Perché non siamo il nostro cervello (prefazione) – Alva Noë

IMG: copertinaRiporto una parte della prefazione del libro che ho appena iniziato. L’autore è Alva Noë, filosofo esternalista. Il libro Perché non siamo il nostro cervello, è stato pubblicato nel 2009.

Viviamo in un’epoca di crescente entusiasmo per il cervello. Soltanto la preoccupazione di trovare un gene per qualunque cosa compete oggi con il diffuso ottimismo che circonda le neuroscienze. Percezione, memoria, piacere o dispiacere, intelligenza, morale… il cervello è considerato l’organo responsabile di ogni cosa. Si crede comunemente che persino la coscienza, il Santo Graal della filosofia e della scienza, sarà presto fatta oggetto di una spiegazione neurale. In un’era come la nostra, contraddistinta da spettacolari e costose tecniche di brain imaging (come la risonanza magnetica funzionale e la tomografia a emissione di positroni), difficilmente passa un giorno senza che le pagine scientifiche dei principali quotidiani e delle più importanti riviste diano notizia di nuove conquiste e sensazionali scoperte.

Dopo decenni di sforzi comuni da parte di neuroscienziati, psicologi e filosofi, l’unico punto che sembra rimanere non controverso circa il ruolo svolto dal cervello nel renderci coscienti, ossia il modo in cui esso dà origine alle sensazioni, ai sentimenti e alla soggettività, è che non ne sappiamo nulla. Anche i più entusiasti delle nuove neuroscienze della coscienza ammettono che, allo stato attuale delle cose, nessuno possiede ancora una spiegazione plausibile del modo in cui l’esperienza – la sensazione della rossezza del rosso! – possa emergere dall’azione del cervello. Nonostante la tecnologia di cui disponiamo e nonostante la sperimentazione sugli animali, non siamo oggi più vicini a comprendere le basi neurali dell’esperienza di quanto lo fossimo cent’anni fa. Ci manca una teoria che spieghi, in maniera sia pure grossolana, quale contributo possa recare il comportamento di singole cellule all’emergere della coscienza. Questo non è di per sé uno scandalo, ma può diventarlo se permettiamo che la propaganda nasconda il fatto che stiamo brancolando nel buio.

Sentiamo spesso ripetere che le neuroscienze della coscienza si trovano ancora in una fase precoce del loro sviluppo. Ciò non è però corretto, in quanto suggerisce che il progresso sia in grado di prendersi cura di sé: è solo questione di tempo, di un normale processo di maturazione. Un’immagine migliore potrebbe essere quella di escursionisti inesperti che si trovano fuori da ogni sentiero senza avere alcuna idea di dove siano: si sono persi, e neppure lo sanno! L’obiettivo di questo libro è aiutarci a capire dove siamo e a trovare la strada per andare avanti. Continua a leggere

La dichiarazione di Cambridge sulla coscienza

In questo giorno del 7 luglio 2012, un significativo gruppo internazionale di neuroscienziati cognitivi, neurofarmacologi, neurofisiologi, neuroanatomisti e neuroscienziati computazionali sono riuniti all’Università di Cambridge per riesaminare il sotto strato neurobiologico dell’esperienza cosciente ed i relativi comportamenti negli animali umani e non-umani. Mentre le ricerche comparative su quest’argomento sono naturalmente ostacolate dall’incapacità degli animali non-umani, e spesso umani, di comunicare prontamente e chiaramente riguardo ai propri stati interni, le seguenti osservazioni possono essere date inequivocabilmente:

  • Il campo di ricerca sulla Coscienza si sta evolvendo rapidamente. Sono state sviluppate nuove ricche tecniche e strategie per la ricerca su animali umani e non-umani. Di conseguenza, più dati stanno diventando prontamente disponibili, e questo richiede una periodica rivalutazione dei precedenti preconcetti mantenuti in questo campo. Studi sugli animali non-umani hano mostrato che omologhi circuiti cerebrali correlati all’esperienza cosciente ed alla percezione possono essere selettivamente facilitati ed interrotti per valutare quando essi sono fattualmente necessari per queste esperienze. Inoltre, negli umani, nuove tecniche non-invasive sono prontamente disponibili per sondare i correlati della coscienza. Continua a leggere

La religione come effetto collaterale del pensiero

Nonostante il numero di non credenti, agnostici ed atei sia in costante aumento, è sorprendente notare quanto la religiosità sia enormemente più diffusa e da quanto tempo lo sia.

Solo recentemente, il mondo scientifico ha iniziato ad interessarsi al fenomeno della religiosità, nel tentativo di capire la sua diffusione e la sua origine.

In un interessantissimo articolo, pubblicato su New Scientist il 4 febbraio 2009, ed intitolato “Born believers: How your brain creates God”, alcuni psicologi ed antropologi, grazie ad i risultati di recenti esperimenti cognitivi, cercano di arrivare a delle teorie plausibili.

