Stanislaw Lem e Google

Oggi, sul motore di ricerca Google, è apparso un simpatico omaggio per il sessantesimo anniversario della prima pubblicazione di Stanislaw Lem.

Si tratta di un giochino che riprende i personaggi ed alcune situazioni presenti nei racconti di Cyberiade. Su di esso, e sul suo autore ho parlato molto in questo blog.

Possiamo trovarvi i due inventori robotici Trurl e Klapaucius, e sono riuscito a riconoscere l’enorme ed ottusa macchina calcolatrice a più piani, la macchina in grado di creare qualsiasi cosa inizi per “N” e qualche ricordo riguardo ad un pianeta cubico (forse i “ferrolini”?).

Il gioco è molto simpatico e composto di tre livelli con semplici enigmi logici e di abilità. Si conclude con un’animazione che riprende il primo racconto del libro.

Probabilmente il giochino rimarrà disponibile solo per oggi, quindi consiglio agli appassionati di Lem, di andare presto a dargli un’occhiata. :)

Utilità di un drago – Stanislaw Lem

Fino a questo momento ho passato sotto silenzio la mia spedizione sul pianeta Abrasione, nella costellazione della Balena. L’economia locale si basa interamente sul drago. La mia ignoranza nelle materie economiche mi ha purtroppo impedito di capire fino in fondo questa peculiarità locale, nonostante gli Abrasiani si fossero fatti in quattro per fornirmi delucidazioni. Può darsi che un vero intenditore della natura dei draghi riesca a comprendere la cosa meglio di me. Continua a leggere

Non credo, dunque, esisto

Riporto l’inizio di un ottimo articolo apparso oggi su Fantascienza.com che, partendo dal caso dello slogan della UAAR la cui pubblicazione è stata impedita dalla concessionaria di pubblicità genovese, sotto forti pressioni esterne, fa una panoramica del rapporto fra fantascienza e fede, nelle opere più significative.

«Non c’è nulla di male nel nutrire un sentimento religioso, ma se la libertà di culto è un diritto, questo non può comunque tradursi in una limitazione del diritto altrui di non credere ad altri se non in sé stessi e nel prossimo, poiché anche l’ideale ateo risponde al bisogno di dare un senso al vivere che vada oltre la semplice sopravvivenza. Se il pensiero razionale ha però una freccia in più, questa freccia la scaglia nella direzione della maggior inclusione possibile; infatti, solitamente, chi è ateo non impedisce a chi è religioso di esprimersi. Raramente invece accade il contrario, almeno nel nostro paese.»

Non credo, dunque, esisto

di Maurizio Del Santo

Una riflessione sull’esistenza di Dio e l’essere laici o credenti, a partire da una campagna pubblicitaria. Fantascienza? Forse, ma non troppo.

fotobus_1-2Dio non esiste. Anzi sì. Beh, insomma, dipende dalla concessionaria di pubblicità. Si potrebbe provocatoriamente raccontare così la vicenda accaduta a Genova nelle scorse settimane. La UAAR - Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti — decide di affittare uno spazio pubblicitario su due autobus dell’Azienda Municipalizzata Trasporti genovese per far circolare uno slogan: “La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno.” L’iniziativa segue quelle analoghe già sperimentate con successo a Londra e Barcellona, anche se lì gli slogan erano leggermente più edulcorati.
La reazione è più che scontata, in uno Stato come quello italiano la cui compenetrazione con quello Vaticano somiglia sempre di più a una vera e propria simbiosi. Dopo un primo ok della IGP Decaux, la società concessionaria, le gigantesche polemiche — che hanno visto scendere in campo tutti, addirittura a livello nazionale - hanno costretto la suddetta società a un rapido dietrofront. Alla fine si è arrivati a un accordo sul messaggio che poi è stato effettivamente pubblicato, e cioè: “La buona notizia è che in Italia ci sono milioni di atei. L’ottima è che credono nella libertà d’espressione.”

