Neuroni specchio ed attivismo (including: Le ragioni dei vegani, di Massimo Filippi)

Continuo il discorso iniziato tempo fa su di un nuovo articolo, in modo da evitare di rendere troppo lungo e pesante il precedente.

Qualche minuto fa mi sono imbattuto in un testo scritto dal neuroscienziato Massimo Filippi, che aggiunge qualche nuovo aspetto al discorso che avevo iniziato.

Nel testo, c’è stata una cosa in particolare che mi ha fatto pensare, e mi piacerebbe che altri animalisti, vegani e vegetariani vi riflettessero.

L’unità animale di capacità motoria, percezione e sentimento trova riscontro anche nella recente scoperta dei “neuroni specchio”, neuroni che hanno la  peculiarità di attivarsi sia quando si compie un’azione, sia quando si osserva un’azione compiuta da  un altro. Tali neuroni permettono di creare un copia motoria della percezione visiva dell’azione  altrui, permettendo così a soggetti interagenti di costruire una rappresentazione comune delle azioni proprie e di quelle degli altri, rappresentazione che è alla base dell’interazione sociale e dell’empatia.

Vedo moltissimi attivisti concentrarsi principalmente sull’attività di mostrare il lato negativo del cibarsi di carne, della crudeltà delle sperimentazioni e degli allevamenti intensivi, spesso mostrando video o testi che descrivono in modo dettagliato tutto l’orrore che accade.

Penso che sia giusto informare le persone e metterle al corrente di tutto ciò che volontariamente viene loro nascosto e che, dopotutto, preferiscono non vedere per evitare il rischio di subire uno shock morale.

Quando viene mostrata la crudeltà e la violenza, l’osservatore prova empatia verso i soggetti coinvolti e quindi è portato a sentire quello che pensa che la vittima sentirebbe. Tuttavia, l’attività di informazione non si può limitare a questo. Come ho accennato in un mio precedente articolo riguardo alla macellazione halal della Coop, quando un soggetto viene a contatto con questo genere di critiche, è portato a mettersi alla difesa delle proprie radicate convinzioni e, se anche queste convinzioni vacillassero, la mancanza di conoscenza approfondita di un’alternativa, lo porterebbe a ritornare, pur sentendosi in colpa, alle vecchie abitudini.

Diventa fondamentale mostrare queste alternative e trasformarsi in esempi viventi della rivoluzione che si vuole portare. Il poeta e filosofo anarchico Bruno Misefari diceva “Prima di pensare di rivoluzionare le masse, bisogna essere sicuri di aver rivoluzionato noi stessi.”, Gandhi “Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo”. È necessario fare in modo che quegli straordinari neuroni specchio, vengano eccitati dal nostro modo di essere, che venga stimolata l’empatia e l’imitazione. Ancora più di far provare alle persone l’empatia con l’animale vittima di maltrattamento, tortura o uccisione, è importante che sentano cosa si prova ad essere vegetariani e vegani, che si senta la serenità e la leggerezza, che la coerenza della nostra scelta porta con se. Come potremmo pretendere che ci capiscano, se non facciamo il possibile perché provino cosa significa essere noi? Questa è una cosa che deve essere fatta con l’azione, non solo con un testo ben scritto o delle belle parole.

Ad un’impressione superficiale, forse, sembrerà meno efficace, perché meno d’impatto e forse un po’ troppo nonviolenta. Ma le rivoluzioni non possono venire imposte né forzate: esse avvengono quanto tutti sentono di volerle. Perché ciò accada, è necessario informare e mostrare. Essere esempi di quello che potrebbe diventare il mondo futuro.

Penso di aver scritto abbastanza. Ecco il testo di Massimo Filippi.

