Libero arbitrio e responsabilità morale – Sam Harris

Riporto da Some1elsenotme:

Tratto dal capitolo Moral responsability incluso in Free Will di Sam Harris (vedi post precedente).

The belief in free will has given us both the religious conception of “sin” and our commitment to retributive justice. The U.S. Supreme Court has called free will a “universal and persistent” foundation for our system of law, distinct from “a deterministic view of human conduct that is inconsistent with the underlying precepts of our criminal justice system” (United States v. Grayson, 1978). Any intellectual developments that threatened free will would seem to put the ethics of punishing people for their bad behavior in question.

The great worry, of course, is that an honest discussion of the underlying causes of human behavior appears to leave no room for moral responsibility. If we view people as neuronal weather patterns, how can we coherently speak about right and wrong or good and evil? [...]

Happily, we can. What does it mean to take responsibility for an action? [...]

Consider the following examples of human violence:

1. A four-year-old boy was playing with his father’s gun and killed a young woman. The gun had been kept loaded and unsecured in a dresser drawer. Continua a leggere

Liberano dei prigionieri destinati alla tortura ed alla morte. Arrestati ed accusati di furto.

img: beagle liberatoSe i prigionieri in oggetto fossero degli esseri umani, pensereste subito ad una situazione assurda, oppure ad un fatto del passato, quando era ancora diffusa la schiavitù esplicita, o ancora, a qualche paese nel quale permangono tradizioni e leggi violente. Ma i prigionieri in questione sono cani. Cuccioli di Beagle che vengono allevati in massa nei capannoni dell’azienda Green Hill di Montichiari (BS). Il fatturato di quest’azienda, che è,credo, la più grossa d’Italia in questo campo, deriva dalla vendita di cani ai laboratori di sperimentazione di aziende farmaceutiche, cosmetiche e via dicendo. Questi cani, nascono all’interno di capannoni, in gabbie e condizioni che, chi è riuscito ad intrufolarsi, ha detto essere pietose, crescono richiusi, senza poter nemmeno vedere la luce del sole, dopodiché vengono venduti come merce, e portati in luoghi dove verranno torturati ed uccisi, per testare magari quanto mascara deve andare a contatto con l’occhio prima di perderne l’uso, oppure qual’è la dose di una sostanza che, una volta ingerita, uccide il 50% dei soggetti. Non è proprio il genere di vita che si direbbe felice.

I test sugli animali, non sono solo crudeli nei loro confronti, ma sono metodi inadeguati che concorrono alla commercializzazione di farmaci potenzialmente nocivi o inefficaci. Se venissero sostituiti (e molti, già l’hanno fatto) con test più adeguati, usando apparecchiature adatte allo scopo, al posto di animali, riusciremmo ad avere prodotti meglio testati, ed un avanzamento ulteriore nella ricerca. Non si tratta quindi, di scegliere se far morire un topo, un cane, un coniglio, un macaco, oppure un bambino, ma di avere la certezza che tutti questi, assieme, non soffrano e muoiano inutilmente.

Una review del 2005, condotta dal dott. Toni Lindl (ex professore di Biochimica all’Università di Bonn e attuale direttore dell’Istituto di Colture Cellulari Applicate di Monaco) ha concluso che gli esperimenti su animali falliscono nel loro intento di predire il risultato sugli umani il 99,7% delle volte [4]. La ricerca ha analizzato 51 serie di esperimenti su 5.000 animali condotte in tre università in Germania. E’ stato scoperto che il 99,7% dei risultati non erano applicabili agli umani e che per il rimanente 0,3% non era poi stata trovata alcuna applicazione medica reale.

Per saperne di più:

Riporto ora una serie di articoli sulla notizia accennata nel titolo. Continua a leggere

Lavorando in incognito in un macello: un intervista con Timothy Pachirat

Della violenza nei macelli e nell’industria alimentare si sono già dette moltissime cose e penso che la questione sia sufficientemente chiara a chiunque non si rifiuti di prendere in considerazione i fatti conosciuti. Quello che mette in evidenza quest’intervista è un aspetto meno discusso e, a mio avviso, molto più interessante. Si parla infatti di come sia possibile che l’esercizio della violenza diventi accettabile e normale da parte delle persone che la operano direttamente e da chi, da questa violenza, trae beneficio.

È un discorso che si presta ad essere allargato, come fa notare anche l’autore, in altri ambiti al di fuori del caso del macello industriale qua evidenziato.

La mia impressione era che, portare l’attenzione vicina a come viene operata l’uccisione industrializzata, avrebbe potuto non solo mettere in luce come la realtà del massacro animale viene resa tollerabile, ma anche come la distanza e l’occultamento operano in analoghi processi sociali: guerra eseguita da eserciti di volontari, il subappalto del terrore organizzato a mercenari, e la violenza alla base della fabbricazione delle migliaia di oggetti e componenti con cui veniamo a contatto nella nostra vita quotidiana.

I meccanismi che permettono questo, sono infatti utilizzabili efficacemente come strategie politiche. Quando tempo fa mi chiedevo cosa passasse per la mente di chi vuol diventare soldato, intendevo capire anche questo genere di meccanismi. La burocratizzazione della società, il funzionamento interno dei governi, dell’esercito, sono anch’essi meccanismi che portano ad ottenere i medesimi effetti. Si comprende, quindi, come sia possibile accettare la violenza della guerra, di governi, delle forze dell’ordine sia da parte di chi quella violenza la attua personalmente, sia da chi ne trae beneficio.