Lo slogan iniziale, oggettivamente provocatorio in una realtà come quella italiana e genovese, ha comunque centrato in pieno l’obiettivo di attirare l’attenzione, visto che l’UAAR ha raggiunto in pochi giorni notorietà nazionale e un cospicuo aumento delle donazioni. Proprio in questi giorni, inoltre, tale slogan è riapparso su dieci grandi cartelloni affissi per le strade del capoluogo ligure. Resta desolante il fatto che si sia costretti, nell’anno 2009, a fare scandalo per parlare di un tema, certamente sensibile, ma serenamente affrontabile in un qualsiasi paese civile.
Mentre la realtà italiana è rimasta indietro anche su questo punto, la realtà fantascientifica ha già da decenni sviscerato l’argomento con passione e intelligenza. In effetti il confronto con il trascendente è uno dei temi più elevati della letteratura, soprattutto di quella di fantascienza, la cui base positivista non può che porsi, prima o poi, il dilemma su dove (e se) termina la razionalità e dove invece inizia l’irrazionale. Non a caso due tra le opere sci-fi più importanti della storia, 2001: Odissea nello spazio (1968) e Solaris (1961), affrontano proprio questo tema. Sempre non per caso i due artefici di queste opere, Stanley Kubrick e Stanislaw Lem, sono due personalità complesse e articolate, certamente per nulla inclini al fideismo ma che non si sono sottratti al confronto, e neanche si sognavano di farlo.

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Studio inglese: “la religione è un effetto secondario dell’evoluzione”

26941701.jpgAggiornamento 15/02/2009 (21:09):Aggiunti due approfondimenti dal testo del New Scientist riguardo la perdita di controllo e la spontaneità con cui si sviluppa la credenza nel soprannaturale.

Riporto un articolo appena letto su UAAR News, che sintetizza i contenuti di un testo apparso su New Scientist intitolato Born believers: How your brain creates God.
Nel finale dell’articolo riassuntivo, ho trovato una frase che mi è piaciuta parecchio, dato che riassume un’intuizione che ho avuto circa due anni fa.
La frase è «L’ipotesi che si sta ormai diffondendo a macchia d’olio è che la mente umana sia stata ‘forgiata’ dall’evoluzione per concepire personaggi fittizi, […] latori di ‘intenzioni’: di qui all’invenzione di esseri soprannaturali, e alla successiva sistemazione di tali credenze in un corpus condivisibile da una società […], il passo sarebbe stato breve.»
Al tempo, io conclusi il mio articolo scrivendo «La tendenza a credere nel soprannaturale potrebbe essere un processo di attribuzione d’intenzionalità.»
Quando lo scrissi non avevo ancora letto articoli che spiegassero l’origine delle religioni con quei termini. Le idee mi vennero in seguito ad un articolo, che non condivisi appieno, che ipotizzava l’esistenza di una zona della corteccia cerebrale adibita alla credenza nel soprannaturale, ma da quanto avevo studiato in psicologia cognitiva, e influenzato per quanto riguarda la filosofia della mente, dalle idee di Daniel Dennett, forse era naturale che avessi prima o poi una intuizione simile.

Si fanno sempre più numerosi gli studi che propongono di risolvere il ‘mistero’ delle origini della religione da un punto di vista evoluzionistico. Negli scorsi anni sono emersi almeno tre filoni di ricerca (quello sociobiologico di Sloan Wilson, quello antropologico-cognitivo di Scott Atran e Pascal Boyer e quello che evidenzia anche l’aspetto ‘memetico’ del problema di Richard Dawkins e Daniel C. Dennett). Finalmente se ne è cominciato a parlare anche in Italia, qualche mese fa, con il libro Nati per credere di Vittorio Girotto, Telmo Pievani e Giorgio Vallortigara. Ma nuovi studi si aggiungono settimana dopo settimana: tanto che Michael Brooks, sull’ultimo numero del New Scientist, ha pubblicato un lungo articolo riepilogativo dal titolo Born believers: How your brain creates God. L’ipotesi che si sta ormai diffondendo a macchia d’olio è che la mente umana sia stata ‘forgiata’ dall’evoluzione per concepire personaggi fittizi, non necessariamente ritenuti dotati di corpo ma, al contrario, latori di ‘intenzioni’: di qui all’invenzione di esseri soprannaturali, e alla successiva sistemazione di tali credenze in un corpus condivisibile da una società (e dunque imponibile a una società), il passo sarebbe stato breve.

