Un ramo di pazzia – Max Stirner

O uomo, la tua testa non è a segno; tu hai un granello di follia. Tu immagini grandi cose, dipingi alla tua fantasia un intero mondo di dei fatto per te solo, un regno degli spiriti al quale tu solo sei destinato: un ideale che a sé ti chiama. La tua è un’idea fissa.

Non pensare già che io scherzi o parli in stile biblico, se considero quegli uomini, anzi la maggior parte degli uomini che vivono sotto il fascino delle cose elevate, quale altrettanti “pazzi” degni del manicomio.

Che cosa s’intende per “idea fissa”? Un’idea della quale l’uomo si è reso schiavo. Se da una tale idea fissa voi riconosceste che l’uomo è pazzo voi chiudete in un manicomio, colui che n’è schiavo. E non sono forse tali i dogmi della fede, dei quali non è lecito dubitare la maestà, per esempio, del popolo alla quale non si deve attentare (chi lo fa si rende colpevole di lesa maestà); la virtù che il censore tutela col dar l’ostracismo ad ogni parola che possa ledere in qualunque modo la moralità, ecc.? Non sono forse, tutte codeste, “idee fisse” ? Non son forse tutte stolte chiacchiere, quelle, per esempio, della massima parte dei nostri giornali; chiacchiere di pazzi, dominati dall’idea fìssa della moralità, della legalità, del cristianesimo, erranti liberi per il mondo poiché tanto vasto è il manicomio che li accoglie? Se ad alcuno di cotali pazzi si tocca il tasto dell’idea fissa, ecco che ci sarà necessario d’assicurarci contro la sua furia. Giacché questi grandi pazzi rassomigliano ai pazzi ordinari in ciò, che essi assalgono proditoriamente chi s’attenta a dissuaderli dalla loro “idea fissa”. Prima gli tolgono l’arma; poi la parola, ed in fine piombano su di lui per dilaniarlo colle loro unghie. Ogni giorno ci fornisce nuove prove della vigliaccheria e degli istinti di vendetta di tali pazzi, e il popolo sciocco plaude alle loro folli attitudini. Bisogna leggere le gazzette dei nostri giorni per acquistare l’orribile convincimento, che si è rinchiusi insieme con dei pazzi. — “Tu non devi dar del pazzo al fratello tuo, altrimenti, ecc.”. Ebbene, io non temo la vostra maledizione e dico: “i miei fratelli sono pazzi, arcipazzi”. Che un disgraziato inquilino del manicomio s’immagini d’essere il Padre Eterno, l’imperatore del Giappone, oppure lo Spirito Santo, o che un bravo borghese persuada a sé stesso ch’egli è destinato ad essere un buon cristiano, un fedele protestante, un cittadino devoto al governo, un uomo virtuoso e cosi via — si tratta pur sempre d’una “idea fissa”. Colui che non ha tentato mai né mai osato di cessar d’essere (fosse pure per un momento) un buon cristiano, un fedele protestante, un uomo virtuoso è prigioniero e schiavo della sua fede, della sua virtù. Come gli scolastici non filosofavano che entro i limiti dei dogmi della Chiesa e il papa Benedetto XIV scriveva dei grossi volumi il cui contenuto non esorbitava dai confini delle superstizioni papistiche, come molti scrittori pubblicarono innumerevoli in-folio sullo “Stato” senza mettere in dubbio l’ idea fissa dello Stato, come le colonne dei nostri giornali sono ripiene di politica, perchè coloro che li scrivono sono dominati dall’idea che l’uomo sia destinato ad essere un “animale politico”; cosi vegetano anche i sudditi nella sudditanza, i virtuosi nella moralità, i liberali nell’umanesimo, ecc. senza mai provare contro tali loro idee fisse il coltello della critica. Immutabili, al pari delle monomanie dei pazzi quelle idee, se ne stanno su fondamenta di granito, e guai a chi s’attenta a toccarle — perché son cose sacre! L’idea fissa: ecco ciò ch’è sacro. Continua a leggere

Pignolerie su bei film: Pi / Il primo dei bugiardi. Universo di matematica ed inevitabilità della menzogna.

Anche dei film molto belli possono poggiare su idee fallaci rimanendo comunque degli ottimi lavori, molto godibili ed ispiranti.

