Razzismo e odio di classe – da Anacronismi

Riporto da taccuinoanacronistico

“Sottoproletari dell’identità” (A. Sayad).

Che talvolta il razzismo si combini, fra le altre cose, con un odio di classe, è un fatto che bisognerebbe non stancarsi mai di sottolineare ed esplorare. Questa sinistra combinazione fra classismo e razzismo (e non solo) è approfondita dagli studi intersezionali, che cercano di analizzare le dinamiche delle discriminazioni considerando le categorie sociali non isolatamente, ma appunto nelle loro intersezioni (genere, razza, classe, ecc.). Si tratta di una prospettiva che sembra riuscire a superare il limiti del discorso antidiscriminatorio tradizionale, il quale tende a ipostatizzare una categoria a scapito di altre (benché qualcuno rifiuti la nozione stessa di “categoria”) non riuscendo in tal modo a cogliere del tutto la complessità delle situazioni sociali. La trovo molto interessante e opportuna e intendo approfondirla.

Ho trovato illuminante e decisamente attuale la riflessione di Renate Siebert in Il razzismo. Il riconoscimento negato, Carocci 2004, che ho letto da poco, che dedica un sottocapitolo all’intersezione razzismo e classismo e che voglio perciò ripostare qui. Mi permetto di grassettare alcuni passaggi [pp. 106 - 110]: Continua a leggere

Lavorando in incognito in un macello: un intervista con Timothy Pachirat

Della violenza nei macelli e nell’industria alimentare si sono già dette moltissime cose e penso che la questione sia sufficientemente chiara a chiunque non si rifiuti di prendere in considerazione i fatti conosciuti. Quello che mette in evidenza quest’intervista è un aspetto meno discusso e, a mio avviso, molto più interessante. Si parla infatti di come sia possibile che l’esercizio della violenza diventi accettabile e normale da parte delle persone che la operano direttamente e da chi, da questa violenza, trae beneficio.

È un discorso che si presta ad essere allargato, come fa notare anche l’autore, in altri ambiti al di fuori del caso del macello industriale qua evidenziato.

La mia impressione era che, portare l’attenzione vicina a come viene operata l’uccisione industrializzata, avrebbe potuto non solo mettere in luce come la realtà del massacro animale viene resa tollerabile, ma anche come la distanza e l’occultamento operano in analoghi processi sociali: guerra eseguita da eserciti di volontari, il subappalto del terrore organizzato a mercenari, e la violenza alla base della fabbricazione delle migliaia di oggetti e componenti con cui veniamo a contatto nella nostra vita quotidiana.

I meccanismi che permettono questo, sono infatti utilizzabili efficacemente come strategie politiche. Quando tempo fa mi chiedevo cosa passasse per la mente di chi vuol diventare soldato, intendevo capire anche questo genere di meccanismi. La burocratizzazione della società, il funzionamento interno dei governi, dell’esercito, sono anch’essi meccanismi che portano ad ottenere i medesimi effetti. Si comprende, quindi, come sia possibile accettare la violenza della guerra, di governi, delle forze dell’ordine sia da parte di chi quella violenza la attua personalmente, sia da chi ne trae beneficio.

La lezione, qui, non è che la macellazione ed i genocidi siano moralmente e funzionalmente equivalenti, ma piuttosto che la violenza sistematica, su larga scala, resa routine, è del tutto coerente con il genere di strutture burocratiche ed i meccanismi che associamo tipicamente alla civiltà moderna.

Voglio introdurre quest’intervista mostrando due video divertenti. Il primo è il famoso sketch dei Monty Python della barzelletta mortale, il secondo è una candid camera brasiliana segnalatami da Rita.

Ho fatto personalmente la traduzione dell’intervista. Chi sapesse come migliorarla, specialmente traducendo alcuni termini gergali in equivalenti italiani, mi scriva i suggerimenti nei commenti. :)

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Samhini yamma. Chissà se la madre di Amir capirà

Riporto questa storia da Fortress Europe. Mi è stato segnalato nei commenti del precedente post, ma penso che meriti più visibilità. Com’è scritto nel blog di Gabriele Del Grande, questa è la storia che studieranno i nostri figli, quando nei testi di scuola si leggerà che negli anni duemila morirono a migliaia nei mari d’Italia e a migliaia vennero arrestati e deportati dalle nostre città. Mentre tutti fingevano di non vedere. Questa è una delle tante storie di persone che quotidianamente vengono imprigionate e torturate, qua in Italia, perché provenienti da altri paesi, come la nigeriana Joy, che subì un tentativo di stupro dal capo della polizia Vittorio Addesso, nel CIE di Milano. Tutto il meccanismo poliziesco e burocratico, si mise in moto per mettere a tacere la storia e deportare lei ed i testimoni. Le notizie su quanto sta succedendo, sui canali ufficiali, arrivano sempre molto tardi ed hanno pochissima vivibilità. È notizia di pochi giorni fa, che il governo abbia aumentato il periodo di detenzione nei CIE, da sei a diciotto mesi.

Stazione di Torino Porta Nuova. Il treno regionale per Bologna delle 18:20 è in partenza al binario 10. Dietro il finestrino, Mahmud si infila gli auricolari dell’iPhone e schiaccia play.

