Libero arbitrio e responsabilità morale – Sam Harris

Riporto da Some1elsenotme:

Tratto dal capitolo Moral responsability incluso in Free Will di Sam Harris (vedi post precedente).

The belief in free will has given us both the religious conception of “sin” and our commitment to retributive justice. The U.S. Supreme Court has called free will a “universal and persistent” foundation for our system of law, distinct from “a deterministic view of human conduct that is inconsistent with the underlying precepts of our criminal justice system” (United States v. Grayson, 1978). Any intellectual developments that threatened free will would seem to put the ethics of punishing people for their bad behavior in question.

The great worry, of course, is that an honest discussion of the underlying causes of human behavior appears to leave no room for moral responsibility. If we view people as neuronal weather patterns, how can we coherently speak about right and wrong or good and evil? [...]

Happily, we can. What does it mean to take responsibility for an action? [...]

Consider the following examples of human violence:

1. A four-year-old boy was playing with his father’s gun and killed a young woman. The gun had been kept loaded and unsecured in a dresser drawer. Continua a leggere

L’illusione di essere liberi

Sul blog Spaziomente, ho trovato un articolo molto ben scritto sull’esperimento di Libet, di cui Gianluca aveva pubblicato il video tempo fa.

Quello che l’esperimento cercava di provare, è se siamo in grado di fare delle scelte coscienti. Cioè, se esiste una volontà, oppure, al contratio, se quello che percepiamo come atto di volontà, non sia altro che un’osservazione in retrospettiva di reazioni inconscie.

L’illusione di essere liberi

di Luca Bertolotti

Il tema del libero arbitrio è da sempre un punto dolente all’interno di qualsiasi corpus filosofico, scientifico o religioso. Potrebbe essere quindi utile offrire uno spunto di riflessione richiamando gli studi effettuati nel 1985 dal neurofisiologo Benjamin Libet, i quali tendono a dimostrare che l’esperienza soggettiva della volontà è successiva ad una scelta già compiuta a livello precosciente o inconscio (La dimensione interpersonale della coscienza, 1998).

Prima che in noi nasca, consapevole, il desiderio di compiere, liberamente e spontaneamente, un movimento qualsiasi, il nostro cervello ha già attivato i processi cerebrali necessari al compimento del movimento stesso, quindi inconsciamente.

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Esseri con uno scopo

Un paio di sere fa mi è capitato di andare a cena con degli amici. Scherzi e battute varie sugli ingredienti delle pizze e sulla quantità di carne in aggiunta, che alcuni si fanno mettere sopra per compensare il fatto che io non ne mangio, si arriva presto ad una questione interessante. Uno di loro, con l’approvazione di altri, sostiene che non mangerebbe mai carne di animali cacciati, ma che al contrario mangia quella degli animali allevati perché, ad opinione sua e di quelli che l’approvavano, essi sono nati per quello scopo. A quel punto, gli domando se sia meglio per un animale nascere e vivere imprigionato per tutta la vita, al solo scopo di vernire poi ucciso, oppure vivere liberamente, godersela, acooppiarsi, organizzarsi in gruppi, fino a quando non arriva un cacciatore ad ammazzarlo. La domanda l’ha lasciato senza parole, poi ha ripiegato ancora sull’idea dello scopo, ed allora gli ho chiesto chi avesse deciso quello scopo. Lui rimane titubante, probabilmente perché, sapendo che non sono credente, temeva che rispondendo “Dio” avrebbe fatto partire un’altra discussione, quindi il discorso finisce lì. Non ho voluto insistere.

Volendolo invece continuare, secondo me, sarebbero emerse alcune cose molto semplici ma interessanti. Prima di tutto, uno scopo esiste solo in presenza di una volontà precedente. Lo scopo della forchetta, come strumento, nasce dalla volontà del suo costruttore di avere un mezzo che gli permetta di infilzare il cibo comodamente. Qualcuno ha bisogno di uno strumento atto a quello scopo, e quindi s’inventa la forchetta. Ma lo scopo di una roccia quale sarebbe? La roccia è un oggetto formatosi spotaneamente in seguito ad una serie di cause ed interazioni fra materia, che sono fuori dal controllo e dalla volontà dell’uomo. La roccia diventa uno strumento, ed acquisisce uno scopo, quando una persona desidera esercitare la propria volontà e ritiene che quella roccia possa servirgli.

