L’uomo che venne dalla Terra

Se non vi sareste mai aspettati di guardare un film di fantascienza girato come un lungo dialogo fra personaggi seduti nel salotto di una casa di montagna, dovrete guardare “L’uomo che venne dalla Terra”. In un periodo in cui, nella fantascienza cinematografica, sull’altare della spettacolarità vengono continuamente sacrificate la sceneggiatura, la logica e la coerenza, questo film fa l’esatto opposto proponendo una trama intelligente, verosimile e coerente e dei personaggi intelligenti e vitali impegnati nel tentativo di comprendere o confutare la storia che viene loro narrata.

John Oldman è un uomo che sostiene di essere vissuto 14.000 anni, nato come uomo di Cro-Magnon e, nel corso della sua vita, migrato in continuazione da luogo a luogo nel tentativo di comprendere perché non invecchiasse e di nascondere questa caratteristica agli altri uomini. Non riesce a ricordare i dettagli di tutta la storia della civiltà umana che ha incontrato, allo stesso modo in cui l’oblio della memoria rimuove dalle nostre menti i ricordi che sembrano meno salienti, ma ha vissuto ed incontrato molte personalità notevoli della storia, ed anche lui, in una occasione lo è stato. È stato testimone della trasformazioni di uomini ed insegnamenti estremamente saggi nella loro semplicità, in complessi miti religiosi, prima, e strumenti di potere poi. Raccontando tutto questo ai suoi amici, quasi costretto, prima di doversi nuovamente trasferire, incontrerà la loro incredulità, le loro reazioni, talvolta aggressive – per difendere le proprie convinzioni e conoscenze. Essi si sentiranno feriti, illuminati, scettici, preoccupati per lui; e con loro noi, che ascoltiamo assieme, questa narrazione. Un film di fanta-antropologia e filosofico, che merita almeno una visione, se non altro per la sua unicità all’interno di questo genere.

L’impostazione è molto teatrale, ed in qualche modo mi ha fatto venire in mente Bergman. Il film è costato “appena” 200.000 dollari e la sceneggiatura è ad opera di Jerome Bixby, già sceneggiatore di alcuni episodi di Star Trek e Ai confini della realtà.

Se volete leggerne ancora, vi segnalo anche queste ottime recensioni: L’uomo che venne dalla Terra – “The Man from Earth” (cinedimension), [MOVIES] The Man From Earth: recensione (bilbo’s world), L’uomo che veniva dalla Terra (Das ist Amerika).

Leggetele pure tranquillamente, non contengono spoiler.

Star Trek e la religione

no-fan2Completo l’opera, riportando questo testo trovato in rete, del quale non sono riuscito a risalire all’autore originale.
L’argomento è il rapporto fra Star Trek e la religione. Si parlerà inoltre, del rapporto fra essa ed il suo autore originale, Gene Roddenberry, facendo anche paragoni con la serie “rivale” di sempre, Star Wars.

Da qualche tempo a questa parte mi trovo impelagato in un affascinante, per quanto interminabile e probabilmente senza via d’uscita, dibattito filosofico con un estimatore di lunga data della Repubblica lucasiana e annessa mitologia. Cominciato vis à vis nelle pieghe dell’ultima sessione della Cricca, proseguito via email e tuttora in corso, l’argomento del contendere verte sulla visione religiosa proposta in Star Trek e la presunta superiorità del background che sottenderebbe l’universo di Star Wars. Premesso il mio tiepido interesse per la complessa creatura di George Lucas, in passato ho tentato di liquidare il più velocemente possibile questo argomento ogni qualvolta mi è stato proposto, non già per disinteresse, quanto per la consapevolezza di dover mettere piede in un campo minato. Finora mi era riuscito di starne alla larga, ma doveva accadere presto o tardi che io abboccassi all’amo ingoiando tutta la lenza. Riassumo qui il mio punto di vista, nella speranza che valga a dissuadere altri dal tirare in ballo sotto il mio naso la vexata quaestio in futuro. Chi non mastica nulla di Star Trek passi tranquillamente oltre senza voltarsi indietro: sono un lieutenant commander della Flotta Stellare e sarò costretto a dare fondo a tutto il mio addestramento per cavarmi d’impiccio.

