L’apprendimento della religione

Il ruolo della religione e dei suoi rituali nella formazione degli individui e la loro influenza sulle decisioni.

Il pensiero ed i valori di una persona sono influenzati dall’educazione ricevuta ed essa dipende direttamente dall’ambiente circostante. La dottrina religiosa di maggior diffusione in un particolare ambiente, viene sempre insegnata ai giovani dando per scontata la sua validità, al pari di qualsiasi altra materia di insegnamento.

L’educazione scolastica e l’educazione religiosa, vengono assimilate tramite i meccanismi dell’apprendimento. Non si nasce credenti, ma si viene istruiti ad esserlo.

Per un credente, un dogma ha lo stesso valore che ha un insegnamento basato sull’osservazione della realtà e su successive deduzioni ed induzioni logiche.

Al contrario, un non credente nota un evidente distacco fra i dogmi e la conseguente dottrina che si appoggia ad essi, e la realtà tangibile ed esperibile. Il dogma, per definizione, non deve essere dimostrato e non ha bisogno di essere compreso. Un non credente, riterrà sbagliato che dei concetti che non trovano riscontro nella realtà, abbiano la stessa considerazione di altri. Appariranno come delle idee cresciute in aria, slegate dal terreno della realtà, ma sulle quali verrà poi edificato un sistema di pensieri e valori che influenzeranno significativamente il comportamento dell’individuo. Continua a leggere

La religione come effetto collaterale del pensiero

Nonostante il numero di non credenti, agnostici ed atei sia in costante aumento, è sorprendente notare quanto la religiosità sia enormemente più diffusa e da quanto tempo lo sia.

Solo recentemente, il mondo scientifico ha iniziato ad interessarsi al fenomeno della religiosità, nel tentativo di capire la sua diffusione e la sua origine.

In un interessantissimo articolo, pubblicato su New Scientist il 4 febbraio 2009, ed intitolato “Born believers: How your brain creates God”, alcuni psicologi ed antropologi, grazie ad i risultati di recenti esperimenti cognitivi, cercano di arrivare a delle teorie plausibili.

Effetto dell’evoluzione

L’ipotesi evoluzionistica sull’origine della religione, sostiene che esse si siano sviluppate per questioni di adattamento all’ambiente. I fenomeni di aggregazione sociale, secondo questa ipotesi, furono favoriti dallo sviluppo di religioni comuni fra i membri dei gruppi. Questo avrebbe creato gruppi molto uniti e competitivi, quindi con maggiori possibilità di riproduzione e trasmissione dei geni.

Quest’idea non è completamente condivisa. Secondo Scott Atran, antropologo dell’università del Michigan, l’avere credenze prive di riscontri nella realtà, non darebbe alcun vantaggio in termini di adattamento. Ad esempio, la credenza nell’aldilà, sarebbe addirittura controproducente alla sopravvivenza dell’individuo nel qui-ed-ora. In maniera simile, qualsiasi credenza specifica, non spiegherebbe l’origine della religiosità, ma solo il modo in cui si è propagata.

Effetto collaterale del pensiero astratto

Causality by ~eartoeye

Secondo Atran, sarebbe il pensiero astratto ad averci reso così efficaci nell’adattamento e la religiosità nascerebbe come effetto collaterale di esso. È ciò che permette il pensiero soprannaturale, ad essere in noi innato, ed il pensiero soprannaturale rimane inconsciamente sempre presente.

Paul Bloom, psicologo di Yale, sostiene che ciò sia dovuto al fatto che abbiamo due sistemi cognitivi separati, che entrano in gioco a seconda che si abbia a che fare con oggetti viventi, quindi dotati di coscienza o almeno che mostrino intenzionalità, oppure con oggetti inanimati.

Dagli esperimenti fatti con bambini dell’età inferiore ai cinque mesi, si ha avuto la dimostrazione che già a quell’età, i due sistemi iniziano a differenziarsi. Negli esperimenti, i bambini mostravano sorpresa nel vedere muoversi un oggetto inanimato, ma nessuna reazione particolare quando l’oggetto in questione era una persona. Per i bambini, gli oggetti inanimati seguono sempre precise regole fisiche e sono quindi prevedibili, mentre solo le persone e gli esseri viventi hanno la facoltà di potersi muovere a piacimento.

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Autorità, religione, e senso comune nella morale

gandhi1Ho visto molte volte affermare che la religione sia un freno alla violenza, un qualcosa che aiuta ad essere più civili ed altruisti. Quando queste discussioni vengono fatte fra religiosi e non, spesso si scatenano accese discussioni che pongono in contrasto gli insegnamenti di Cristo, contro i traguardi raggiunti dall’umanismo e dall’illuminismo, le crociate e l’inquisizione contro i regimi sovietici e l’ateismo di stato, e via dicendo.

