Alcuni frammenti riguardo al linguaggio. Da Perche’ non siamo il nostro cervello.
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Capitolo 4: Menti estese
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IL SIGNIFICATO NON E’ NELLA TESTA
Qualche scettico potrebbe obiettare che, anche se è vero che il linguaggio è uno strumento culturale collettivo, ciascuno di noi in realtà lo interiorizza. Questo è ciò che caratterizza il conoscere una lingua. Quando impariamo una lingua apprendiamo un sistema di regole che ci permette di pensare, di rappresentare e di ragionare all’interno di essa. Pensare, ragionare ecc., tutto ciò ha luogo dentro di noi. Il fenomeno del linguaggio, dunque, se correttamente compreso, non fornisce alcuna evidenza riguardo al fatto che la nostra mente non risiede nelle nostre teste.
Questa obiezione si basa su quella che è comunemente indicata come la concezione classica delle parole, del significato e del linguaggio. Secondo questa prospettiva, usiamo il linguaggio per descrivere il mondo, per fare enunciati veri. Le parole si riferiscono agli oggetti o alle qualità. Conoscere il significato di una parola corrisponde a conoscere ciò cui essa si riferisce. La parola “acqua”, per esempio, si riferisce all’acqua o a H2O – ovvero al liquido trasparente che scorre nei nostri fiumi e sgorga dai nostri rubinetti. La parola “oro” si riferisce al prezioso metallo, giallo e malleabile. “Faggio”, “olmo” e “quercia” sono nomi di alberi. Conoscere una lingua significa conoscere il significato delle sue parola – possedere quei significati nella propria mente. I significati stabiliscono ciò di cui uno sta parlando quando usa il linguaggio.
Nel corso degli ultimi sessant’anni, la rappresentazione classica del linguaggio è stata demolita in filosofia. Non sarei mai in grado si distinguere un olmo dal un faggio, ma ciò non m’impedisce di asserire enunciati veri riguardo agli olmi, come riguardo al fatto che in America questa specie di alberi sia morendo a causa del diffondersi della cosiddetta malattia dell’olmo olandese. Come posso riuscire a usare il termine “olmo” per riferirmi precisamente agli olmi, nonostante non sia in grado di riconoscerne uno? Risposta: non sono io, individualmente preso, responsabile del fatto che le mie parola abbiano un significato o meno. Esse possiedono un significato grazie all’esistenza di una pratica sociale cui posso partecipare. E’ importante, affinché l’intera pratica possa continuare, che vi siano degli esperti in grado di distinguere gli olmi dai faggi. Grazie alla divisione sociale del lavoro linguistico – per usare la locuzione cara a Hilary Putnam cui si deve questa idea -, non vi è alcuna necessità che ciascun individuo si carichi dell’impegno di assicurare la referenzialità dei termini. Confidiamo negli altri. E ciò perché il significato non è qualcosa di interno; non è interno a me, né è interno agli esperti. Il significato dipende dalla pratica, allo stesso modo per cui i poteri della torre nel gioco degli scacchi dipendono dalla pratica. Continua a leggere→
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