Sufjan Stevens è probabilmente un genio, un alieno, un pazzo o tutte le cose assieme. È difficile descrivere quest’album, da tanto è “pieno”. Sicuramente è uno degli album più geniali ed esaltanti che abbia ascoltato da un bel po’ di tempo ad oggi. Progressive fino al midollo. Complessissimo e godibile, anche se non sempre orecchiabile – almeno fino a quando non si riesce a “sincronizzarsi” con la logica complessa che vi sta dietro. Quella che muove la mente del musicista che ha composto questo album, che con l’eccentricità e la molteplicità degli stili usati, riesce ad essere intimista. Una specie di dialogo fra le varie parti dell’essere, le nostre “maschere”, che emerge particolarmente nell’ultimo brano, la lunga suite Impossible Soul.
Ascoltando quest’album, dovrete aspettarvi un insieme ben amalgamato di molti generi e stili. Accostamenti che mai vi sareste sognati di sentire. Elettronica e strumenti a fiato, folk, cori da musical, effetti sonori e distorsioni sotto a cantati tenui e limpidi. Una struttura che sembra caotica, ma nasconde schemi precisissimi e nonostante questo apparente cerebralismo, riesce ad eccitare anche i nostri circuiti emotivi. Un album che ad ogni ascolto rivela sempre nuove sorprese, nascoste sotto gli strati della complessità.
Alcuni spezzoni di video di concerti: Vesuvius, The age of adz, Too much, Impossible soul (un frammento. il brano intero dura ben venticinque minuti ed è diviso in varie parti), I want to be well (questa è da album). In questi, il richiamo alle coreografie dei Talking Heads e David Byrne è molto forte.
“Adz” si pronuncia come odds, che significa: dispari, strano, occasionale, inaspettato, spaiato, probabilità, “spiccioli”, intruso, eccentrico.