In un flash di pensieri, sono arrivato all’ipotesi che tutte queste discussioni, in realtà, girino solamente intorno alla questione. Provo a spiegarlo, con qualche semplificazione. :-)

Penso sia evidente che la religione sia stata un freno alla violenza, ma altrettanto spesso, un incentivo ad essa.

Perché succede questo? Perché uno stimolo tanto indifferenziato? Forse c’è qualcosa che rende la dottrina tanto efficace sulle persone?

Se nella mia dottrina inserisco delle regole morali, queste regole potranno essere accettate con maggiori probabilità, quanto maggiore è l’autorità che le emette, e quanto esse corrispondono a quello che si potrebbe chiamare comune buon senso.

Quest’ultimo è riscontrabile dall’esperienza comune e dall’aderenza con la realtà, mentre l’autorevolezza, nel caso delle religioni teistiche, deriva dalla divinità a cui si fa capo e da come essa è descritta dai testi sacri. Cosa ci può essere di più autorevole di un Dio?

Lo stesso discorso può valere non solo per le religioni, ma anche per le leggi di uno stato o di una comunità. In senso secolare, cosa ci può essere di più autorevole dello Stato?

Probabilmente ci sono molti altri fattori in gioco, ma per semplificare, potrei ipotizzare che l’equilibrio fra autorità (o autorevolezza) e senso comune (o aderenza alla realtà e all’esperienza comune), sia fondamentale all’efficacia.
Quanto più l’autorità è forte, tanto più riuscirò a far rispettare una regola dal senso comune molto debole. Quanto più nella mia regola vi è aderenza alla realtà ed al senso comune, tanto meno sarà necessario che essa sia originata da una forte autorità.

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Perché penso che gli dei siano poco probabili

2277341132_072593f01c.jpgQuello che state per leggere è un articolo che cercherò di mantenere il più possibile leggibile e semplice.
Dal mio punto di vista, non c’è alcuna ragione per la quale quello che andrò a spiegare debba essere complesso o fuori dalla portata di qualcuno. Come cercherò di mostrare, si tratta di ragionamenti che in moltissimi ambiti vengono fatti quotidianamente da tutti, quasi senza doverci pensare, ma che in altri ambiti particolari, non vengono invece applicati. In quei particolari ambiti, vigono infatti regole speciali che richiedono di sospendere il giudizio su di essi.

Questo articolo non ha alcuno scopo di convincere nessuno alle mie idee, non a caso nel titolo ho scritto “Perché penso”. Si tratta quindi del mio punto di vista, condivisibile o meno. Ovvio che personalmente, questo mio punto di vista, lo condivido appieno! ;-)
Il mio scopo, in questo articolo, è cercare di essere il più possibile razionale ed analitico. Per forza di cose non potrò toccare tutte le diramazioni del discorso: il mio tempo è quello che è, e non voglio di certo scriverci un libro! :-D
Sono consapevole che quello che scriverò potrebbe (ma anche no, spero) infastidire le persone credenti ed irritarle, che potrà portare come conseguenza: incazzature, insulti e – peggio di tutto – provocare in loro un netto rifiuto di voler comprendere ciò che leggeranno.
La religiosità è una caratteristica che è più legata ad i sentimenti, che non alla ragione (non a caso si usa spesso il termine “sentimento religioso”), ed è per questo motivo che quando la si va a stuzzicare, spesso, si provocano emozioni negative e reazioni di difesa talvolta estremamente dure. Spero che tutto questo non succeda, ma sono consapevole che la possibilità c’è. :-)

