Riporto questa storia da Fortress Europe. Mi è stato segnalato nei commenti del precedente post, ma penso che meriti più visibilità. Com’è scritto nel blog di Gabriele Del Grande, questa è la storia che studieranno i nostri figli, quando nei testi di scuola si leggerà che negli anni duemila morirono a migliaia nei mari d’Italia e a migliaia vennero arrestati e deportati dalle nostre città. Mentre tutti fingevano di non vedere. Questa è una delle tante storie di persone che quotidianamente vengono imprigionate e torturate, qua in Italia, perché provenienti da altri paesi, come la nigeriana Joy, che subì un tentativo di stupro dal capo della polizia Vittorio Addesso, nel CIE di Milano. Tutto il meccanismo poliziesco e burocratico, si mise in moto per mettere a tacere la storia e deportare lei ed i testimoni. Le notizie su quanto sta succedendo, sui canali ufficiali, arrivano sempre molto tardi ed hanno pochissima vivibilità. È notizia di pochi giorni fa, che il governo abbia aumentato il periodo di detenzione nei CIE, da sei a diciotto mesi.
Stazione di Torino Porta Nuova. Il treno regionale per Bologna delle 18:20 è in partenza al binario 10. Dietro il finestrino, Mahmud si infila gli auricolari dell’iPhone e schiaccia play.
Samhini yamma di Ashref. Forse ha sbagliato canzone. O forse è proprio quella giusta per questo momento. Samhini yamma, perdonami mamma. Perdonami se me ne sono andato, perdonami l’esilio, perdonami l’assenza. A salutarlo dal marciapiede del binario c’è un ragazzo con gli occhi arrossati dalle lacrime. È il suo migliore amico. Singhiozza.
Sono cresciuti insieme per le strade di Sfax, in Tunisia. Insieme hanno lavorato per anni sui pescherecci di Kerkennah e insieme hanno fatto la traversata per Lampedusa. Era il 24 gennaio. Sono passati sei mesi da allora. E adesso è arrivato il momento più difficile del viaggio. Il momento di dirsi addio. Mahmud va a Parma, Hasan a Parigi. Raggiungono i parenti. In tasca hanno un foglio di via. Li hanno appena rilasciati dal centro di identificazione e espulsione di Torino, insieme a un altro amico della comitiva di Sfax, Amir, che ha fatto la traversata sulla loro stessa fluca (barca) insieme a altri sei passeggeri. Per loro il viaggio ricomincia da qui. Dopo sei mesi di detenzione. Con la stessa determinazione di riuscire, ma con molta più amarezza nel cuore. Perché l’Europa che hanno sognato per anni, ha cessato di esistere nel loro immaginario. Continua a leggere