Gene Roddenberry ricevette un’educazione religiosa e frequentò regolarmente le funzioni della Chiesa Battista fino all’adolescenza, prima di manifestare un radicale rigetto per la religione. Traduco una sua dichiarazione così come citata da Graham Kennedy, Daystrom Institute, ripresa testualmente da Bernd Schneider, Ex Astris Scientia:

Condanno i falsi profeti, condanno il tentativo di minare il potere della decisione razionale, di prosciugare il libero arbitrio della gente e una dannata quantità di denaro nell’affare. Le religioni variano nel relativo livello di idiozia, ma le rifiuto tutte. Per la maggior parte delle persone, la religione non è nulla più che un surrogato per un cervello malfunzionante.

E ancora:

Dobbiamo mettere in discussione la logica storica di avere un Dio onniscente e onnipotente, che crea esseri umani imperfetti per poi biasimarli in virtù dei Suoi stessi errori.

Una posizione oltremodo chiara, tale da riflettersi nell’adesione del 1986 alla American Humanist Association, che non più tardi del 1991 gli riconoscerà il prestigioso Humanist Arts Award. Il Movimento Panteista tenterà a sua volta ripetutamente di tirarlo per la giacca, senza invero argomenti convincenti. Di sè stessa l’Associazione Umanista dice:

L’Umanesimo è una filosofia di vita progressista che, prescindendo dal soprannaturale, afferma la nostra capacità e responsabilità di condurre un’esistenza etica di realizzazione personale, che aspira al maggior bene per l’umanità.

Roddenberry si considerò quindi un Umanista per tutta la durata della propria vita adulta, trasponendo in qualche modo questa visione ideale nell’universo di Star Trek. Ad una prima superficiale analisi sembra infatti evidente l’assenza di substrato religioso laddove egli tratteggia invece con precisione le peculiarità filosofiche e tecnologiche proprie della società del futuro. Fatte salve alcune significative eccezioni, i personaggi dei serial televisivi e dei lungometraggi eviteranno accuratamente di compromettersi con affermazioni di carattere religioso nel corso dell’intera storia della saga, fino ai giorni nostri. Si parla di eccezioni laddove l’ambientazione di un episodio, una battuta, un dialogo o parti della sceneggiatura abbiano introdotto elementi di più o meno marcata pertinenza religiosa. In Balance of Terror (La navicella invisibile) durante una cerimonia nuziale officiata da James T. Kirk, in quella che con ogni evidenza è la cappella della nave, alle spalle del Capitano sono chiaramente visibili una croce e un ulteriore simbolo religioso, non identificabile. Se accadrà ancora che un ufficiale al comando celebri un matrimonio (a titolo di esempio, lo faranno sia Picard che Janeway), non ci sarà invece altra occasione per notare simboli religiosi riferibili alla cerimonia. Nulla anche nei funerali, che pure saranno numerosi. In That Which Survives (Un pianeta ostile) il tenente Rhada sfoggia sulla fronte un classico simbolo induista. Basterebbero questi indizi da soli a confermare che la popolazione umana della Federazione attribuisce ancora un qualche valore alle tradizioni religiose, così come le conosciamo oggi, sia pure con una punta di ecumenismo e verosimilmente tracce di nuovi culti. Ancora in The Empath (Il diritto di sopravvivere) il dottor Ozaba cita un passo dalla Bibbia, come farà più tardi anche Joseph Sisko dalle pagine della sceneggiatura di Far Beyond the Stars (Lontano, oltre le stelle). Star Trek V: The Final Frontier vede l’eretico vulcaniano Sybok raccogliere un codazzo di seguaci alla volta di Sha Ka Ree, il pianeta di Dio, proponendo loro una sorta di terapia religiosa che richiama grosso modo l’auditing di Scientology: condividi con me il tuo dolore, abbandonalo e da esso trarrai forza. L’idea che Dio soggiorni su un pianeta specifico è dottrina nota fra i Mormoni, e anche i Raeliani collocano fisicamente i propri Dei su un pianeta. Kirk rifiuterà recisamente di condividere con Sybok le proprie esperienze dolorose e di permettere che vengano cancellate, affermando che esse fanno parte di lui e lo definiscono in quanto individuo. Il dottore della Voyager calcherà le assi del ponte ologrammi vestito da sacerdote cattolico in Spirit Folk (Gli spiriti) e il suo omologo alieno Phlox sull’Enterprise del ventiduesimo secolo dirà in Cold Front (Guerra temporale) di aver assistito ad una messa in Piazza San Pietro, avvalorando senz’ombra di dubbio la sopravvivenza di religioni mainstream dietro le quinte della struttura sociale umana integrata nella Federazione Unita dei Pianeti. Continua a leggere

L’etica di Star Trek (Partick Stewart) – Valentina Piattelli

Con questo discorso di Patrick Stewart al Panoma College, si conclude il bellissimo saggio di Valentina Piattelli sull’etica di Star Trek.
Gli argomenti sono il progresso e la pena di morte.