Nell’articolo del New Scientist si prende in analisi anche un fattore che io avevo trascurato nel mio precedente articolo: quanto la sensazione di perdita di controllo della propria vita possa influire nel cercare spiegazioni soprannaturali. L’osservazione delle società e della storia infatti, ci fa pensare, intuitivamente, che la religione prosperi maggiormente laddove le condizioni siano più dure. Questo era già stato osservato da Bertrand Russell riguardo, quantomeno alle religioni monoteiste.«Possiamo constatare che, in ogni epoca, l’intensità della fede religiosa è andata di pari passo con inaudita crudeltà e scarso benessere.» «È palese che alla base della religione c’è la paura poiché – ogni qualvolta accade una disgrazia – si rivolge il pensiero a Dio: guerre, pestilenze, naufragi e cataclismi promuovono la religione.» «La fede in una vita futura non nasce da argomenti razionali, bensì da emozioni. Fra queste, la più importante è la paura della morte, istintiva e biologicamente utile. Se davvero credessimo nella vita futura, il pensiero della morte non ci spaventerebbe affatto.»

That view is backed up by an experiment published late last year (Science, vol 322, p 115). Jennifer Whitson of the University of Texas in Austin and Adam Galinsky of Northwestern University in Evanston, Illinois, asked people what patterns they could see in arrangements of dots or stock market information. Before asking, Whitson and Galinsky made half their participants feel a lack of control, either by giving them feedback unrelated to their performance or by having them recall experiences where they had lost control of a situation.

The results were striking. The subjects who sensed a loss of control were much more likely to see patterns where there were none. “We were surprised that the phenomenon is as widespread as it is,” Whitson says.What’s going on, she suggests, is that when we feel a lack of control we fall back on superstitious ways of thinking. That would explain why religions enjoy a revival during hard times. (da New Scientist)

L’articolo si conclude suggerendo un esperimento che, per le implicazioni etiche, non potrà mai essere fatto, ma comunque accettabile come esperimento mentale.

There is one experiment, however, that could go a long way to proving whether Boyer, Bloom and the rest are onto something profound. Ethical issues mean it won’t be done any time soon, but that hasn’t stopped people speculating about the outcome.
It goes something like this. Left to their own devices, children create their own “creole” languages using hard-wired linguistic brain circuits. A similar experiment would provide our best test of the innate religious inclinations of humans. Would a group of children raised in isolation spontaneously create their own religious beliefs? “I think the answer is yes,” says Bloom.

Alla stessa conclusione intuitiva era già arrivato lo scrittore fantascientifico Stanislaw Lem, nel suo racconto breve Non serviam (pubblicato nella raccolta “L’io della mente”e trascritto in passato su questo blog), che narra della creazione di una società artificiale all’interno del calcolatore partendo dalle basi dell’evoluzione, fino ad osservarne i comportamenti dei singoli “personoidi” dal momento in cui si formano le prime parvenze di pensiero astratto, fino ad arrivare a discussioni filosofiche simili a quelle dei classici greci, con una particolare citazione del ragionamento di Epicuro riguardo al paradosso dell’essere onnisciente, onnipotente e benevolo.

Mymosh il Figlio di Se Stesso (ultima parte) – Stanislaw Lem

Questo è il seguito della sfortunata vita accidentale di Mymosh, la cui esistenza prova che, dato un lasso di tempo infinito, anche la spazzatura può generare autonomamente la vita. :-)

page2_blog_entry572_summary_1Di conseguenza Mymosh non poteva vedere la pozzanghera che era sua madre né il fango che era suo padre, e neppure il vasto, ampio mondo né il cielo che tutto sovrasta, e non aveva alcun ricordo di quel che gli era successo in precedenza, e in generale non era in grado di fare altro che pensare. Poteva fare soltanto quello, e perciò vi si dedicò con convinzione.

“Per prima cosa” disse a se stesso “devo riempire il vuoto che c’è in me, e così allontanare questa insopportabile monotonia. Perciò, pensiamo a qualcosa, perché, quando pensiamo – oh, meraviglia! – il pensiero esiste, e nient’altro che il nostro pensiero ha esistenza”.

Da questa affermazione si può notare come fosse già divenuto alquanto presuntuoso, perché si riferiva a se stesso con la prima persona plurale.

“Ma, aspetta” si disse poi “non potrebbe esistere qualcosa anche al di fuori di me? Dobbiamo prendere in considerazione la possibilità, anche solo per un momento, e anche se è una considerazione che suona assurda e addirittura offensiva e folle. Chiamiamo, ipoteticamente, questa esteriorità il Gozmos. Se dunque esistesse un Gozmos, io dovrei essere una sua parte ed esservi contenuto”. Continua a leggere