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Che cosa si prova a essere un pipistrello? (riflessioni) – Douglas R. Hofstadter

douglas-hofstadter---the-minds-i---book-cover.jpgTesto di riferimento: prima parte
Mi spiace di averci messo così tanto a trascriverlo per intero, ma il testo era parecchio lungo ed impegnativo. :-)
Per farmi perdonare (da quelle due tre persone al mondo che seguono questi sproloqui filosofici), trascrivo in un sol botto, tutte e sei le pagine delle riflessioni sul brano, ad opera di Douglas Hofstadter.
Dopo aver letto il testo di Thomas Nagel, averlo trovato plausibile, condiviso i suoi ragionamenti, leggete le riflessioni di Douglas Hofstadter, mentre analizza il testo di Nagel e lo disseziona. ;-)


Riflessioni

He does all the things that you
[would never do;
He loves me, too –
His love is true.
Why can’t he be you?
1
Hank Cochran, ca. 1955

Twinkle, twinkle, little bat,
How I wonder what you’re at,
Up above the world you fly,
Like a tea-tray in the sky.
2
Lewis Carrol, ca. 1865

C’è un famoso rompicapo che viene posto nei corsi di matematica e di fisica: “Perché lo specchio scambia la destra e la sinistra, ma non l’alto e il basso?”. Esso costringe molti a una pausa di riflessione; chi non vuole sentirsi dire subito la risposta, salti i due capoversi che seguono.
La risposta è imperniata su quello che noi consideriamo un modo giusto di proiettare noi stessi sulle nostre immagini riflesse. La nostra prima impressione è che avanzando di qualche passo e poi girandoci sui tacchi, potremmo metterci al posto di “quella persona” là dentro lo specchio, dimenticandoci però che il cuore, l’appendice, eccetera, di “quella persona” sono dalla parte sbagliata. L’emisfero cerebrale che presiede al linguaggio non è, con ogni probabilità, dalla parte dove sta di solito. Da un punto di vista anatomico generale, tale immagine è in realtà una non-persona; a livello microscopico poi la situazione è ancora peggiore: le eliche delle molecole di DNA girano alla rovescia e la “persona” dello specchio non potrebbe accoppiarsi con una persona normale più di quanto potrebbe farlo un’anosrep!
Un momento, però: possiamo tenere il cuore dal lato giusto se, invece di girarci, ci mettiamo a testa in giù (per esempio, ruotando su una sbarra orizzontale posta all’altezza della vita). Ora il nostro cuore è dalla stessa parte di quello della persona dello specchio, ma i piedi e la testa sono nella posizione sbagliata, e lo stomaco, benché più o meno all’altezza giusta, è capovolto. Pare dunque che si possa considerare lo specchio come un dispositivo che scambia l’alto e il basso purché noi siamo disposti e proiettarci su una creatura che ha i piedi in alto e la testa in basso. Tutto dipende da come ci si vuole proiettare su un’altra entità. Si può scegliere tra una piroetta intorno a una sbarra orizzontale e una piroetta intorno a una sbarra verticale, tra avere il cuore nella posizione giusta e la testa e i piedi scambiati, e avere a posto la testa e i piedi ma non il cuore. Il fatto è semplicemente che, a causa della simmetria verticale esterna del corpo umano, una piroetta intorno a una sbarra verticale fornisce una corrispondenza fra noi e l’immagine in apparenza più plausibile. Ma agli specchi in realtà non importa in che modo noi interpretiamo ciò che essi fanno. E in realtà ciò che essi scambiano sono solo il davanti e il di dietro!
C’è qualcosa di molto ingannevole in questo concetto di proiezione, corrispondenza, identificazione, empatia o comunque lo si voglia chiamare. È un tratto umano fondamentale, al quale in pratica non si può resistere, eppure esso ci può condurre per sentieri concettuali molto strani. Il rompicapo appena visto ci mostra i pericoli di un’autoproiezione troppo facile, e il ritornello della canzonetta citato in epigrafe ci ricorda con maggior forza che è vano prendere troppo sul serio questa proiezione. Eppure non possiamo farne a meno, andiamo fino in fondo e abbandoniamoci a un’orgia di stravaganti variazioni sul tema proposto da Nagel col suo titolo. Continua a leggere

Che cosa si prova a essere un pipistrello? (ultima parte) – Thomas Nagel

page2_blog_entry691_1.jpgSeguito della quinta parte.