Capitoli precedenti:

  1. Star Trek è cultura? Una cultura pluralista e policentrica. La ricerca come valore fondante e rispetto per il futuro.
  2. La Prima Direttiva
  3. Significati profondi della Kobayashi Maru.
  4. La società di Star Trek: la via della semplicità.
  5. La Flotta Stellare: un modello autoritario in una società libertaria.
  6. Violenza e non violenza in Star Trek.
  7. Quando Star Trek non è all’altezza dei suoi principi: i rapporti con i Borg
  8. Appendice: Relativismo Trek

Patrick Stewart sul progresso e la pena di morte.

Estratti del discorso che Patrick Stewart ha tenuto il 14 maggio 1995 al Pomona College, in occasione del conferimento del titolo di ‘dottore in Letteratura’ Honoris Causas.

ps-bw002810029-2“Preside Stanley, onorevoli professori e assistenti, colleghi dottorati, signore e signori, ragazzi e ragazze [risate], e laureati della classe. Con questo non voglio dire che non siate ‘signore e signori’, e neanche che non siate ‘ragazzi e ragazze’. Ecco, prima che l’emozione e l’agitazione per questo evento abbiano la meglio su di me, e come Calibano nel “La Tempesta”, mi scordi quello che voglio dire e finisca con il balbettare, devo dire alcune parole specificatamente e direttamente a tutti voi che vi laureate, perché siete stati voi a proporre di invitarmi qui oggi. E mi rendo conto solo oggi che questo è stato il risultato di un’attiva campagna di raccolta firme. [...] Mi state dando – veramente – un giorno da ricordare, e un onore del quale sarò sempre fiero. Claremont e il Pomona College avranno sempre un posto nel mio cuore.
E adesso, data la solennità dell’occasione, devo essere onesto. Ho una confessione da fare. [...] Questa è soltanto la mia seconda cerimonia di laurea, e quando dico ‘mia’, non intendo dire ‘mia’, perché in realtà questa è l’unica di cui io sia stato il protagonista. E per quelli fra voi che in questo momento sono stupiti, lasciatemi ricordare che non sono mai stato all’Accademia della Flotta Stellare, che non mi sono mai seduto sotto l’olmo di Boothby, e non saprei riconoscere il continuum spazio-temporale o la velocità Warp se me le trovassi nel letto [risate].
La mia prima cerimonia di laurea è stata quando mio figlio si è laureato tre anni fa. [...] Mio figlio, come simbolo della trasformazione da alunno inglese in giacchetta a laureato californiano, si era vestito con una maglietta hawaiana e bermuda. [...].
È stato un giorno memorabile nella mia famiglia quando Daniel si è laureato. “Maestro d’Arte”, è il primo membro della famiglia a ricevere un laurea. È stato per me così significativo come lo sarebbe, in altre circostanze, se fosse il stato il primo a imparare a leggere e scrivere. Ero terribilmente orgoglioso e un po’ in soggezione. E non vi meravigliate se vi racconto che io, suo padre, ho completato la mia educazione scolastica all’età di quindici anni e due giorni, l’età minima richiesta in Inghilterra per poter smettere di studiare. Senza saperlo, io ero già un progresso nello sviluppo intellettuale della mia famiglia.
Anni dopo, quando ho cominciato ad interessarmi di genealogia e a cercare notizie dei miei antenati, ho scoperto all’anagrafe [...], il certificato di matrimonio dei miei bisnonni, e nella casella dove mia bisnonna Elizabeth Mountain doveva mettere la sua firma, c’era una croce, una X. Elizabeth Mountain era analfabeta e non sapeva fare neanche la propria firma. Sullo stesso documento c’era scritto il suo mestiere: ‘lavoratrice domestica’. Ah si, posso già sentire i mormori alle mie spalle [riferendosi ai professori seduti dietro di lui]. Che storia è questa? Stiamo forse premiando una persona non qualificata? Forse non se lo merita? Be’, in realtà avete ragione [Risate]. Conferendomi questo onore unico, mi state convincendo del fatto che io sono un minuscolo dettaglio nel progresso della civiltà. E lo siete anche voi.
Ma per voi è importante quello che farete da questo momento in avanti; sarà questo che farà progredire la nostra civiltà ancora, oppure, ignorando la maggior parte dei successi che abbiamo raggiunto, le farà iniziare la retrocessione. Ed è qui che io comincio a non sentirmi più a mio agio. Sono un attore. Sono una persona che di lavoro intrattiene le altre e voi mi avete invitato qui come intrattenitore in un’occasione che solo all’apparenza è il conferimento del laurea a Patrick Stewart. Io sono l’intrattenitore e voi il pubblico e c’è una certa aspettativa. Sbaglio forse? E se questa aspettativa non venisse soddisfatta, io, l’intrattenitore, comincerei ad accorgermene. Il pubblico spesso sottostima quanto noi, gli intrattenitori, ci accorgiamo di cosa accade in platea. [...]