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Cibernetica e autoregolazione: da Timothy Leary alle moderne neuroscienze (Capitolo secondo)

Per leggere la prima parte dell’articolo: Cibernetica e autoregolazione: da Timothy Leary alle moderne neuroscienze (Capitolo primo)

In realtà, la nostra mente possiede numerose ed insospettabili potenzialità, di cui non siamo consapevoli. I livelli di consapevolezza della mente, secondo il Dr. Timothy Leary, sono otto e noi riusciamo, solitamente, ad accedere soltanto ai primi quattro. Successivamente, esistono altri quattro circuiti (chiamati così in riferimento, probabilmente, agli engrammi di cui abbiamo parlato precedentemente), che ci danno accesso a capacità empatiche maggiori, alle esperienze extracorporee, alla riprogrammazione della nostra psiche e infine a prendere contatto con la nostra mente universale. Questa “mente universale” è un concetto rintracciabile nelle filosofie indiane, in particolare nella divinità Brahma (la Prima persona della Trimurti, il Principio Creatore, che, in quanto tale, contiene in sé tutto l’universo, ma che è a sua volta presente in ogni creatura), ed è esplicabile come una sorte di coscienza collettiva, comune a tutti gli individui, che creerebbe una rete universale completa, includendo tutte le singole menti, collegate con una superiore, nella quale potrebbero identificarsi.

L’accesso a queste facoltà può avvenire, secondo Leary, tramite meditazione, impegni spirituali e varie esperienze di coscienza espansa, raggiungibile con l’ingestione di sostanze psichedeliche, come mescalina e DMT (che fungono da chiave chimica per il sistema nervoso) o con yoga ed esperienze di deprivazione sensoriale.

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Cibernetica e autoregolazione: da Timothy Leary alle moderne neuroscienze (Capitolo primo)

“Subiamo mutazioni e diventiamo un’altra specie  e ora ci spostiamo verso Ciberia. Siamo creature che strisciano verso il centro del mondo cibernetico. Ma cibernetica è la materia di cui è fatto il mondo. La materia non è altro che informazioni congelate.” Timothy Leary, in Caos e Cibercultura, immagina che tutto sia ormai riconducibile alla cibernetica, in un mondo esprimibile come un sistema di informazioni da analizzare, decodificare e plasmare secondo la nostra volontà. Cibernetica è un termine che Norbert Wiener riporta alla luce, desumendolo dal greco Kybernetes, riconducibile a Platone e al Libro Primo della Repubblica. In realtà, in quel discorso, il filosofo ateniese sosteneva l’importanza della figura del “timoniere”, come governatore della nave e, metaforicamente parlando, come individuo capace di dirigere, consigliare ed esercitare il potere sugli altri cittadini. “Il timoniere non si chiama timoniere perché naviga, ma per la sua arte e la sua autorità sui marinai…Perciò un simile timoniere e capo non ricercherà e non imporrà l’interesse del timoniere, ma quello del marinaio e di chi gli è soggetto”.

Lo stesso Timothy Leary s’impegna ad esaminare e comprendere il perché, proprio nell’era della cibernetica, che si fonda su questo concetto di governo, la “democrazia” sia diventata, invece, “governo da parte della maggioranza/folla e nemica della libertà individuale.” “Non appena furono disponibili i dispositivi cibernetici di comunicazione il potere politico fu afferrato da coloro che governano le onde dell’etere.” E quindi  continua sostenendo che “nei primi anni (1950 – 1990) dell’era delle informazioni elettroniche, la capacità dei governanti religioso-industrial-militari di manipolare la televisione cambiò la democrazia facendone, da fenomeno di comunità, un totalitarismo maggioritario basato sulla manipolazione nelle ore di massimo ascolto.
I media cibernetici in mano a politicanti dotati di budget pubblicitari scandalosamente grandi si sintonizzano sull’Mdc (minimo denominatore comune). Anche le nuove e fragili democrazie dell’Europa orientale dovranno probabilmente passare per questa fase di elezioni televuote da marketing manipolato dai maghi degli spot e della pubblicità disonesta. E queste sono le notizie brutte. Quella buona è che non è possibile controllare i media cibernetici”.
Fortunatamente diremmo, ma è ancora così? Continua a leggere