Inizia da: prima parte

Donald Davidson ha sostenuto che gli eventi mentali, se hanno cause ed effetti fisici, devono possedere una descrizione fisica. Egli ritiene che abbiamo motivo di crederlo anche se non possediamo – anzi, anche se nonpotessimo possedere – una teoria psicofisica generale.1 Il suo ragionamento è riferito agli eventi mentali intenzionali, ma io penso che abbiamo anche motivo di credere che le sensazioni sono processi fisici, pur senza essere in grado di capire come. La posizione di Davidson è che certi eventi fisici hanno proprietà mentali irriducibili, e forse una concezione che si possa formulare in questi termini è giusta. Ma nulla di cui oggi ci possiamo formare un concetto corrisponde a essa; e non abbiamo neppure alcuna idea di come sarebbe una reoria che ci sonsentisse di concepire una cosa del genere.2
Pochissimi sforzi sono stati dedicati al problema fondamentale (a proposito del quale non è assolutamente necessario parlare di cervello) se si possa attribuire significato all’ipotesi che le esperienze soggettive abbiano un qualche carattere oggettivo. In altre parole, ha senso che io mi chieda come sono realmente le mie esperienze, rispetto a come mi appaiono? Non ci è possibile avere una comprensione autentica dell’ipotesi che la loro natura possa essere rispecchiata in una descrizione fisica, se non comprendiamo l’idea più fondamentale che esse hanno una natura oggettiva (o che i processi oggettivi possono avere una natura soggettiva).3
Vorrei concludere con una proposta speculativa. Può darsi che ci si possa accostare al divario tra soggettivo e oggettivo da un’altra direzione. Mettendo da parte per il momento il rapporto tra mente e cervello, possiamo cercare di raggiungere una comprensione più oggettiva del mentale di per sé. Al momento non abbiamo alcuno strumento per riflettere sul carattere soggettivo dell’esperienza senza ricorrere all’immaginazione, cioè senza assumere il punto di vista del soggetto dell’esperienza. Questo ci dovrebbe spingere a costruire concetti nuovi e a inventare un metodo nuovo, una fenomenologia oggettiva che non dipendesse dall’empatia o dall’immaginazione. Anche se presumibilmente essa non potrebbe dar conto di tutto, il suo scopo sarebbe quello di descrivere, almeno in parte, il carattere soggettivo delle esperienze in una forma che fosse comprensibile a essere incapaci di avere quelle esperienze.
Dovremmo elaborare una fenomenologia siffatta per descrivere le esperienze sonar dei pipistrelli, ma si potrebbe anche cominciare dagli uomini: si potrebbe, per esempio, cercare di foggiare concetti che servano a spiegare a un cieco nato che cosa si prova a vedere. Prima o poi ci si troverebbe di fronte a un muro, ma dovrebbe essere possibile escogitare un metodo per esprimere in termini oggettivi molto più di quanto non possiamo esprimere oggi, e con una precisione molto maggiore. Le vaghe analogie intermodali (per esempio: “il rosso è come uno squillo di tromba”) che pullulano nelle discussioni su questo argomento servono a poco. Ciò dovrebbe essere chiaro a chiunque abbia udito una tromba e visto il rosso. Ma gli aspetti strutturali della percezione potrebbero essere più accessibili a una descrizione oggettiva, anche se qualche cosa ne verrebbe lasciato fuori. E concetti diversi da quelli che noi apprendiamo in prima persona ci possono consentire di arrivare a un tipo di comprensione anche della nostra stessa esperienza che ci è impedito proprio da quella facilità di descrizione e da quell’assenza di distanza che consentono i concetti soggettivi.
A parte il suo interesse intrinseco, una fenomenologia che fosse oggettiva in questo senso consentirebbe di dare una forma più intelligibile alle domande a proposito della base fisica4dell’esperienza. Gli aspetti dell’esperienza soggettiva che ammettessero questo genere di descrizione oggettiva potrebbero prestarsi meglio di altri a fornire spiegazioni oggettive di tipo più concreto. Ma indipendentemente dal fatto che questa congettura sia giusta o no, sembra improbabile che si possa formulare una qualunque teoria fisica della mente finché non si sarà riflettuto più a fondo sul problema generale della soggettività e dell’oggettività. Altrimenti non si potrà neppure porre il problema mente-corpo senza con ciò stesso eluderlo.