Pi, o Il teorema del delirio, è un film psicologico e surreale di Darren Aronofsky, girato con uno stile molto personale ed una fotografia in bianco e nero con molto contrasto, tipica dell’espressionismo, poi ereditata da alcuni film di (meta)genere weird come Eraserhead, Tetsuo o Begotten.

The invention of lying, o Il primo dei bugiardi, è una commedia di Ricky Gervais che affronta il tema della religione e della necessità per l’uomo di inventare storie.

Pi – Il teorema del delirio

Secondo le teorie del protagonista del film, la matematica sarebbe l’essenza dell’universo: ciò che lo origina e lo muove.

Quest’idea è molto affascinante, stimola la fantasia e permette molte divertenti speculazioni.

La matematica, tuttavia, non è altro che un linguaggio simbolico, un sistema formale creato dall’uomo. Il modo in cui è strutturata, la rende particolarmente adatta a descrivere e prevedere i fenomeni fisici che avvengono nell’universo.

È possibile fare altrettanto, talvolta con più difficoltà, utilizzando altri linguaggi sufficientemente completi. Potremmo provarci con la lingua parlata, con il mimare, con una danza o con un algoritmo, ed affermare quindi che l’universo fu creato e sia costituito dal Verbo, che sia Shiva, con la sua danza, a creare e distruggere tutto ciò che esiste, o che sia un programma per computer.

Questo, significherebbe, però, confondere il simbolo con l’oggetto; sarebbe, cioè, una caratteristica di ciò che viene definito pensiero magico. Continua a leggere

Libero arbitrio e responsabilità morale – Sam Harris

Riporto da Some1elsenotme:

Tratto dal capitolo Moral responsability incluso in Free Will di Sam Harris (vedi post precedente).

The belief in free will has given us both the religious conception of “sin” and our commitment to retributive justice. The U.S. Supreme Court has called free will a “universal and persistent” foundation for our system of law, distinct from “a deterministic view of human conduct that is inconsistent with the underlying precepts of our criminal justice system” (United States v. Grayson, 1978). Any intellectual developments that threatened free will would seem to put the ethics of punishing people for their bad behavior in question.

The great worry, of course, is that an honest discussion of the underlying causes of human behavior appears to leave no room for moral responsibility. If we view people as neuronal weather patterns, how can we coherently speak about right and wrong or good and evil? [...]

Happily, we can. What does it mean to take responsibility for an action? [...]

Consider the following examples of human violence:

1. A four-year-old boy was playing with his father’s gun and killed a young woman. The gun had been kept loaded and unsecured in a dresser drawer. Continua a leggere

L’autorevolezza autoritaria dell’autore

Un paio di anni fa, venni contattato da un piccolo editore che voleva pubblicare una nuova rivista che parlasse di religione, scienza, etica e filosofia dal punto di vista dei non credenti. Collaborai con loro spedendo quattro o cinque articoli, dopodiché smisi. I motivi per cui smisi sono diversi. Quello principale era che in quel periodo avevo poco tempo libero da dedicarvi. Ma ce n’erano altri. Uno è che mi sentivo un po’ in gabbia, a dover scrivere sempre dello stesso argomento. Un altro motivo è quello che spiegherò in coda al post. Infine, se inizialmente pensavo che quello della laicità fosse un punto centrale dell’etica, una causa prima di molte conseguenze, ora credo che sia un effetto di altre cause sociali e psicologiche. È parte di un discorso più ampio nel quale si evidenzia una tendenza spontanea delle persone a scaricare la propria responsabilità ed a delegare le proprie scelte e giudizi ad autorità, che siano religiose, politiche o culturali.

Un paio di settimane fa ricevetti dalla fondazione che si occupa della rivista, un libro contenente, fra molti altri, uno degli articoli che inviai loro. C’era però una cosa che mi mise a disagio: fra gli autori, venivo accreditato con un titolo che non possiedo. Questo accadeva anche al tempo della mia collaborazione con la rivista. Decisi, quindi, di inviare loro una mail, che riporto qua omettendo i nomi. La riporto perché penso che spieghi bene il mio punto di vista su autorevolezza delle fonti e paternità delle opere.

Salve, volevo ringraziarvi per la copia del libro $LIBRO
Contemporaneamente, purtroppo, vorrei segnalare una cosa che mi mette a disagio.

