Aggiornamento 15/02/2009 (21:09):Aggiunti due approfondimenti dal testo del New Scientist riguardo la perdita di controllo e la spontaneità con cui si sviluppa la credenza nel soprannaturale.
Riporto un articolo appena letto su UAAR News, che sintetizza i contenuti di un testo apparso su New Scientist intitolato Born believers: How your brain creates God.
Nel finale dell’articolo riassuntivo, ho trovato una frase che mi è piaciuta parecchio, dato che riassume un’intuizione che ho avuto circa due anni fa.
La frase è «L’ipotesi che si sta ormai diffondendo a macchia d’olio è che la mente umana sia stata ‘forgiata’ dall’evoluzione per concepire personaggi fittizi, […] latori di ‘intenzioni’: di qui all’invenzione di esseri soprannaturali, e alla successiva sistemazione di tali credenze in un corpus condivisibile da una società […], il passo sarebbe stato breve.»
Al tempo, io conclusi il mio articolo scrivendo «La tendenza a credere nel soprannaturale potrebbe essere un processo di attribuzione d’intenzionalità.»
Quando lo scrissi non avevo ancora letto articoli che spiegassero l’origine delle religioni con quei termini. Le idee mi vennero in seguito ad un articolo, che non condivisi appieno, che ipotizzava l’esistenza di una zona della corteccia cerebrale adibita alla credenza nel soprannaturale, ma da quanto avevo studiato in psicologia cognitiva, e influenzato per quanto riguarda la filosofia della mente, dalle idee di Daniel Dennett, forse era naturale che avessi prima o poi una intuizione simile.
Si fanno sempre più numerosi gli studi che propongono di risolvere il ‘mistero’ delle origini della religione da un punto di vista evoluzionistico. Negli scorsi anni sono emersi almeno tre filoni di ricerca (quello sociobiologico di Sloan Wilson, quello antropologico-cognitivo di Scott Atran e Pascal Boyer e quello che evidenzia anche l’aspetto ‘memetico’ del problema di Richard Dawkins e Daniel C. Dennett). Finalmente se ne è cominciato a parlare anche in Italia, qualche mese fa, con il libro Nati per credere di Vittorio Girotto, Telmo Pievani e Giorgio Vallortigara. Ma nuovi studi si aggiungono settimana dopo settimana: tanto che Michael Brooks, sull’ultimo numero del New Scientist, ha pubblicato un lungo articolo riepilogativo dal titolo Born believers: How your brain creates God. L’ipotesi che si sta ormai diffondendo a macchia d’olio è che la mente umana sia stata ‘forgiata’ dall’evoluzione per concepire personaggi fittizi, non necessariamente ritenuti dotati di corpo ma, al contrario, latori di ‘intenzioni’: di qui all’invenzione di esseri soprannaturali, e alla successiva sistemazione di tali credenze in un corpus condivisibile da una società (e dunque imponibile a una società), il passo sarebbe stato breve.
Nell’articolo del New Scientist si prende in analisi anche un fattore che io avevo trascurato nel mio precedente articolo: quanto la sensazione di perdita di controllo della propria vita possa influire nel cercare spiegazioni soprannaturali. L’osservazione delle società e della storia infatti, ci fa pensare, intuitivamente, che la religione prosperi maggiormente laddove le condizioni siano più dure. Questo era già stato osservato da Bertrand Russell riguardo, quantomeno alle religioni monoteiste.«Possiamo constatare che, in ogni epoca, l’intensità della fede religiosa è andata di pari passo con inaudita crudeltà e scarso benessere.» «È palese che alla base della religione c’è la paura poiché – ogni qualvolta accade una disgrazia – si rivolge il pensiero a Dio: guerre, pestilenze, naufragi e cataclismi promuovono la religione.» «La fede in una vita futura non nasce da argomenti razionali, bensì da emozioni. Fra queste, la più importante è la paura della morte, istintiva e biologicamente utile. Se davvero credessimo nella vita futura, il pensiero della morte non ci spaventerebbe affatto.»
That view is backed up by an experiment published late last year (Science, vol 322, p 115). Jennifer Whitson of the University of Texas in Austin and Adam Galinsky of Northwestern University in Evanston, Illinois, asked people what patterns they could see in arrangements of dots or stock market information. Before asking, Whitson and Galinsky made half their participants feel a lack of control, either by giving them feedback unrelated to their performance or by having them recall experiences where they had lost control of a situation.
The results were striking. The subjects who sensed a loss of control were much more likely to see patterns where there were none. “We were surprised that the phenomenon is as widespread as it is,” Whitson says.What’s going on, she suggests, is that when we feel a lack of control we fall back on superstitious ways of thinking. That would explain why religions enjoy a revival during hard times. (da New Scientist)
L’articolo si conclude suggerendo un esperimento che, per le implicazioni etiche, non potrà mai essere fatto, ma comunque accettabile come esperimento mentale.
There is one experiment, however, that could go a long way to proving whether Boyer, Bloom and the rest are onto something profound. Ethical issues mean it won’t be done any time soon, but that hasn’t stopped people speculating about the outcome.
It goes something like this. Left to their own devices, children create their own “creole” languages using hard-wired linguistic brain circuits. A similar experiment would provide our best test of the innate religious inclinations of humans. Would a group of children raised in isolation spontaneously create their own religious beliefs? “I think the answer is yes,” says Bloom.
Alla stessa conclusione intuitiva era già arrivato lo scrittore fantascientifico Stanislaw Lem, nel suo racconto breve Non serviam (pubblicato nella raccolta “L’io della mente”e trascritto in passato su questo blog), che narra della creazione di una società artificiale all’interno del calcolatore partendo dalle basi dell’evoluzione, fino ad osservarne i comportamenti dei singoli “personoidi” dal momento in cui si formano le prime parvenze di pensiero astratto, fino ad arrivare a discussioni filosofiche simili a quelle dei classici greci, con una particolare citazione del ragionamento di Epicuro riguardo al paradosso dell’essere onnisciente, onnipotente e benevolo.
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