Samhini yamma di Ashref. Forse ha sbagliato canzone. O forse è proprio quella giusta per questo momento. Samhini yamma, perdonami mamma. Perdonami se me ne sono andato, perdonami l’esilio, perdonami l’assenza. A salutarlo dal marciapiede del binario c’è un ragazzo con gli occhi arrossati dalle lacrime. È il suo migliore amico. Singhiozza.

Sono cresciuti insieme per le strade di Sfax, in Tunisia. Insieme hanno lavorato per anni sui pescherecci di Kerkennah e insieme hanno fatto la traversata per Lampedusa. Era il 24 gennaio. Sono passati sei mesi da allora. E adesso è arrivato il momento più difficile del viaggio. Il momento di dirsi addio. Mahmud va a Parma, Hasan a Parigi. Raggiungono i parenti. In tasca hanno un foglio di via. Li hanno appena rilasciati dal centro di identificazione e espulsione di Torino, insieme a un altro amico della comitiva di Sfax, Amir, che ha fatto la traversata sulla loro stessa fluca (barca) insieme a altri sei passeggeri. Per loro il viaggio ricomincia da qui. Dopo sei mesi di detenzione. Con la stessa determinazione di riuscire, ma con molta più amarezza nel cuore. Perché l’Europa che hanno sognato per anni, ha cessato di esistere nel loro immaginario. Continua a leggere

Elezioni: “Pesélo, paghélo, impichélo”

Un articolo interessante riguardo alle elezioni. L’origine sembra essere dal comitato “No Dal Molin“, nato per opporsi all’ampliamento della base militare vicentina “Dal Molin”, voluto dalla NATO, approvato dal governo (Prodi, al tempo, e mai bloccato dai governi successivi), ma sempre osteggiato dalla popolazione locale. Oggi ho letto una dichiarazione di Gheddafi in cui affermava di voler portare la guerra in Italia, visto il nostro coinvolgimento attivo. In caso di contrattacco, l’Italia sarebbe infatti il paese più vicino ed importante, dato il numero di basi militari che ospitiamo. Oltre alle basi, un altro bersaglio importante sarebbero le eventuali centrali nucleari, (che ancora non ci sono, a parte quelle costruite negli anni 80 che attualmente sono attive per il processamento delle vecchie scorie… e che paghiamo ancora salatamente sulla bolletta) dato che sono indispensabili per arricchire l’uranio utilizzato dalle armi nucleari. La proporzione fra energia elettrica prodotta e uranio arricchito sembra più a favore del secondo, tanto da far ritenere a molti che l’elettricità sia da considerare il prodotto collaterale, di scarto, del processo. Non a caso, nella prima guerra del golfo, gli USA attaccarono immediatamente le centrali irachene per bloccare la produzione di uranio arricchito e quindi le possibilità di sviluppo della bomba atomica da parte del governo del paese. Qualche anno dopo, s’inventarono la presenza di armi di distruzione di massa, nonostante la possibilità di produrle fosse stata impedita da parecchio e mai più ripristinata, ma questo è un altro discorso (per farvi un’idea, potete guardare il film Fair Game).

Sembra quindi che questo governo potrà avere il disonore di portare il paese in guerra, emulando il suo predecessore illustre: il governo fascista di Mussolini. Penso che quasi nessuno desideri questo, a parte chi incoscientemente è interessato a sfruttare la situazione per aumentare i propri affari.

Eppure, paghiamo costantemente la guerra e gli armamenti con le nostre tasse. Non possiamo rifiutarci di farlo, pena l’essere perseguitati dalla legge. Secondo quanto dice il ministro delle finanze, per pagare questa guerra, forse dovranno aumentare anche le accise sui carburanti, così quando useremo il riscaldamento di casa, quando faremo rifornimento al nostro veicolo, in parte, pagheremo pure qualche pallottola, o un pezzettino di missile che andrà ad ammazzare qualcuno che non conosciamo. Questa è la nostra democrazia ed il risultato dei nostri voti. Anche se siamo pacifisti, nonviolenti o antimilitaristi, veniamo costretti a pagare la guerra, oltre ai vizi dei parlamentari, le prigioni per i “colpevoli” di clandestinità, i poliziotti che massacrano e torturano i manifestanti del G8 di Genova, le future centrali nucleari che contamineranno con le loro scorie il territorio, ci metteranno a rischio di catastrofi ed aumenteranno la probabilità di contrarre tumori o …qualche bomba di uno stato che ci considera nemici. Non ho mai minacciato né aggredito la Libia o qualsiasi altro stato, ma chi pretende di rappresentarmi lo fa a nome degli italiani. E lo stato attaccato, nella sua propaganda, indica tutti gli italiani come i colpevoli che pensa di contrattaccare.

Come dice l’articolo trascritto qua sotto: “il cittadino rischia di fare come quei due personaggi dell’Amleto, Rosencrantz e Guildenstern, che andarono dal re d’Inghilterra per consegnargli una lettera, non sapendo che la lettera conteneva l’istruzione di impiccarli. I due finirono sulla forca in questo modo, essendo agenti della loro fine”

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