Genova 2001 e la sentenza 10×100 | Orizzonti di gloria
E’ chiaro che stanotte non c’è nessuna gloria. E domattina nessun orizzonte. Era antifrastico anche il titolo del film di Stanley Kubrick, uno dei più belli contro l’ottusità antiumana del militarismo. La trama è nota: durante la Prima Guerra mondiale, sul fronte occidentale, un inetto generale francese lancia un impossibile attacco contro una fortificazione tedesca. Le truppe francesi non riescono nemmeno a uscire dalle trincee, vengono falciate dalle mitragliatrici, ricacciate indietro. L’attacco è una catastrofe colossale. Per non passare da incapace, il generale addossa la colpa alla codardia dei suoi soldati e chiede che ne vengano fucilati cento, estratti a sorte. L’Alto Comando gliene concede tre. Tre capri espiatori, che pagheranno per tutti, anche se la colpa non è di nessuno, o meglio, è di chi stava in alto. Di chi ha voluto quella guerra.
La giustizia italiana, stasera, non è diversa da quella militare nel film di Kubrick (che si ispirava a un fatto realmente accaduto). Anche lì c’era un bravo avvocato difensore, che veniva sconfitto da una sentenza grottesca, quasi caricaturale per la sua assurdità.
La giustizia italiana ha deciso che cinque persone pagheranno per tutti. Altre cinque potrebbero aggiungersi. E così si ottiene il pari e patta politico con la sentenza sull’assalto alle scuole Diaz. Poco importa che le condanne dei poliziotti riguardino il pestaggio e il massacro preordinato di persone, per di più indifese, mentre quelle dei manifestanti siano motivate dalla distruzione di cose, di oggetti inanimati, in mezzo al caos generalizzato. Qualcuno di loro si becca dieci anni di galera.
Dieci anni. Quasi lo stesso tempo che è intercorso da allora. Nel frattempo le vite di quelle persone sono diventate chissà cos’altro rispetto a quei giorni. Nel frattempo i danni materiali alle cose sono stati riparati, le assicurazioni hanno risarcito, il mondo è cambiato. Nel frattempo sono scorse in loop su ogni canale di comunicazione, fino a diventare parte dell’immaginario collettivo, le immagini di cosa è stata Genova in quei giorni, del comportamento delle forze dell’ordine, del clima che si era creato. Nel frattempo sul G8 di Genova sono stati girati documentari e film, pubblicate decine di libri, scritti fiumi d’inchiostro. E dopo tutto questo, deve arrivare la sentenza che pretende di fare pagare il conto a dieci persone, metaforicamente estratte a sorte dal destino, per via di un filmato piuttosto che di un altro, di una foto scattata un secondo prima anziché un secondo dopo. I tre soldati del film di Kubrick.
Io ero a Genova nel luglio di undici anni fa. Ero dietro la prima fila di scudi di plexiglass in via Tolemaide, quando il corteo è stato caricato a freddo e asfissiato col gas, in un tratto di percorso autorizzato. Con alle spalle diecimila persone non era possibile arretrare, e l’unica soluzione per salvarci e impedire che la gente venisse schiacciata è stata respingere le cariche come si poteva, e alla fine, dopo il disastro, dopo la battaglia, dopo la morte, proteggere la coda del corteo che tornava indietro sotto i getti degli idranti. E c’ero anche il giorno dopo, insieme a tanti altri, a inerpicarci su per stradine e sentieri con gli elicotteri sulla testa, fino sopra la città, per riportare tutti alla base.
Io avrei potuto essere uno di loro. Uno di questi fanti estratti a sorte. Invece sono qui che scrivo, nel cuore della notte, incapace di dormire, già sapendo che domani andrà meglio, che dormirò di più, e che piano piano potrò concedermi il lusso di ridurre tutto a un brutto ricordo lontano. Loro no. Le vite che hanno condotto in questi undici anni si interrompono e Genova ricomincia da capo.