Ho visto che è stato incluso un articolo, $ARTICOLO che vi spedii diverso tempo fa per la rivista $RIVISTA. Mi fa piacere che vi sia piaciuto tanto da volerlo includere anche nel libro, tuttavia, quello che mi mette a disagio è l’essere stato accreditato con la qualifica di Psicologo e studioso della religione.

Come vi dissi già al tempo in cui vi inviai i miei articoli, io non sono né psicologo iscritto all’albo, né laureato. Sono stato studente di psicologia cognitiva e sono appassionato di scienze cognitive e filosofia della mente.
Penso che non sia corretto attribuirmi un’autorevolezza che non possiedo. Temo che chi legge, possa dare valore a ciò che scrissi, non per il contenuto, ma per l’autorità della qualifica assegnatami. Una qualifica che non possiedo e che, se anche possedessi, sarei restio a dichiarare.
Preferisco, di gran lunga, che un articolo sia il più possibile indipendente dall’autore e che chi lo legga non tema di criticarlo o di pensare che sia una lunga sequenza di sciocchezze, solo perché intimidito da un titolo a fianco del nome.
Non chiedo mai neppure di riconoscermi la paternità di ciò che scrivo, perché ritengo di non essere io importante, ma che importante sia ciò che viene espresso e che, una volta pubblico, non appartenga più a chi l’ha scritto, ma ne diventi indipendente.

Vi chiedo, pertanto, questo favore. Ormai il libro è stampato, ma in eventuali ristampe, preferirei che non mi si attribuisse alcuna qualifica. Quello che vi inviai, non è certamente l’articolo più importante fra tutti quelli pubblicati, ma preferirei che il lettore avesse la possibilità di pensare che l’articolo dica un mucchio di scemenze, piuttosto che difficoltà a farlo a causa del titolo assegnato allo scrittore.
Oppure, se ritenete necessario che ogni articolo appaia scritto da una persona autorevole, attribuitelo ad un’altra persona o ad un nome inventato. Come dicevo poco sopra, non m’interessa che mi venga riconosciuto nulla, neppure la paternità e, ripeto, preferisco che la capacità di critica o anche di rifiuto di ciò che c’è scritto, non venga intralciata da nomi, qualifiche, o autorità.

Esseri con uno scopo

Un paio di sere fa mi è capitato di andare a cena con degli amici. Scherzi e battute varie sugli ingredienti delle pizze e sulla quantità di carne in aggiunta, che alcuni si fanno mettere sopra per compensare il fatto che io non ne mangio, si arriva presto ad una questione interessante. Uno di loro, con l’approvazione di altri, sostiene che non mangerebbe mai carne di animali cacciati, ma che al contrario mangia quella degli animali allevati perché, ad opinione sua e di quelli che l’approvavano, essi sono nati per quello scopo. A quel punto, gli domando se sia meglio per un animale nascere e vivere imprigionato per tutta la vita, al solo scopo di vernire poi ucciso, oppure vivere liberamente, godersela, acooppiarsi, organizzarsi in gruppi, fino a quando non arriva un cacciatore ad ammazzarlo. La domanda l’ha lasciato senza parole, poi ha ripiegato ancora sull’idea dello scopo, ed allora gli ho chiesto chi avesse deciso quello scopo. Lui rimane titubante, probabilmente perché, sapendo che non sono credente, temeva che rispondendo “Dio” avrebbe fatto partire un’altra discussione, quindi il discorso finisce lì. Non ho voluto insistere.

Volendolo invece continuare, secondo me, sarebbero emerse alcune cose molto semplici ma interessanti. Prima di tutto, uno scopo esiste solo in presenza di una volontà precedente. Lo scopo della forchetta, come strumento, nasce dalla volontà del suo costruttore di avere un mezzo che gli permetta di infilzare il cibo comodamente. Qualcuno ha bisogno di uno strumento atto a quello scopo, e quindi s’inventa la forchetta. Ma lo scopo di una roccia quale sarebbe? La roccia è un oggetto formatosi spotaneamente in seguito ad una serie di cause ed interazioni fra materia, che sono fuori dal controllo e dalla volontà dell’uomo. La roccia diventa uno strumento, ed acquisisce uno scopo, quando una persona desidera esercitare la propria volontà e ritiene che quella roccia possa servirgli.

Continua a leggere