(Continua…)

1. Si veda Davidson (1970); io tuttavia non comprendo l’argomento contro le leggi psicofisiche.
2. Osservazioni analoghe valgono per Nagel (1965).
3. Tale questione è anche al centro del problema delle altre menti, il cui stretto legame con il problema mente-corpo viene spesso trascurato. Se riuscissimo a capire come l’esperienza soggettiva possa avere una natura oggettiva, capiremmo anche l’esistenza di soggetti diversi da noi.
4. Non ho definito il termine “fisico”. È chiaro che esso non si riferisce solo a ciò che può essere descritto dai concetti della fisica contemporanea, poiché ci attendiamo sviluppi ulteriori. Alcuni possono ritenere che non ci sia nulla che impedisca di riconoscere prima o poi una natura fisica indipendente ai fenomeni mentali. Ma il fisico, qualunque altra cosa si possa dire su di esso deve comunque rimanere oggettivo. Quindi, se la nostra concezione di fisico si estenderà un giorno fino a comprendere i fenomeni mentali, dovrà ascrivere loro un carattere oggettivo, indipendentemente dal fatto che ciò avvenga o no mediante una loro analisi in termini di altri fenomeni già considerati come fisici. A me tuttavia sembra più probabile che i rapporti tra mentale e fisico finiranno per essere espressi da una teoria i cui termini fondamentali non potranno essere situati nettamente in nessuna delle due categorie.

Che cosa si prova a essere un pipistrello? (quinta parte) – Thomas Nagel

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Point of view di mOsk

Seguito della quarta parte.

È possibile seguire questa via poiché, sebbene i concetti e le idee da noi impiegati nel riflettere sul mondo esterno provengano all’inizio da un punto di vista che coinvolge il nostro apparato percettivo, essi vengono da noi usati per riferirci a cose che stanno al di là di essi e nei confronti delle quali noi possediamo un punto di vista fenomenico. Possiamo perciò abbandonare un punto di vista in favore di un altro, pur continuando a riflettere sulle stesse cose.

L’esperienza soggettiva, tuttavia, non sembra rientrare in questo schema. Con essa l’idea di muovere dalle apparenze alla realtà non sembra avere senso. Che cosa corrisponde in questo senso alla ricerca di una comprensione più oggettiva degli stessi fenomeni, abbandonando il punto di vista soggettivo inizialmente adottato nei loro confronti in favore di un altro più oggettivo ma che riguarda la stessa cosa? Certamente appare improbabile che possiamo avvicinarci alla natura reale dell’esperienza umana abbandonando la particolarità del nostro punto di vista umano e sforzandoci di giungere a una descrizione accessibile a esseri incapaci di immaginare che cosa si provi a essere noi. Se il carattere soggettivo dell’esperienza si può comprendere compiutamente da un solo punto di vista, allora nessuno spostamento verso una maggiore oggettività, cioè nessun distacco da un punto di vista specifico, ci porterà più vicini alla natura reale del fenomeno: anzi ce ne allontanerà.
In un certo senso i germi di questa obiezioni alla riducibilità dell’esperienza si possono già riscontrare in certi casi riusciti di riduzione; infatti nello scoprire che il suono è in realtà un fenomeno ondulatorio che avviene nell’aria o in altri mezzi, noi abbandoniamo un punto di vista per assumerne un altro, e il punto di vista uditivo, umano o animale, che abbandoniamo non viene ridotto. Due individui appartenenti a specie radicalmente diverse possono capire entrambi gli stessi eventi fisici in termini oggettivi, senza per questo dover capire le forme fenomeniche sotto le quali quegli eventi appaiono ai sensi degli appartenenti all’altra specie. Perciò il loro riferirsi a una realtà comune ha come condizione che i loro punti di vista più particolari non facciano parte della realtà comune che entrambi colgono. La riduzione può riuscire solo se il punto di vista proprio della specie viene eliminato da ciò che si deve ridurre. Continua a leggere