Questo paese fa la fine che si merita. A Genova nel 2001 manifestavamo contro il potere oligarchico dei grandi organismi economici internazionali. Pensavamo soprattutto alle fallimentari cure neoliberiste che il FMI imponeva ai paesi più poveri, devastando le loro economie col ricatto e strozzandoli col meccanismo del debito. Oggi quella cura tocca a noi. In Italia comandano i commissari non eletti della Banca Centrale Europea, e applicano la stessa ricetta a base di tagli alla spesa pubblica, il cui scopo in definitiva si riduce a un enunciato semplice: salvare i ricchi.
Avevamo ragione.
Abbiamo perso.
Il nemico si tiene gli ostaggi.
Fino a quando la marea non monterà un’altra volta.
Al di qua e al di là dalle vetrine
Tutte le vetrine del mondo oggi tirano un sospiro di sollievo. E’ arrivata quasi al termine una vicenda triste e dolorosa. Nel 2001 il rapporto che lega l’uomo contemporaneo alla vetrina aveva subito un pesante affronto. In quel luglio l’offesa era stata lavata nel sangue, come si conviene per le questioni d’onore. Non si deve infatti considerare la vetrina semplice manufatto, essa ha un suo valore intrinseco in cio’ che separa. C’e’ un di qua dalla vetrina e un al di la’ dalla medesima. L’al di la’ come sempre e’ cio’ che conta. L’uomo non e’ fatto per la futilita’ di questo luogo dove i corpi se spinti cadono e sanguinano e le voci urlano e gli occhi piangono. L’uomo conosce realizzazione e felicita’ solo nell’al di la’ dalla vetrina.
In un’estate calda molte molte persone che pensavamo invece si potesse costruire la propria felicita’ nell’al di qua si riunirono. Nel caldo caldo del luglio essi provarono a dire che al di la’ della vetrina si cela il motivo di tanta sofferenza umana e di mille ingiuste ingiustizie.
La falsita’ di questi pensieri e’ chiara e evidente a tutti, ed anzi era parecchio che nell’al di la’ si attendeva un’occasione per la resa dei conti.
Nel nebbioso luglio s’imparti’ una severa, ma necessaria lezione. Qualcuno mori’, qualcuno si fece male nel corpo e nell’anima, ma fu tracciata con chiarezza la via. Si ribadi’ con forza un concetto importante: al di la’ c’e’ cio’ che conta, cio’ per cui vivere, sacrificarsi, soffrire. Al di la’, non al di qua.
Fu ristabilito l’unico e naturale equilibrio e a distanza di dieci anni possiamo permetterci di cristallizzare la storia con editti regi che sanciscano la vera verita’. I difensori dell’al di la’ tutto, vetrine comprese, siano lodati nei secoli dei secoli. Ma coloro che in fin del nostro bene hanno ecceduto siano blandamente puniti. Infatti fesso e’ colui che esagera lasciando prove evidenti del proprio misfatto, e mettendoci in imbarazzo. Apprezzabile invece chi sapientemente di sabbia popola il deserto.
Per gli umani che pretendevano il riscatto dell’al di qua invece nessuna pieta’ vi fu allora, nessuna pieta’ vi sia adesso, ne’ mai. E se un giorno il mondo al di la’ delle vetrine implodera’ travolto dai cavalieri dell’apocalisse finanziaria. Neppure allora vi sia pieta’ per costoro, e che salde rimangano le vetrine, ognuno al proprio posto. Difenderemo il castello di vetro con l’olio bollente, fino all’ultimo guardiano, fino all’ultima divinita’.
Cosi’ parlarono gli dei al di la’ delle vetrine che scricchiolano. Noi al di qua delle vetrine sentiamo i rumori e li guardiamo agitarsi e annaspannare, grandi e grossi pesci rossi nell’acquario che si sono costruiti. Per nulla rassegnati o pronti ad ammettere che il loro mondo non sta in piedi. Hanno le idee chiare sul nostro futuro, noi molto meno. Lentamente impariamo dall’esperienza, e questo processo non e’ mai indolore. Spesso siamo costretti ad apprendere sulla pelle dei nostri compagni, mentre ci vediamo sottrarre gli amici. Funziona cosi’ nell’al di qua. La costruzione di una memoria collettiva che dia forza alle nostre idee e’ un processo lungo nel quale dobbiamo incamerare e far tesoro di tutto, felicita’ e sofferenza.

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