Consigli per riconoscere la destra sotto qualunque maschera – Wu Ming

IMG: Attenti al clownRiporto dal blog dei Wu Ming. Un articolo molto intrigante, in cui si cerca di trovare delle caratteristiche comuni del pensiero delle destre, allo scopo di riconoscerle anche nei casi in cui l’ideologia politica viene mostrata in modo poco chiaro.

[Un montaggio di cose scritte (non solo da noi WM) in diversi post e interviste, utile a riprendere e mostrare il filo della questione. Prendetelo come il nostro contributo alla fine della campagna elettorale più brutta e angosciante dal 1946 a oggi. I link alle fonti sono nei "cancelletti".]
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# Le categorie di «destra» e «sinistra», nate durante la Rivoluzione francese, furono date per morte già sotto il Direttorio, nel periodo 1795-1799. Non si contano le volte in cui si è detto che i due concetti erano superati, eppure, nonostante queste litanie, si sono sempre riaffermati come polarità dei discorsi e del pensiero politico. Con maggior foga li si nega e rimuove, con maggiore violenza ritornano. Tra i movimenti che si sono dichiarati «né di destra, né di sinistra» non ce n’è uno che non si sia rivelato di destra o di sinistra (più spesso di destra, va detto). In Italia, il penultimo è stato la Lega.

La divisione destra-sinistra ha basi cognitive profonde, se ne occupano anche le neuroscienze. Al fondo, «destra» e «sinistra» sono i nomi convenzionali di due mentalità, due diversi modi di leggere il conflitto sociale. Descrivendoli, automaticamente si iniziano a dare le “coordinate” su cosa dovrebbe tornare a pensare la sinistra. Continua a leggere

Tradizioni per mantenere intatti gli equilibri di potere

Il Carnevale di Venezia è uno dei più noti, famosi, celebrati e visitati carnevali del mondo. Questa festa di carnevale, che riempie la città di Venezia di turisti provenienti da tutto il mondo, ha origini molto antiche, risale al dodicesimo secolo, quando il Doge veneziano Vitale Falier nel 1094 scrisse in un documento di feste e divertimenti in cui partecipava tutta la cittadinanza usando per la prima volta nel corso della storia la parola Carnevale.

Ovviamente la nobiltà e i dogi di Venezia vedevano di buon occhio questa cosa e la tolleravano ampiamente dal momento che preferivano uno sfogo sociale ben definito e delimitato in una dimensione spazio temporale. In sostanza, e forse giustamente, si pensava che fosse meglio farsi prendere in giro per una settimana, e poi vivere in anno in tranquillità, che negare questo diritto e rischiare una sommossa, una rivoluzione, una rivolta, una ribellione popolare per prendere il potere che non era loro concessa. In sostanza è un ammortizzatore sociale, una valvola di sfogo per i ceti bassi ampiamente concessa e ben gestita dai ceti alti, dalla autorità e dagli aristocratici. Questa libertà di parola, di espressione, nascosta dall’anonimato data da una maschera per pochi giorni all’anno, era sostanzialmente una valvola di sfogo sociale concessa dalle pubbliche autorità veneziane, ed era tanto più importante quanto più strette erano le regole della vita sociale, la morale comune e l’ordine pubblico.

fonte: Carnevale di Venezia

Esso è irrisione dell’ordine stabilito e capovolgimento autorizzato, limitato e controllato nel tempo e nello spazio dall’autorità costituita. In altre parole la festa del carnevale era vista dalle classi sociali più agiate come un’ottima valvola di sfogo concessa ai meno abbienti allo scopo di garantirsi il protrarsi dei propri privilegi.

fonte: Il Carnevale – origini e significato della festa

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at> <EOT>

Insomma… Oggi avete regalato mimose e fatto auguri? Oppure avete accettato auguri e mimose con piacere? Le forme più insidiose di sessismo (o anche razzismo, specismo, o altri “-ismi” negativi) sono quelle di cui non ci accorgiamo, perché abituati ad esse dalla ripetizione, dalla tradizione, dall’appartenenza ad una cultura. Sono quando, passando davanti ad un gruppo di persone con la pelle scura, ci sentiamo inquieti, come fossimo in pericolo. Sono quando diamo aiuto ad una donna, non perché ne abbia bisogno, ma perché riteniamo che sia scontato che ne debba avere.

Rom e Sinti in Italia – Tra stereotipi e diritti negati

Bel libro, scritto a più mani, che tratta di un argomento sul quale c’è molta ignoranza e poco desiderio di conoscere. Pochissimi conoscono la storia dei popoli Rom e Sinti, quello che hanno passato e che sono costretti a passare anche ora. Nonostante questo, chiunque ha un’opinione su di loro. È un libro importante, anche perché attuale, scritto nel 2009, dopo le varie leggi sull’immigrazione, i “pacchetti sicurezza”, e varie campagne elettoarli che facevano leva sulla paura delle persone per gli stranieri (per quanto i rom ed i sinti, in buona parte, abbiano la cittadinanza italiana, nonostante non vengano trattati allo stesso modo degli altri cittadini italiani).