La lezione, qui, non è che la macellazione ed i genocidi siano moralmente e funzionalmente equivalenti, ma piuttosto che la violenza sistematica, su larga scala, resa routine, è del tutto coerente con il genere di strutture burocratiche ed i meccanismi che associamo tipicamente alla civiltà moderna.

Voglio introdurre quest’intervista mostrando due video divertenti. Il primo è il famoso sketch dei Monty Python della barzelletta mortale, il secondo è una candid camera brasiliana segnalatami da Rita.

Ho fatto personalmente la traduzione dell’intervista. Chi sapesse come migliorarla, specialmente traducendo alcuni termini gergali in equivalenti italiani, mi scriva i suggerimenti nei commenti. :)

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Arrivano le carceri private

Riporto, da crisis.blogosfere.it

Carceri affidate ai privati, con obbligo di partecipazione delle banche. Ecco cosa si nasconde nell’art. 44. La mafia ringrazia: finalmente potranno gestirsi le carceri da soli.

Mentre eravamo tutti intenti a preoccuparci di tassisti, crociere e forconi, guarda guarda cosa ti infilano nel decreto “liberalizzazioni” i nostri amici seduti al governo. Una ventina di righe all’articolo 44, mica niente di che, che ancora nessuno ha letto e di cui nessun giornale ha fatto ancora parola.

Il provvedimento si chiama Project financing per la realizzazione di infrastrutture carcerarie, ed in sintesi realizza un sogno da tempo coltivato: quello di affidare le carceri ai privati. Si sa, le carceri son piene, mica vorremo un indulto al giorno con tutti i delinquenti che ci sono oggidì.

Leggetelo, lo trovate qui.

Non solo si permette ai privati costruire le carceri, ma si scrive nero su bianco che

al fine di assicurare il perseguimento dell’equilibrio economico-finanziario dell’investimento, al concessionario è riconosciuta, a titolo di prezzo, una tariffa per la gestione dell’infrastrutturae per i servizi connessi, ad esclusione della custodia.

Questo significa che la gestione carceraria, escluse le guardie, è affidata a privati imprenditori. Riuscite ad immaginare cosa significa ciò in Italia, con infiltrazioni mafiose a tutti i livelli ed in special modo nell’edilizia? Che le carceri saranno gestite dai delinquenti. Quelli di serie A, naturalmente, perché quelli di serie B saranno il “prodotto”, ovvero coloro su cui si farà business. Un tot a carcerato. E il carcere, naturalmente, dovrà essere sempre pieno altrimenti non conviene: non buttate più cartacce per terra, mi raccomando.

C’è dell’altro: Il concessionario nella propria offerta deve prevedere che le fondazioni di origine bancaria contribuiscano alla realizzazione delle infrastrutture di cui al comma 1, con il finanziamento di almeno il 20 per cento del costo di investimento.

In soldoni, è fatto obbligo di far partecipare le banche alla spartizione della torta. Torta di denaro pubblico, perché è sempre lo Stato che paga. A meno che non si voglia far lavorare a gratis i detenuti, in concorrenza con le aziende, e con il compenso intascato dall’”imprenditore carcerario”. Funziona così, in USA. Siamo fiduciosi che, nel decreto “privatizzazioni”, si privatizzerà anche il lavoro schiavo dei carcerati.

Io credo che un provvedimento del genere avrebbe meritato un dibattito pubblico in un “Paese normale”. Che una simile cessione di democrazia, di controllo e di libertà da parte dello Stato dovrebbe essere ben conosciuta dai cittadini e dall’opinione pubblica, e non infilata di soppiatto tra gli articoli mentre il gregge è distratto a pensare ai taxi.

Ergastoli

Ho appena letto un articolo scritto da Sonia Alfano, riguardo a Bernardo Provenzano. In alcune parti, mi è sembrato crudele.

Anche a me piacerebbe molto che si scoprissero tutte quelle persone legate alla criminalità organizzata, che hanno ucciso e corrotto la politica manovrandola e che ancora lo stanno facendo. Vorrei che si scoprissero, per fermale ed evitare ci siano ancora uccisioni, dolore, e corruzione.

Ma non posso evitare di chiedermi se sia giusto utilizzare il carcere in questo modo. Ricordandomi che il sistema carcerario non è altro che una toppa che si utilizza per coprire l’incapacità dei governi di garantire una vita serena ed equa a tutte le persone. Ben pochi userebbero la forza e l’inganno per prendere dei beni agli altri, se non ritenessero di essere in una posizione diseguale o inferiore alle proprie aspettative. Non ci si farebbe giustizia da soli se non si ritenesse che la “giustizia ufficiale” fosse carente ed ingiusta. Ben pochi lo farebbero se invece della competizione egoistica venisse promossa la condivisione, la collaborazione e l’uguaglianza.*

L’ergastolo ostativo (legge 354, articoli 4bis e 41bis) potrebbe essere visto come una forma di condanna a morte al rallentatore. Tali articoli sono stati considerati anche incostituzionali perché incompatibili con l’articolo 27: “Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”. Riguardo a questo, vi consiglio la lettura degli articoli sul blog Le urla dal silenzio. Mi chiedo anche se l’imprigionamento in luoghi come le nostre carceri non sia una forma di condanna a morte in sé, dimostrata dall’elevato numero di suicidi. “Io non ti posso uccidere, ma pongo le condizioni ambientali per le quali sarai tu a volerlo fare”. Penso al fatto che il Brasile non voglia estradare Cesare Battisti proprio per via delle condizioni disumane delle nostre carceri. Continua a leggere