il trasferimento di questi contaminanti alla carne sottostante. Ma la cosa affascinante è che l’effetto di questa organizzazione di spazio e mansioni, non solo aumenta l’”efficienza” o la “sicurezza alimentare”, ma anche la distanza e l’occultamento del processo di violenza da parte di chi vi partecipa direttamente. Da un punto di vista politico, un punto di vista interessato a comprendere come le relazioni di dominio violento e sfruttamento vengono prodotte, sono proprio questi gli effetti che contano di più.

Avi: Le fabbriche della morte di Auschwitz avevano gli stessi meccanismi di lavoro?

Timothy: Consiglio lo stupendo libro di Zygmunt Bauman, Modernità ed Olocausto, a chi fosse interessato a come i meccanismi paralleli di distanza ed occultamento funzionavano per neutralizzare il lavoro di uccisione che veniva messo in atto ad Auschwitz e negli altri campi di concentramento. La lezione, qui, non è che la macellazione ed i genocidi siano moralmente e funzionalmente equivalenti, ma piuttosto che la violenza sistematica, su larga scala, resa routine, è del tutto coerente con il genere di strutture burocratiche ed i meccanismi che associamo tipicamente alla civiltà moderna. Il sociologo francese Norbert Elias sostiene – in modo convincente, a mio avviso – che l’”occultamento” e lo “spostamento” della violenza, piuttosto che la sua eliminazione o riduzione, siano il segno distintivo della civilizzazione. Dal mio punto di vista, la macellazione industrializzata contemporanea fornisce un caso esemplare che mette in luce alcune delle caratteristiche più salienti di questo fenomeno.

Avi: La violenza si trova nascosta anche nella più “normale” delle vite. Come possiamo individuare questa presenza pervasiva nella nostra vita quotidiana?

Timothy: Noi – con “noi” inteso come i relativamente ricchi e potenti – viviamo in un tempo ed un ordine spaziale nel quale la “normalità” delle nostre vite richiede una complicità attiva a forme di sfruttamento e violenza, che altrimenti denigreremmo e disapproveremmo se le distanze fisiche, sociali, spaziali e linguistiche che ci separano da chi subisce, finissero per collassare. Questo è vero per la brutale e del tutto inutile detenzione ed uccisione di miliari di animali all’anno per cibo, per lo sfruttamento e la sofferenza degli operai di Shenzhen, in Cina, dove vengono prodotti i nostri iPad e cellulari, per le “tecniche d’interrogatorio avanzate” sviluppate nel nome della sicurezza, per i “danni collaterali” causati dagli aerei a pilotaggio remoto che le nostre tasse finanziano. La nostra complicità non sta nell’infliggere direttamente la violenza, quanto nel nostro tacito accordo di guardare altrove e non fare alcune semplicissime domande: “Da dove arriva questa carne e come ha fatto a finire qua?” “Chi ha assemblato l’ultimo gadget che mi è appena arrivato per posta?” “Che cosa significa creare categorie di essere umani torturabili?” I meccanismi di occultamento ed allontanamento insiti nel nelle nostre divisioni di spazio e mansioni e nell’uso sconsiderato di linguaggi eufemistici rendono seducentemente facile evitare di perseguire le complesse risposte a queste semplici domande, nonostante la nostra determinazione.

Mesi dopo aver lasciato il macello, mi misi a discutere con una brillante amica su chi fosse più moralmente responsabile dell’uccisione degli animali: chi mangia la carne, o gli 800 lavoratori che operano l’uccisione. Lei sosteneva, con passione e convinzione, che le persone che operavano le uccisioni erano le più responsabili, perché essere erano quelle che eseguivano le azioni fisiche che sottraevano la vita dagli animali. Chi mangia carne, affermava, è solo indirettamente responsabile. A quel tempo, io presi la posizione opposta, ritenendo che coloro che ne beneficiavano alla distanza, delegando questo terribile lavoro ad altri e scaricandovi la responsabilità, avevano maggiore responsabilità morale, specialmente in contesti come quello del macello, dove coloro che nella società hanno meno opportunità, svolgono il lavoro sporco.

Ora sono più propenso a pensare che sia la preoccupazione della responsabilità morale a servire da deviazione. Nelle parole del filosofo John Lachs, “La responsabilità di un’azione può venire passata, ma non la sua esperienza.” Sono molto interessato a chiedere cosa possa significare, per chi beneficia del lavoro fisicamente e moralmente sporco, assumersi non solo parte della responsabilità, ma anche farne esperienza diretta. Cosa potrebbe significare, con altre parole, il collasso di alcuni dei meccanismi di allontanamento fisico, sociale e linguistico che separano le nostre vite “normali” dalla violenza e lo sfruttamento richiesti per mantenerle e perpetrarle? Esploro alcune di queste domande in modo più dettagliato nel capitolo finale del mio libro.