Recentemente un mio amico recitava il dramma scozzese “Macbeth” in un teatro di provincia il Mercoledì e – quando arrivò la scena in cui Macbeth viene a sapere che la moglie è morta e comincia il suo discorso “Avrebbe dovuto morire più in là, domani, domani e domani” – ha sentito una voce dagli spalti dire: “vediamo, così si andrebbe avanti fino a Sabato” [risate]. Confesso che durante le prove de “La Tempesta” di Shakespeare per il festival di New York, meglio noto come Shakespeare al parco, qualcuno degli attori più esperti mi aveva preparato per le reazioni imprevedibili che la platea poteva avere. È meraviglioso provare Shakespeare di nuovo. Erano dieci anni che non lo facevo. Cimentarsi in tale opera mancando di una formale educazione scolastica, ha significato per me cominciare un nuovo tipo di scuola il giorno stesso in cui sono entrato a far parte della Royal Shakespeare Company e ciò è continuato per 15 anni, insegnandomi saggezza, poesia e dandomi una visione del mondo che è entrata a far parte della mia vita. Vedete “La Tempesta” è soprattutto, ma non solo, una commedia della vendetta. Prospero passa la maggior parte dei quattro atti usando tutto il suo intelletto, energia e poteri magici per arrivare al momento in cui i suoi nemici [...] sono alla fine in suo potere e alla sua mercé. [...] Ma a quel punto Prospero replica [...]: “La più rara azione sta nella virtù, non nella vendetta”.
Io ho vissuto e lavorato negli Stati Uniti per oltre 8 anni. Questo paese mi ha cambiato in molti modi. Ha trasformato la mia carriera, mi ha dato la sicurezza materiale, mi ha reso più sano, e penso migliore. Ma forse, ed è la cosa più importante, mi ha fatto divertire e ridere più che in tutti e 45 gli anni precedenti. [...] Io amo questo paese, gli Stati Uniti, e il suo popolo. Siete ammirevoli, ottimisti e suscettibili, divertenti e furiosi. E certe volte, per un europeo, sembrato così insicuri e abbastanza … persi.
“La più rara azione sta nella virtù, non nella vendetta” e qui negli Stati Uniti durante questi ultimi 20 anni, non c’è mai stato un momento in cui i principi non abbiano avuto bisogno di essere proclamati di nuovo e di nuovo, finché c’è di mezzo un certo argomento. È una questione fondamentale con al quale le future generazioni ci giudicheranno come una società civile: il nostro rispetto per la sacralità della vita umana. Insieme con la povertà, la salute, l’educazione, le pari opportunità, l’ambiente e la tutela della legge per tutti, è l’esistenza o meno di esecuzioni capitali da parte dello stato che indicherà nel modo più evidente le basi profonde della nostra responsabilità, della nostra evoluzione e compassione.
Nel 1976, quando in tutta Europa la pena di morte veniva abolita, gli Stati Uniti l’hanno ripristinata, e vi sono al momento 38 stati in cui avvengono esecuzioni in varie forme. 38 stati, fra cui la California, in cui i cittadini americani, uomini e donne, vengono legalmente gassati, folgorati, avvelenati, impiccati o fucilati. Negli ultimi 19 anni, 272 vite sono state terminate in questo paese con uno di questi metodi barbarici e grotteschi. 272 volte gli stati, nel nostro nome, si sono presi l’autorità non soltanto del giudice, ma anche l’autorità di Dio. E perché? Perché la pena capitale è giusta? Una vita per una vita? Allora dovremo stuprare gli stupratori, picchiare i mariti violenti, castrare i pedofili, tagliare le mani ai ladri. Anche quello sarebbe giusto. Perché è un deterrente? In tutto il paese, ogni tipo di statistica, ogni prova conferma che la pena capitale non è un deterrente. E ora, nello stato di New York, assistiamo all’incomprensibile reintroduzione della pena di morte, proprio quando negli ultimi anni vari reati capitali, fra cui gli omicidi, erano in continua diminuzione. Perché? Forse perché eccita l’idea di uccidere? È vero: se la materia fosse messa vi voti, se fosse fatto un referendum nazionale, la maggioranza sarebbe a favore della pena capitale. Eccita anche noi questo? C’è forse un desiderio primitivo di annusare il sangue? Forse si. Ma se diamo seguito a questo desiderio animalesco, chi finiamo con l’essere e dove finiremo con l’andare? Certamente non verso il futuro. Se la vita umana è sacra, è sacra sempre. Non ci sono eccezioni o clausole. Non ci sono se o ma. Non ci sono casi speciali. Quando tutte le vite umane saranno sacre, cominceremo a capire e a rispettare veramente il suo valore, perché allora capiremo che non possiamo nasconderci dietro i voti, dietro i nostri ambiti istituzionali e chiedere agli altri, ai gassatori, ai folgoratori, agli avvelenatori, ai boia, di uccidere in nostro nome. Noi li degradiamo usandoli e siamo degradati dalle loro azioni, e il circolo della violenza continua ininterrotto. [applausi]
Ci sono altri argomenti. Innocenti a volte vengono uccisi, almeno 23 volte in questo secolo, e 40 altri sono stati rilasciati dal braccio della morte. Il costo: la pena di morte costa novanta milioni di dollari l’anno, oltre al costo ordinario del sistema giudiziario. Nel Texas, ogni caso di pena di morte costa in media 2,3 milioni di dollari, circa tre volte il costo di un detenuto in cella di altissima sicurezza per quaranta anni. A livello nazionale, a queste cifre va aggiunto il costo extra di mezzo bilione di dollari fin dal 1976. E poi c’è la questione delle esecuzioni pasticciate, troppe e troppo orribili per parlarne, ma che senza dubbio sono un reato costituendo una punizione crudele.

