Archivi storici futuri

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Dialogo dal futuro

Ma se ci sbagliassimo?

In cosa?

A fare una società collettiva, in cui tutto è collegato.

Noi non abbiamo mai scelto di creare una società così. Essa è nata grazie alle condizioni in cui ci siamo sviluppati. Solo in epoche recenti, abbiamo potuto constatare come funzioniamo ed in che relazione siamo con tutto ciò che è esterno all’individuo e, quindi, capire ciò che siamo.

Quindi, non c’è stata la volontà di fare una società come la nostra? Continua a leggere

Anarchia e cibernetica – Colin Ward

Trascrivo una parte del capitolo 4, L’armonia nasce dalla complessità, del libro Anarchia come organizzazione di Colin Ward.

L’anarchia risulta non dalla semplicità di una società priva di organizzazione sociale, ma dalla complessità e dalla molteplicità di forme di organizzazione sociale. La cibernetica, scienza dei sistemi di comunicazione e controllo, può aiutare a comprendere la concezione anarchica dei sistemi complessi auto-organizzanti. Se paragoniamo la struttura biologica ai sistemi politici, ha scritto il neurobiologo Grey Walter, il cervello umano sembra illustrare i limiti e le potenzialità di una comunità anarco-sindacalista. «Nel cervello non c’è nessun capo, nessun neurone oligarchico, nessun dittatore ghiandolare. All’interno delle nostre teste la nostra vita dipende dall’eguaglianza di possibilità, dalla specializzazione non specialistica, dalla libera comunicazione con il minimo di limiti, insomma da una libertà senza ingerenze. Qui le minoranze locali hanno la possibilità di controllare i loro mezzi di produzione e di espressione in un rapporto di libertà e di eguaglianza con i vicini1». Partendo da queste indicazioni John D. McEwan ha sviluppato in modo approfondito lo studio del modello cibernetico. Sottolineando l’importanza del principio di complessità sufficiente («se si vuole conseguire la stabilità, la complessità del sistema di controllo deve essere almeno pari alla complessità del sistema che deve essere controllato»), riporta il discorso di Stafford Beer sulla diversità a questo principio della tradizionale concezione manageriale dell’organizzazione. Beer immagina che un osservatore extraterrestre esamini le attività ai livelli più bassi di qualche grossa impresa, i cervelli dei lavoratori che le adempiono, il piano organizzativo che ha la pretesa di mostrare come è controllato il lavoro: ne deduce che gli individui al vertice della gerarchia devono avere la testa con una circonferenza di vari metri. McEwan contrappone due modelli diversi di controllo e formazione delle decisioni:

Per primo abbiamo il modello comune tra i teorici del management industriale, che la il suo corrispettivo nell’idea convenzionale di governo centrale della società. È un modello che prevede una rigida gerarchia piramidale, con linee di «comunicazione e comando» che corrono verticalmente dal vertice alla base della piramide. C’è una suddivisione rigida delle responsabilità, ogni elemento ha un suo ruolo specifico, le procedure da seguire a ogni livello sono prefissate con limiti abbastanza ristretti e possono essere modificate solo per decisione di qualcuno che occupi una posizione superiore nella gerarchia. La funzione del gruppo che sta al vertice della piramide è spesso ritenuta paragonabile a quella del «cervello» dell’organizzazione.

L’altro modello ci viene dalla cibernetica, è il modello dei sistemi che si auto-organizzano progressivamente, in grado di affrontare situazioni complesse e imprevedibili. È una struttura mutevole, che si trasforma per continuo ritorno di informazioni dall’ambiente, che mostra una «ridondanza di comandi potenziali» e comprende strutture di controllo complesse e interdipendenti. L’apprendimento dei dati e la capacità decisionale sono distribuiti su tutto il sistema, magari un po’ più concentrati in alcune aree2.

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Nascere cyborg: La teoria della mente estesa – Prima parte

As our worlds become smarter, and get to know us better and better, it becomes harder and harder to say where the world stops and the person begins.

We cannot see ourselves aright until we see ourselves as nature’s very own cyborgs: cognitive hybrids who repeatedly occupy regions of design space radically different from those of our biological forbears.

Andy Clark, da Natural born cyborgs?

Stelarc

Proseguo il discorso iniziato da Cristina sulla cibernetica, portandolo nell’ambito della filosofia della mente, ed in particolare della teoria della mente estesa. Avviso il lettore, che chi scrive quest’articolo è un sostenitore della teoria della mente estesa, dell’esternalimo e dell’emergentismo, quindi quello che troverete scritto sarà influenzato da ciò.

Il filone fantascientifico del cyberpunk, di cui si è parlato, ha reso popolari le idee del movimento culturale transumanista, il quale auspica l’aumento delle capacità fisiche e cognitive dell’uomo, mediante la tecnologia. Nell’immaginario cyberpunk, questo avviene mediante la modifica del proprio corpo, tramite innesti cibernetici. Questo genere di modifiche, trasforma le persone soggette in una particolare variante di cyborg, degli organismi cibernetici, degli esseri umani potenziati. Tuttavia, possiamo notare che attualmente siamo già degli umani potenziati dalla tecnologia che abbiamo a disposizione quotidianamente e che utilizziamo con regolarità. Un’osservazione che può apparire banale, ma stimola ad elaborare una teoria della mente diversa dalle precedenti basate su riduzionismo materialista o su un dualismo che tiene rigidamente separati gli stati mentali da quelli materiali. La teoria della mente estesa, può poggiare su un approccio di tipo funzionalista o emergentista. Continua a leggere

Cibernetica e autoregolazione: da Timothy Leary alle moderne neuroscienze (Capitolo secondo)

Per leggere la prima parte dell’articolo: Cibernetica e autoregolazione: da Timothy Leary alle moderne neuroscienze (Capitolo primo)

In realtà, la nostra mente possiede numerose ed insospettabili potenzialità, di cui non siamo consapevoli. I livelli di consapevolezza della mente, secondo il Dr. Timothy Leary, sono otto e noi riusciamo, solitamente, ad accedere soltanto ai primi quattro. Successivamente, esistono altri quattro circuiti (chiamati così in riferimento, probabilmente, agli engrammi di cui abbiamo parlato precedentemente), che ci danno accesso a capacità empatiche maggiori, alle esperienze extracorporee, alla riprogrammazione della nostra psiche e infine a prendere contatto con la nostra mente universale. Questa “mente universale” è un concetto rintracciabile nelle filosofie indiane, in particolare nella divinità Brahma (la Prima persona della Trimurti, il Principio Creatore, che, in quanto tale, contiene in sé tutto l’universo, ma che è a sua volta presente in ogni creatura), ed è esplicabile come una sorte di coscienza collettiva, comune a tutti gli individui, che creerebbe una rete universale completa, includendo tutte le singole menti, collegate con una superiore, nella quale potrebbero identificarsi.

L’accesso a queste facoltà può avvenire, secondo Leary, tramite meditazione, impegni spirituali e varie esperienze di coscienza espansa, raggiungibile con l’ingestione di sostanze psichedeliche, come mescalina e DMT (che fungono da chiave chimica per il sistema nervoso) o con yoga ed esperienze di deprivazione sensoriale.

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