Effetto dell’evoluzione

L’ipotesi evoluzionistica sull’origine della religione, sostiene che esse si siano sviluppate per questioni di adattamento all’ambiente. I fenomeni di aggregazione sociale, secondo questa ipotesi, furono favoriti dallo sviluppo di religioni comuni fra i membri dei gruppi. Questo avrebbe creato gruppi molto uniti e competitivi, quindi con maggiori possibilità di riproduzione e trasmissione dei geni.

Quest’idea non è completamente condivisa. Secondo Scott Atran, antropologo dell’università del Michigan, l’avere credenze prive di riscontri nella realtà, non darebbe alcun vantaggio in termini di adattamento. Ad esempio, la credenza nell’aldilà, sarebbe addirittura controproducente alla sopravvivenza dell’individuo nel qui-ed-ora. In maniera simile, qualsiasi credenza specifica, non spiegherebbe l’origine della religiosità, ma solo il modo in cui si è propagata.

Effetto collaterale del pensiero astratto

Causality by ~eartoeye

Secondo Atran, sarebbe il pensiero astratto ad averci reso così efficaci nell’adattamento e la religiosità nascerebbe come effetto collaterale di esso. È ciò che permette il pensiero soprannaturale, ad essere in noi innato, ed il pensiero soprannaturale rimane inconsciamente sempre presente.

Paul Bloom, psicologo di Yale, sostiene che ciò sia dovuto al fatto che abbiamo due sistemi cognitivi separati, che entrano in gioco a seconda che si abbia a che fare con oggetti viventi, quindi dotati di coscienza o almeno che mostrino intenzionalità, oppure con oggetti inanimati.

Dagli esperimenti fatti con bambini dell’età inferiore ai cinque mesi, si ha avuto la dimostrazione che già a quell’età, i due sistemi iniziano a differenziarsi. Negli esperimenti, i bambini mostravano sorpresa nel vedere muoversi un oggetto inanimato, ma nessuna reazione particolare quando l’oggetto in questione era una persona. Per i bambini, gli oggetti inanimati seguono sempre precise regole fisiche e sono quindi prevedibili, mentre solo le persone e gli esseri viventi hanno la facoltà di potersi muovere a piacimento.

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Perché penso che gli dei siano poco probabili

2277341132_072593f01c.jpgQuello che state per leggere è un articolo che cercherò di mantenere il più possibile leggibile e semplice.
Dal mio punto di vista, non c’è alcuna ragione per la quale quello che andrò a spiegare debba essere complesso o fuori dalla portata di qualcuno. Come cercherò di mostrare, si tratta di ragionamenti che in moltissimi ambiti vengono fatti quotidianamente da tutti, quasi senza doverci pensare, ma che in altri ambiti particolari, non vengono invece applicati. In quei particolari ambiti, vigono infatti regole speciali che richiedono di sospendere il giudizio su di essi.

Questo articolo non ha alcuno scopo di convincere nessuno alle mie idee, non a caso nel titolo ho scritto “Perché penso”. Si tratta quindi del mio punto di vista, condivisibile o meno. Ovvio che personalmente, questo mio punto di vista, lo condivido appieno! ;-)
Il mio scopo, in questo articolo, è cercare di essere il più possibile razionale ed analitico. Per forza di cose non potrò toccare tutte le diramazioni del discorso: il mio tempo è quello che è, e non voglio di certo scriverci un libro! :-D
Sono consapevole che quello che scriverò potrebbe (ma anche no, spero) infastidire le persone credenti ed irritarle, che potrà portare come conseguenza: incazzature, insulti e – peggio di tutto – provocare in loro un netto rifiuto di voler comprendere ciò che leggeranno.
La religiosità è una caratteristica che è più legata ad i sentimenti, che non alla ragione (non a caso si usa spesso il termine “sentimento religioso”), ed è per questo motivo che quando la si va a stuzzicare, spesso, si provocano emozioni negative e reazioni di difesa talvolta estremamente dure. Spero che tutto questo non succeda, ma sono consapevole che la possibilità c’è. :-)