Leggendo il titolo, sarà certamente saltata all’occhio quella parola: “probabilità”. Inizio con un esempio che vi sembrerà banale, per sminuzzarlo in piccoli pezzi e quindi ricomporlo.
Immaginatevi su una spiaggia in agosto con quaranta gradi di temperatura. Osservare le persone. Secondo voi, ci sono più persone abbronzate, oppure persone abbronzate che desiderano un gelato fresco?
Dopo l’attimo iniziale di sbigottimento (ma che razza di domanda è?), vi chiederete dove stia il tranello. Dopo averci pensato un po’, mi darete la risposta, che corrisponde a ciò che ritenete più probabile. E la risposta è, ve lo dico subito: persone abbronzate.
Perché questo? Ciò che la vostra mente, ha ritenuto come la risposta più probabile, spinta dall’intuito o dal ragionamento, deriva da una serie di fattori.
Come faccio a sapere che ci sono persone abbronzate? È molto semplice: si osserva. L’esistenza delle persone abbronzate è una caratteristica che è sufficiente constatare, per verificarla.
Sapere invece che ci sono delle persone abbronzate che desiderano un gelato fresco è invece parecchio più complicato. Quelli che alla domanda optano per questa scelta, lo fanno in base ad uno scenario mentale che si sono autocostruiti: cioè che con quella temperatura è molto facile che una persona voglia raffreddarsi un po’ la gola con un buon gelato.
Al contrario dell’altra opzione, non ci è possibile constatare che le persone desiderino un gelato. Dovremmo poter leggere loro nella mente, ma questo non si può fare. :-) Per sostenere questa ipotesi, bisogna dimostrarla, e per dimostrarla è necessario che vi siano delle evidenze, cioè delle prove. Vi verrà chiesto perché pensate che le persone abbronzate desiderino un gelato fresco ed a voi toccherà darvi da fare per fornire le prove necessarie. Cercherete di seguire con lo sguardo tutte le persone abbronzate per vedere se andranno a comprarsi un gelato, oppure lo pescheranno dalle proprie borse frigo. Chi vi avrà fatto la domanda, allora potrà alzare delle obiezioni. Vi chiederà come fate ad essere sicuri che le persone che hanno appena comprato un gelato lo desiderassero veramente, oppure se non l’hanno comprato per qualcun altro, e così via. Come vi ho detto, il compito di dimostrare che le persone abbronzate desiderano un gelato fresco non è affatto semplice, anzi: è molto frustrante! Dopo un po’, quando sarete veramente spazientiti, ci sarà una piccolissima possibilità che siate tentati di dire all’altro: “Beh… allora dimostrami tu che quelle persone NON desiderano un gelato fresco!”. A quel punto, l’altro vi risponderà “Eh no! Sei tu per primo che hai detto che desiderano un gelato. Sei tu a doverlo dimostrare! È così che funziona. Se nei tribunali si facesse come dici tu, cioè che non sia l’accusa – chi afferma – a dover portare le prove riguardo a ciò di cui sta accusando l’imputato, sarebbe il caos! Chiunque potrebbe accusare chiunque di qualunque cosa gli salti per la testa! E sarebbero giudicati colpevoli una marea di innocenti. Ed al contrario, potrebbero venire dichiarati innocenti una marea di colpevoli!”.
Oltre ai ragionamenti sul constatare, il dimostrare e l’onere della prova, c’è una caratteristica del problema posto, che non ho ancora toccato.
L’insieme persone abbronzate che desiderano un gelato fresco, è incluso nell’insieme persone abbronzate, perché le persone abbronzate che desiderano un gelato fresco sono, dopotutto, persone abbronzate! :-)
Si tratta infatti di un caso di classe-inclusione. Da questo segue che, la probabilità che sulla spiaggia ci siano persone abbronzate, è sempre maggiore o uguale (nel caso i due insieme coincidano) alla probabilità che ci siano persone abbronzate che desiderano un gelato fresco!
La cosa interessante è che, chiunque sia arrivato a questa soluzione, ha applicato, senza nemmeno saperlo, il principio del Rasoio di Occam!

Rendiamo ora il discorso un po’ più interessante… Continua a leggere

Star Trek e la religione

no-fan2Completo l’opera, riportando questo testo trovato in rete, del quale non sono riuscito a risalire all’autore originale.
L’argomento è il rapporto fra Star Trek e la religione. Si parlerà inoltre, del rapporto fra essa ed il suo autore originale, Gene Roddenberry, facendo anche paragoni con la serie “rivale” di sempre, Star Wars.

Da qualche tempo a questa parte mi trovo impelagato in un affascinante, per quanto interminabile e probabilmente senza via d’uscita, dibattito filosofico con un estimatore di lunga data della Repubblica lucasiana e annessa mitologia. Cominciato vis à vis nelle pieghe dell’ultima sessione della Cricca, proseguito via email e tuttora in corso, l’argomento del contendere verte sulla visione religiosa proposta in Star Trek e la presunta superiorità del background che sottenderebbe l’universo di Star Wars. Premesso il mio tiepido interesse per la complessa creatura di George Lucas, in passato ho tentato di liquidare il più velocemente possibile questo argomento ogni qualvolta mi è stato proposto, non già per disinteresse, quanto per la consapevolezza di dover mettere piede in un campo minato. Finora mi era riuscito di starne alla larga, ma doveva accadere presto o tardi che io abboccassi all’amo ingoiando tutta la lenza. Riassumo qui il mio punto di vista, nella speranza che valga a dissuadere altri dal tirare in ballo sotto il mio naso la vexata quaestio in futuro. Chi non mastica nulla di Star Trek passi tranquillamente oltre senza voltarsi indietro: sono un lieutenant commander della Flotta Stellare e sarò costretto a dare fondo a tutto il mio addestramento per cavarmi d’impiccio.