Circa un mese fa, una persona della vostra facoltà suggeriva che io potessi prendere come spunto per questo discorso le parole del Capitano Jean-Luc Picard nel recente film “Generazioni” riguardo a come fare la differenza nel mondo in cui viviamo. Il giorno dopo una bomba è esplosa a Oklahoma City. La domenica successiva, quando il paese era ancora scioccato per l’orrore incomprensibile di tale atto, il Presidente Clinton, durante una cerimonia di lutto nazionale, ha condannato la barbarie e la crudeltà dell’uccidere vite innocenti e ha promesso al contempo che i responsabili di tale crudeltà sarebbero stati catturati e che sarebbe stata richiesta la pena capitale. E nel sentire queste parole, un grido è nato nel mio petto: “No! Basta! Signor presidente, superi tutto questo!”. Da qualche parte bisogna stabilire un confine, ma non fra la vita e la morte. La funzione del leader è quella di guidare, guidare verso il futuro, non verso il passato. So che ci sono molti fan di Star Trek qui. Alcuni di voi probabilmente conoscono la Prima Direttiva meglio di me. Anche se si tratta di una finzione, ritengo che sia un codice di condotta ammirevole per qualsiasi società. La Federazione dei Pianeti ha abolito la pena di morte. La visione di Gene Roddenberry del XXIV secolo non è soltanto utopistica. Può essere per noi come una indicazione, un progetto per come vorremmo vivere e per come dobbiamo vivere adesso. Domani voi comincerete la vostra vita, con un’educazione, una formazione, con esperienze e soprattutto facendo delle scelte. Fate la differenza! Vi ringrazio per avere invitato me e Wendy a condividere con voi questo giorno. Congratulazioni e buona fortuna.”

Patrick Stewart

P.S. Patrick Stewart è un attivista di Amnesty International

L’etica di Star Trek (Appendice) – Valentina Piattelli

Di Valentina Piattelli.

Capitoli precedenti:

  1. Star Trek è cultura? Una cultura pluralista e policentrica. La ricerca come valore fondante e rispetto per il futuro.
  2. La Prima Direttiva
  3. Significati profondi della Kobayashi Maru.
  4. La società di Star Trek: la via della semplicità.
  5. La Flotta Stellare: un modello autoritario in una società libertaria.
  6. Violenza e non violenza in Star Trek.
  7. Quando Star Trek non è all’altezza dei suoi principi: i rapporti con i Borg

Relativismo Trek

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Relative di Thomas Stark

(Tratto da un mio articolo pubblicato su “STIM – Star Trek Italia Magazine” in risposta all’articolo di Chiara Salvioni, “Il trekker relativista”).