Leggendo il titolo, sarà certamente saltata all’occhio quella parola: “probabilità”. Inizio con un esempio che vi sembrerà banale, per sminuzzarlo in piccoli pezzi e quindi ricomporlo.
Immaginatevi su una spiaggia in agosto con quaranta gradi di temperatura. Osservare le persone. Secondo voi, ci sono più persone abbronzate, oppure persone abbronzate che desiderano un gelato fresco?
Dopo l’attimo iniziale di sbigottimento (ma che razza di domanda è?), vi chiederete dove stia il tranello. Dopo averci pensato un po’, mi darete la risposta, che corrisponde a ciò che ritenete più probabile. E la risposta è, ve lo dico subito: persone abbronzate.
Perché questo? Ciò che la vostra mente, ha ritenuto come la risposta più probabile, spinta dall’intuito o dal ragionamento, deriva da una serie di fattori.
Come faccio a sapere che ci sono persone abbronzate? È molto semplice: si osserva. L’esistenza delle persone abbronzate è una caratteristica che è sufficiente constatare, per verificarla.
Sapere invece che ci sono delle persone abbronzate che desiderano un gelato fresco è invece parecchio più complicato. Quelli che alla domanda optano per questa scelta, lo fanno in base ad uno scenario mentale che si sono autocostruiti: cioè che con quella temperatura è molto facile che una persona voglia raffreddarsi un po’ la gola con un buon gelato.
Al contrario dell’altra opzione, non ci è possibile constatare che le persone desiderino un gelato. Dovremmo poter leggere loro nella mente, ma questo non si può fare. :-) Per sostenere questa ipotesi, bisogna dimostrarla, e per dimostrarla è necessario che vi siano delle evidenze, cioè delle prove. Vi verrà chiesto perché pensate che le persone abbronzate desiderino un gelato fresco ed a voi toccherà darvi da fare per fornire le prove necessarie. Cercherete di seguire con lo sguardo tutte le persone abbronzate per vedere se andranno a comprarsi un gelato, oppure lo pescheranno dalle proprie borse frigo. Chi vi avrà fatto la domanda, allora potrà alzare delle obiezioni. Vi chiederà come fate ad essere sicuri che le persone che hanno appena comprato un gelato lo desiderassero veramente, oppure se non l’hanno comprato per qualcun altro, e così via. Come vi ho detto, il compito di dimostrare che le persone abbronzate desiderano un gelato fresco non è affatto semplice, anzi: è molto frustrante! Dopo un po’, quando sarete veramente spazientiti, ci sarà una piccolissima possibilità che siate tentati di dire all’altro: “Beh… allora dimostrami tu che quelle persone NON desiderano un gelato fresco!”. A quel punto, l’altro vi risponderà “Eh no! Sei tu per primo che hai detto che desiderano un gelato. Sei tu a doverlo dimostrare! È così che funziona. Se nei tribunali si facesse come dici tu, cioè che non sia l’accusa – chi afferma – a dover portare le prove riguardo a ciò di cui sta accusando l’imputato, sarebbe il caos! Chiunque potrebbe accusare chiunque di qualunque cosa gli salti per la testa! E sarebbero giudicati colpevoli una marea di innocenti. Ed al contrario, potrebbero venire dichiarati innocenti una marea di colpevoli!”.
Oltre ai ragionamenti sul constatare, il dimostrare e l’onere della prova, c’è una caratteristica del problema posto, che non ho ancora toccato.
L’insieme persone abbronzate che desiderano un gelato fresco, è incluso nell’insieme persone abbronzate, perché le persone abbronzate che desiderano un gelato fresco sono, dopotutto, persone abbronzate! :-)
Si tratta infatti di un caso di classe-inclusione. Da questo segue che, la probabilità che sulla spiaggia ci siano persone abbronzate, è sempre maggiore o uguale (nel caso i due insieme coincidano) alla probabilità che ci siano persone abbronzate che desiderano un gelato fresco!
La cosa interessante è che, chiunque sia arrivato a questa soluzione, ha applicato, senza nemmeno saperlo, il principio del Rasoio di Occam!

Rendiamo ora il discorso un po’ più interessante… Continua a leggere

Studio inglese: “la religione è un effetto secondario dell’evoluzione”

26941701.jpgAggiornamento 15/02/2009 (21:09):Aggiunti due approfondimenti dal testo del New Scientist riguardo la perdita di controllo e la spontaneità con cui si sviluppa la credenza nel soprannaturale.

Riporto un articolo appena letto su UAAR News, che sintetizza i contenuti di un testo apparso su New Scientist intitolato Born believers: How your brain creates God.
Nel finale dell’articolo riassuntivo, ho trovato una frase che mi è piaciuta parecchio, dato che riassume un’intuizione che ho avuto circa due anni fa.
La frase è «L’ipotesi che si sta ormai diffondendo a macchia d’olio è che la mente umana sia stata ‘forgiata’ dall’evoluzione per concepire personaggi fittizi, […] latori di ‘intenzioni’: di qui all’invenzione di esseri soprannaturali, e alla successiva sistemazione di tali credenze in un corpus condivisibile da una società […], il passo sarebbe stato breve.»
Al tempo, io conclusi il mio articolo scrivendo «La tendenza a credere nel soprannaturale potrebbe essere un processo di attribuzione d’intenzionalità.»
Quando lo scrissi non avevo ancora letto articoli che spiegassero l’origine delle religioni con quei termini. Le idee mi vennero in seguito ad un articolo, che non condivisi appieno, che ipotizzava l’esistenza di una zona della corteccia cerebrale adibita alla credenza nel soprannaturale, ma da quanto avevo studiato in psicologia cognitiva, e influenzato per quanto riguarda la filosofia della mente, dalle idee di Daniel Dennett, forse era naturale che avessi prima o poi una intuizione simile.