Che cosa si prova a essere un pipistrello? (quarta parte) – Thomas Nagel

Seguito della terza parte.

page2_blog_entry647_1Non mi riferisco qui alla supposta privatezza dell’esperienza per chi la compie; il punto di vista in questione non è un punto di vista accessibile a un unico individuo: è piuttosto un tipo. È spesso possibile assumere un punto di vista diverso dal proprio, sicché la comprensione di tali fatti non è limitata al proprio caso particolare. Vi è un senso in cui i fatti fenomenologici sono perfettamente oggettivi: una persona può sapere o dire quale sia la qualità dell’esperienza di un’altra persona. Essi sono soggettivi, tuttavia, nel senso che anche questa ascrizione oggettiva dell’esperienza è possibile solo a qualcuno che sia abbastanza simile all’oggetto dell’ascrizione da essere in grado di adottare il suo punto di vista, cioè di comprendere l’ascrizione in prima persona, per così dire, oltre che in terza persona. Quanto più l’altro, il soggetto dell’esperienza, è diverso da noi, tanto più difficile sarà, presumibilmente, riuscire in questa impresa. Nel caso di noi stessi, noi occupiamo il punto di vista in questione, ma se ci accostassimo alla nostra esperienza da un altro punto di vista, incontreremmo, per comprenderla nel modo giusto, la stessa difficoltà che incontreremmo se tentassimo di comprendere l’esperienza di un’altra specie senza adottare il suo punto di vista.1
Ciò tocca direttamente il problema mente-corpo, poiché se i fatti dell’esperienza soggettiva – i fatti riguardanti il provare ciò che prova l’organismo che ha l’esperienza – sono accessibili da un unico punto di vista, allora è un mistero come il vero carattere fisico delle esperienze soggettive può essere rivelato nel funzionamento fisico di quell’organismo. Quest’ultimo è un campo di fatti oggettivi per eccellenza, fatti che possono essere osservati e capiti da molti punti di vista e da individui dotati di sistemi di percezione differenti. Non esistono barriere immaginative analoghe che si oppongano all’acquisizione di conoscenze sulla neurofisiologia dei pipistrelli da parte di scienziati umani, e viceversa pipistrelli o marziani intelligenti potrebbero imparare sul cervello umano più di quanto potremo mai imparare noi.

Questo non è di per se stesso un argomento contro la riduzione. Uno scienziato marziano che non capisce la percezione visiva, potrebbe capire l’arcobaleno o il fulmine o le nubi come fenomeni fisici, anche se non sarebbe mai in grado di capire i concetti umani dell’arcobaleno, del fulmine o della nube, o il posto che queste cose occupano nel nostro mondo fenomenico. La natura oggettiva delle cose espresse da questi concetti potrebbe essere da lui colta perché, mentre i concetti sono legati a un punto di vista particolare e a una particolare fenomenologia visiva, le cose colte da quel punto di vista non lo sono: esse sono osservabili da quel punto di vista, ma sono esterne a esso; possono quindi essere capite anche da punti di vista diversi, sia da parte degli stessi organismi sia da parte di altri. Il fulmine ha un carattere oggettivo che non si esaurisce nella sua manifestazione visiva, e può essere studiato da un marziano privo della vista. Per essere precisi: esso ha un carattere più oggettivo di quanto non si riveli nella sua manifestazione visiva. Parlando del passaggio dalla caratterizzazione soggettiva a quella oggettiva, desidero non pronunciarmi sull’esistenza o meno di un punto terminale, di una natura intrinseca compiutamente oggettiva della cosa, raggiungibile o no. Forse è più corretto concepire l’oggettività come una direzione in cui può viaggiare il comprendere. E per comprendere un fenomeno come il fulmine è legittimo allontanarsi quanto più possibile da un punto di vista strettamente umano.2