Gene Roddenberry ricevette un’educazione religiosa e frequentò regolarmente le funzioni della Chiesa Battista fino all’adolescenza, prima di manifestare un radicale rigetto per la religione. Traduco una sua dichiarazione così come citata da Graham Kennedy, Daystrom Institute, ripresa testualmente da Bernd Schneider, Ex Astris Scientia:

Condanno i falsi profeti, condanno il tentativo di minare il potere della decisione razionale, di prosciugare il libero arbitrio della gente e una dannata quantità di denaro nell’affare. Le religioni variano nel relativo livello di idiozia, ma le rifiuto tutte. Per la maggior parte delle persone, la religione non è nulla più che un surrogato per un cervello malfunzionante.

E ancora:

Dobbiamo mettere in discussione la logica storica di avere un Dio onniscente e onnipotente, che crea esseri umani imperfetti per poi biasimarli in virtù dei Suoi stessi errori.

Una posizione oltremodo chiara, tale da riflettersi nell’adesione del 1986 alla American Humanist Association, che non più tardi del 1991 gli riconoscerà il prestigioso Humanist Arts Award. Il Movimento Panteista tenterà a sua volta ripetutamente di tirarlo per la giacca, senza invero argomenti convincenti. Di sè stessa l’Associazione Umanista dice:

L’Umanesimo è una filosofia di vita progressista che, prescindendo dal soprannaturale, afferma la nostra capacità e responsabilità di condurre un’esistenza etica di realizzazione personale, che aspira al maggior bene per l’umanità.

Roddenberry si considerò quindi un Umanista per tutta la durata della propria vita adulta, trasponendo in qualche modo questa visione ideale nell’universo di Star Trek. Ad una prima superficiale analisi sembra infatti evidente l’assenza di substrato religioso laddove egli tratteggia invece con precisione le peculiarità filosofiche e tecnologiche proprie della società del futuro. Fatte salve alcune significative eccezioni, i personaggi dei serial televisivi e dei lungometraggi eviteranno accuratamente di compromettersi con affermazioni di carattere religioso nel corso dell’intera storia della saga, fino ai giorni nostri. Si parla di eccezioni laddove l’ambientazione di un episodio, una battuta, un dialogo o parti della sceneggiatura abbiano introdotto elementi di più o meno marcata pertinenza religiosa. In Balance of Terror (La navicella invisibile) durante una cerimonia nuziale officiata da James T. Kirk, in quella che con ogni evidenza è la cappella della nave, alle spalle del Capitano sono chiaramente visibili una croce e un ulteriore simbolo religioso, non identificabile. Se accadrà ancora che un ufficiale al comando celebri un matrimonio (a titolo di esempio, lo faranno sia Picard che Janeway), non ci sarà invece altra occasione per notare simboli religiosi riferibili alla cerimonia. Nulla anche nei funerali, che pure saranno numerosi. In That Which Survives (Un pianeta ostile) il tenente Rhada sfoggia sulla fronte un classico simbolo induista. Basterebbero questi indizi da soli a confermare che la popolazione umana della Federazione attribuisce ancora un qualche valore alle tradizioni religiose, così come le conosciamo oggi, sia pure con una punta di ecumenismo e verosimilmente tracce di nuovi culti. Ancora in The Empath (Il diritto di sopravvivere) il dottor Ozaba cita un passo dalla Bibbia, come farà più tardi anche Joseph Sisko dalle pagine della sceneggiatura di Far Beyond the Stars (Lontano, oltre le stelle). Star Trek V: The Final Frontier vede l’eretico vulcaniano Sybok raccogliere un codazzo di seguaci alla volta di Sha Ka Ree, il pianeta di Dio, proponendo loro una sorta di terapia religiosa che richiama grosso modo l’auditing di Scientology: condividi con me il tuo dolore, abbandonalo e da esso trarrai forza. L’idea che Dio soggiorni su un pianeta specifico è dottrina nota fra i Mormoni, e anche i Raeliani collocano fisicamente i propri Dei su un pianeta. Kirk rifiuterà recisamente di condividere con Sybok le proprie esperienze dolorose e di permettere che vengano cancellate, affermando che esse fanno parte di lui e lo definiscono in quanto individuo. Il dottore della Voyager calcherà le assi del ponte ologrammi vestito da sacerdote cattolico in Spirit Folk (Gli spiriti) e il suo omologo alieno Phlox sull’Enterprise del ventiduesimo secolo dirà in Cold Front (Guerra temporale) di aver assistito ad una messa in Piazza San Pietro, avvalorando senz’ombra di dubbio la sopravvivenza di religioni mainstream dietro le quinte della struttura sociale umana integrata nella Federazione Unita dei Pianeti. Continua a leggere