Si fanno sempre più numerosi gli studi che propongono di risolvere il ‘mistero’ delle origini della religione da un punto di vista evoluzionistico. Negli scorsi anni sono emersi almeno tre filoni di ricerca (quello sociobiologico di Sloan Wilson, quello antropologico-cognitivo di Scott Atran e Pascal Boyer e quello che evidenzia anche l’aspetto ‘memetico’ del problema di Richard Dawkins e Daniel C. Dennett). Finalmente se ne è cominciato a parlare anche in Italia, qualche mese fa, con il libro Nati per credere di Vittorio Girotto, Telmo Pievani e Giorgio Vallortigara. Ma nuovi studi si aggiungono settimana dopo settimana: tanto che Michael Brooks, sull’ultimo numero del New Scientist, ha pubblicato un lungo articolo riepilogativo dal titolo Born believers: How your brain creates God. L’ipotesi che si sta ormai diffondendo a macchia d’olio è che la mente umana sia stata ‘forgiata’ dall’evoluzione per concepire personaggi fittizi, non necessariamente ritenuti dotati di corpo ma, al contrario, latori di ‘intenzioni’: di qui all’invenzione di esseri soprannaturali, e alla successiva sistemazione di tali credenze in un corpus condivisibile da una società (e dunque imponibile a una società), il passo sarebbe stato breve.

Nell’articolo del New Scientist si prende in analisi anche un fattore che io avevo trascurato nel mio precedente articolo: quanto la sensazione di perdita di controllo della propria vita possa influire nel cercare spiegazioni soprannaturali. L’osservazione delle società e della storia infatti, ci fa pensare, intuitivamente, che la religione prosperi maggiormente laddove le condizioni siano più dure. Questo era già stato osservato da Bertrand Russell riguardo, quantomeno alle religioni monoteiste.«Possiamo constatare che, in ogni epoca, l’intensità della fede religiosa è andata di pari passo con inaudita crudeltà e scarso benessere.» «È palese che alla base della religione c’è la paura poiché – ogni qualvolta accade una disgrazia – si rivolge il pensiero a Dio: guerre, pestilenze, naufragi e cataclismi promuovono la religione.» «La fede in una vita futura non nasce da argomenti razionali, bensì da emozioni. Fra queste, la più importante è la paura della morte, istintiva e biologicamente utile. Se davvero credessimo nella vita futura, il pensiero della morte non ci spaventerebbe affatto.»

That view is backed up by an experiment published late last year (Science, vol 322, p 115). Jennifer Whitson of the University of Texas in Austin and Adam Galinsky of Northwestern University in Evanston, Illinois, asked people what patterns they could see in arrangements of dots or stock market information. Before asking, Whitson and Galinsky made half their participants feel a lack of control, either by giving them feedback unrelated to their performance or by having them recall experiences where they had lost control of a situation.

The results were striking. The subjects who sensed a loss of control were much more likely to see patterns where there were none. “We were surprised that the phenomenon is as widespread as it is,” Whitson says.What’s going on, she suggests, is that when we feel a lack of control we fall back on superstitious ways of thinking. That would explain why religions enjoy a revival during hard times. (da New Scientist)

L’articolo si conclude suggerendo un esperimento che, per le implicazioni etiche, non potrà mai essere fatto, ma comunque accettabile come esperimento mentale.

There is one experiment, however, that could go a long way to proving whether Boyer, Bloom and the rest are onto something profound. Ethical issues mean it won’t be done any time soon, but that hasn’t stopped people speculating about the outcome.
It goes something like this. Left to their own devices, children create their own “creole” languages using hard-wired linguistic brain circuits. A similar experiment would provide our best test of the innate religious inclinations of humans. Would a group of children raised in isolation spontaneously create their own religious beliefs? “I think the answer is yes,” says Bloom.

Alla stessa conclusione intuitiva era già arrivato lo scrittore fantascientifico Stanislaw Lem, nel suo racconto breve Non serviam (pubblicato nella raccolta “L’io della mente”e trascritto in passato su questo blog), che narra della creazione di una società artificiale all’interno del calcolatore partendo dalle basi dell’evoluzione, fino ad osservarne i comportamenti dei singoli “personoidi” dal momento in cui si formano le prime parvenze di pensiero astratto, fino ad arrivare a discussioni filosofiche simili a quelle dei classici greci, con una particolare citazione del ragionamento di Epicuro riguardo al paradosso dell’essere onnisciente, onnipotente e benevolo.