Avi: Chi era Cinci Freedom? A quale scopo mitizzante serve?

Timothy: Apro il libro con la storia di una mucca che fuggì da un macello lungo strada, fino quella dove lavoravo. La polizia di Omaha inseguì la mucca e la mise all’angolo in un vicolo che confinava con il mio macello. Accadde durante i dieci minuti della nostra pausa pomeridiana e molti degli operai del macello videro la polizia aprire il fuoco con i fucili contro l’animale. Il giorno successivo in mesa, la rabbia, il disgusto e l’orrore per l’uccisione dell’animale da parte della polizia era palpabile, così com’era forte il senso di identificazione con il trattamento dell’animale nelle mani della polizia. Eppure, alla fine della pausa pranzo, gli operai tornarono al lavoro su quel piano macellazione che ammazza 2500 animali ogni giorno.

Cinci Freedom era un’altra mucca charolaise che fuggì da un macello di Cincinnati nel 2002. Venne ricatturata dopo svariati giorni solo grazie all’aiuto dell’equipaggiamento di rilevazione termica fornito da un elicottero della polizia. A differenza dell’anonima mucca di Omaha che fu abbattuta dalla polizia, Cinci Freedom divenne immediatamente una celebrità. Il sindaco le diede le chiavi della città e venne trasportata al The Farm Sanctuary a Watkins Glen, NY, dove visse fino al 2008.

Anche se a prima vita le sorti della mucca di Omaha e di Cinci Freedom sono state molto differenti, penso che entrambe le risposte fossero modi ugualmente efficaci per neutralizzare la minaccia rappresentata da questi animali. Le loro fughe dal macello non erano solo fughe fisiche, ma anche concettuali, momenti di rottura della routine in un sistema di uccisione altrimenti automatizzato e normalizzato. Lo sterminio e l’elevazione a celebrità (non dissimile dal rituale della grazia presidenziale al tacchino del Giorno del Ringraziamento) sono entrambi modi per contenere la minaccia rappresentata da questi momenti di rottura concettuale. Essi mettono in evidenza anche il limitare le rotture come tattica politica, ad esempio la rottura digitale che avviene quando vengono resi pubblici dei video scioccanti girati sotto copertura nei macelli e in altre zone di confinamento dove il lavoro della violenza viene regolarmente effettuato per nostro contro.

8 pensieri su “Lavorando in incognito in un macello: un intervista con Timothy Pachirat

  1. Avevo letto qualcosa di simile anche su Ecocidio di Rifkin, nella parte del saggio che parla proprio di come sono strutturati ed organizzati i macelli; la cosa che mi colpì è che gli addetti a determinate mansioni sono sempre persone poverissime che fanno parte di minoranze etniche, spesso lavoratori alla giornata, senza assistenza sindacale, manodopera proprio disperata, reclutata là dove c’è più bisogno di lavoro.
    Io ritengo che chi mangia carne sia moralmente responsabile della violenza perpetrata sui poveri animali ed anche delle terribili condizioni di lavoro imposte a chi deve uccidere per eseguire la richiesta del mercato.
    Sappiamo bene che nel mondo ci sono persone che purtroppo non sono nella condizione di poter effettuare una scelta, che pur di guadagnare qualche soldo sarebbero disposte a tutto, e quindi non me la sento di giudicare queste persone più di tanto; mi sento però di giudicare chi sta a pancia piena nel tepore di casa sua e con nonchalance ed indifferenza permette il mantenimento di queste strutture di prevaricazione e violenza.
    Chi può scegliere e non lo fa… beh, è uno str…!

  2. Anch’io tenderei a far pendere la responsabilità da quella parte. Comunque, la conoscenza di questi meccanismi è utile a capire come sia possibile che le persone non si rendano conto o sottovalutino la violenza necessaria ad ottenere quello che consumano.
    Penso che anch’esse, leggendo articoli come questo, potrebbero rendersi conto di quanto fin’ora si siano illuse.

  3. …onzo! per concludere il commento di Rita…

    Grazie per il lavoro di traduzione che hai fatto, è un post molto istruttivo e interessante.

  4. Vorrei che ogniuna delle persone che mangia carne entrasse in un mattatoio ,per un solo giorno ,in mezzo alle urla,di panico e di paura di quelle povere creature e una volta uscito avesse ancora il coraggio di mangiare,quella povera bestia che ha mandato a morire.La maggior parte delle persone sono vigliacche usano prodotti animali,ma non hanno il coraggio di guardare quello a cui sottopongono queste creature.Vergogna

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