Il libro riporta ciò che si è potuto risalire sulla storia di questi popoli, nei documenti degli stati con cui sono entrati in contatto (la tradizione rom e sinta è sostanzialmente orale, quindi, molta della loro storia passata viene persa fra le generazioni). In un paio di capitoli, che purtoppo, non essendo pratico di diritto, ho trovato abbastanza pesanti, si esaminano le varie leggi che coinvolgono stranieri. Nei capitoli successivi viene raccontato e spiegato lo sterminio scientifico, operato dal regime nazista e da quello fascista italiano, nei confronti dei popoli rom e sinti. Un genocidio che si svolse in parallelo a quello ben più noto degli ebrei, ma meno conosciuto… forse perché, come si afferma, “degli zingari, dopotutto, non importa nulla a nessuno”. Questo argomento viene trattato anche in un documentario su due DVD, intitolato “A forza di essere vento” e pubblicato dalla Editrice A.

Si prosegue riportando testimonianze di successo di integrazioni fra le culture in alcuni comuni e città italiane e continua con un bel capitolo, scritto da Djana Pavlovic, attrice, attivista rom e mediatrice culturale, per concludersi con il racconto dell’esperienza estremamente positiva della scuola elementare di Monserrato.

Penso che la lettura di un libro simile sia fondamentale per avere almeno una minima idea di ciò di cui si parla, quando si tratta di rom e sinti.

Il libro è pubblicato dall’editrice Ediesse.

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Quegli imbecilli nati in un posto

L’originale è francese di Georges Brassens, questa versione italiana è cantata da Alberto Patrucco. Potrei dedicarla, ma non penso che ce ne sia bisogno. Si capisce abbastanza chiaramente. :-)

Samhini yamma. Chissà se la madre di Amir capirà

Riporto questa storia da Fortress Europe. Mi è stato segnalato nei commenti del precedente post, ma penso che meriti più visibilità. Com’è scritto nel blog di Gabriele Del Grande, questa è la storia che studieranno i nostri figli, quando nei testi di scuola si leggerà che negli anni duemila morirono a migliaia nei mari d’Italia e a migliaia vennero arrestati e deportati dalle nostre città. Mentre tutti fingevano di non vedere. Questa è una delle tante storie di persone che quotidianamente vengono imprigionate e torturate, qua in Italia, perché provenienti da altri paesi, come la nigeriana Joy, che subì un tentativo di stupro dal capo della polizia Vittorio Addesso, nel CIE di Milano. Tutto il meccanismo poliziesco e burocratico, si mise in moto per mettere a tacere la storia e deportare lei ed i testimoni. Le notizie su quanto sta succedendo, sui canali ufficiali, arrivano sempre molto tardi ed hanno pochissima vivibilità. È notizia di pochi giorni fa, che il governo abbia aumentato il periodo di detenzione nei CIE, da sei a diciotto mesi.

Stazione di Torino Porta Nuova. Il treno regionale per Bologna delle 18:20 è in partenza al binario 10. Dietro il finestrino, Mahmud si infila gli auricolari dell’iPhone e schiaccia play.

Samhini yamma di Ashref. Forse ha sbagliato canzone. O forse è proprio quella giusta per questo momento. Samhini yamma, perdonami mamma. Perdonami se me ne sono andato, perdonami l’esilio, perdonami l’assenza. A salutarlo dal marciapiede del binario c’è un ragazzo con gli occhi arrossati dalle lacrime. È il suo migliore amico. Singhiozza.

Sono cresciuti insieme per le strade di Sfax, in Tunisia. Insieme hanno lavorato per anni sui pescherecci di Kerkennah e insieme hanno fatto la traversata per Lampedusa. Era il 24 gennaio. Sono passati sei mesi da allora. E adesso è arrivato il momento più difficile del viaggio. Il momento di dirsi addio. Mahmud va a Parma, Hasan a Parigi. Raggiungono i parenti. In tasca hanno un foglio di via. Li hanno appena rilasciati dal centro di identificazione e espulsione di Torino, insieme a un altro amico della comitiva di Sfax, Amir, che ha fatto la traversata sulla loro stessa fluca (barca) insieme a altri sei passeggeri. Per loro il viaggio ricomincia da qui. Dopo sei mesi di detenzione. Con la stessa determinazione di riuscire, ma con molta più amarezza nel cuore. Perché l’Europa che hanno sognato per anni, ha cessato di esistere nel loro immaginario. Continua a leggere