Il dibattito sul relativismo culturale può essere fatto risalire alla filosofia greca ed ha sempre affascinato filosofi e antropologi, che in tutti questi secoli non hanno – per fortuna! – trovato una risposta univoca. Dico “fortunatamente” perché non penso che esista una riposta univoca, ma che piuttosto il valore del dibattito non stia nella riposta, ma nel fatto stesso che ci poniamo simili questioni.
Nel XIV secolo gli equipaggi della Federazione sembrano essere vincolati da un principio relativista quale quello della “Prima direttiva”. Però ad una più attenta osservazione, quando viene citata la Prima Direttiva in Star Trek, sappiamo tutti bene che nel proseguio della puntata questa “direttiva” sarà sicuramente violata! Allora qual è il valore che la Prima Direttiva assume in Star Trek? Forse proprio la necessità di doverla violare ogni tanto, per principi non scritti più importanti. Continua a leggere

L’etica di Star Trek (parte 7) – Valentina Piattelli

Delle volte, Star Trek stesso non riesce ad essere all’altezza o coerente con le sue stesse basi etiche. Personalmente, ho notato che questo è accaduto più frequentemente da quando è mancato Gene Roddenberry.
Quest’ultimo capitolo del saggio (seguirà un’appendice), cita come esempio lampante un episodio del film Primo Contatto, diretto da Jonathan Frakes su soggetto di Rick Berman, Brannon Braga e Ronald D. Moore.

Capitoli precedenti:

  1. Star Trek è cultura? Una cultura pluralista e policentrica. La ricerca come valore fondante e rispetto per il futuro.
  2. La Prima Direttiva
  3. Significati profondi della Kobayashi Maru.
  4. La società di Star Trek: la via della semplicità.
  5. La Flotta Stellare: un modello autoritario in una società libertaria.
  6. Violenza e non violenza in Star Trek.

Quando Star Trek non è all’altezza dei suoi principi: i rapporti con i Borg

“La Flotta Stellare non è un’organizzazione che rinnega
i suoi principi quando questi non le fanno comodo!”
- Picard “La Misura di un Uomo”, TNG

borg.jpgI Borg sono forse il nemico più temibile che la Federazione abbia mai dovuto affrontare. Questo però non giustifica che nei loro confronti venga meno il rispetto dei principi fondanti della Federazione. Mi riferisco all’uccisione da parte di Picard della regina Borg moribonda in “Primo Contatto”. Vedendo quella scena al cinema, rimasi colpita per la non chalance con cui tutto ciò avveniva: Picard vede che la regina giace al suolo, ferita probabilmente in modo mortale, e cosa fa? Le si avvicina e le stronca la colonna vertebrale!

Probabilmente ciò è dovuto al fatto che è un film, e i film sono sempre più ‘spettacolari’ (e si sa la violenza negli USA è considerata spettacolare). L’atto forse è più consono al personaggio indurito dall’esperienza con i Borg. Ciò non toglie che tale atto vada contro i più elementari principi di Star Trek.

La regina dei Borg era sconfitta, disarmata e ferita. Fin dai tempi della Convenzione di Ginevra i combattenti feriti e disarmati sono considerati al pari dei civili, e non possono essere uccisi. Picard inoltre ha violato l’Ordine Generale Numero 2 e l’Ordine Generale Numero 8, che impongono di preservare la vita e di porre attenzione per evitare perdite non necessarie.

Picard ha insomma ucciso in modo deliberato e arbitrario un essere senziente senza che ve ne fosse alcuna necessità, contravvenendo all’ordine supremo, allo spirito stesso della Federazione e della Flotta astrale: l’ordine di preservare la vita.
Il gesto di Picard è umanamente comprensibile, data la sua esperienza personale con i Borg, ma sarebbe stato più realistico se qualcuno almeno avesse notato che comunque era stato commesso un abuso. Pensate alla differenza con la puntata “Io Borg” (TNG), e agli scrupoli che i vari membri dell’equipaggio si fanno fino a decidere di rinunciare ad usare Tug come un’arma di distruzione contro i Borg.

Quando Star Trek fa una deroga ai suoi principi per essere spettacolare, riesce forse a raggiungere un pubblico più vasto, ma a quale prezzo? Vale la pena rinnegare anni di insegnamenti etici di così alto livello per raggiungere uno scopo che forse si poteva ottenere lo stesso con altri mezzi?

(Continua…)