Nel caso dell’esperienza soggettiva, viceversa, il legame con un punto di vista particolare sembra molto più stretto. È difficile capire che cosa si potrebbe intendere per carattere oggettivo di un’esperienza soggettiva, a parte il modo in cui la coglie, dal suo particolare punto di vista, il soggetto che la coglie. Dopotutto, che cosa resterebbe di ciò che si prova ad essere un pipistrello se si eliminasse il punto di vista del pipistrello? Ma se l’esperienza soggettiva non ha, in aggiunta al proprio carattere soggettivo, una natura oggettiva che possa essere colta da molti punti di vista diversi, come si può supporre che un marziano investighi il mio cervello possa osservare dei processi fisici che sono i miei processi mentali (così come potrebbe osservare dei processi fisici che sono i fulmini), ma da un punto di vista diverso? E come, anzi, potrebbe osservarli da un altro punto di vista un fisiologo umano?3

A quanto pare ci troviamo di fronte a una difficoltà di carattere generale a proposito della riduzione psicofisica. In altri campi il processo di riduzione porta nella direzione di una maggiore oggettività, porta verso una visione più precisa della reale natura delle cose. Ciò viene ottenuto mediante la riduzione della nostra dipendenza da punti di vista specifici dell’individuo o della specie nei confronti dell’oggetto d’indagine: noi lo descriviamo non nei termini delle impressioni che esso procura ai nostri sensi, bensì nei termini dei suoi effetti più generali e a proprietà rilevabili con mezzi diversi dai sensi dell’uomo. Quanto meno la nostra descrizione dipende da un punto di vista specificamente umano, tanto più essa è oggettiva.

(Continua…)

1. Superare le barriere interspecifiche con l’ausilio dell’immaginazione è forse più facile di quanto non si creda. Per esempio, i ciechi sono capaci di rivelare oggetti vicini mediante una specie di sonar, schioccando la lingua o battendo un bastone. Forse, sapendo che cosa si prova in questi casi, si potrebbe per estensione immaginare grossomodo che cosa si proverebbe a usare il sonar tanto più raffinato di un pipistrello. La distanza fra un individuo e le altre persone o le altre specie può cadere in un punto qualunque di un continuo. Anche nel caso di altre persone la comprensione di che cosa si prova a essere loro è solo parziale e quando si passa a specie molto diverse da noi ci può essere ancora un comprensione parziale, sia pure minore. L’immaginazione è assai flessibile. Ciò che voglio dire, tuttavia, non è che noi non possiamo sapere che cosa si provi a essere un pipistrello. Non sto sollevando questo problema epistemologico: ciò che voglio dire è che anche solo per formarsi un idea di ciò che si prova a essere un pipistrello (e a fortiori per sapere che cosa si prova a essere un pipistrello) si deve assumere il punto di vista del pipistrello. Se si riesce ad assumerlo in modo approssimativo o parziale, anche l’idea conseguente sarà approssimativa o parziale. Almeno così sembra nello stato in cui ora comprendiamo questo problema.
2. Il problema che sto per sollevare può quindi essere posto anche se la distinzione tra descrizioni o punti di vista più soggettivi o più oggettivi può essere fatta a sua volta solo entro un più ampio punto di vista umano. Io non accetto questo genere di relativismo concettuale, ma non è necessario respingerlo per giungere alla conclusione che la riduzione psicofisica non può trovar luogo nell’ambito del modello dal-soggettivo-all’oggettivo che ci è familiare da altri casi.
3. Il problema non è solo che quando guardo La Gioconda la mia esperienza visiva ha una certa qualità della quale nessuna traccia potrà essere trovata da chi guardi dentro il mio cervello. Infatti, anche se costui vi vedesse una figuretta della Gioconda, non avrebbe alcun motivo per identificarla con la mia esperienza.