L’etica di Star Trek (Partick Stewart) – Valentina Piattelli

Con questo discorso di Patrick Stewart al Panoma College, si conclude il bellissimo saggio di Valentina Piattelli sull’etica di Star Trek.
Gli argomenti sono il progresso e la pena di morte.

Capitoli precedenti:

  1. Star Trek è cultura? Una cultura pluralista e policentrica. La ricerca come valore fondante e rispetto per il futuro.
  2. La Prima Direttiva
  3. Significati profondi della Kobayashi Maru.
  4. La società di Star Trek: la via della semplicità.
  5. La Flotta Stellare: un modello autoritario in una società libertaria.
  6. Violenza e non violenza in Star Trek.
  7. Quando Star Trek non è all’altezza dei suoi principi: i rapporti con i Borg
  8. Appendice: Relativismo Trek

Patrick Stewart sul progresso e la pena di morte.

Estratti del discorso che Patrick Stewart ha tenuto il 14 maggio 1995 al Pomona College, in occasione del conferimento del titolo di ‘dottore in Letteratura’ Honoris Causas.

ps-bw002810029-2“Preside Stanley, onorevoli professori e assistenti, colleghi dottorati, signore e signori, ragazzi e ragazze [risate], e laureati della classe. Con questo non voglio dire che non siate ‘signore e signori’, e neanche che non siate ‘ragazzi e ragazze’. Ecco, prima che l’emozione e l’agitazione per questo evento abbiano la meglio su di me, e come Calibano nel “La Tempesta”, mi scordi quello che voglio dire e finisca con il balbettare, devo dire alcune parole specificatamente e direttamente a tutti voi che vi laureate, perché siete stati voi a proporre di invitarmi qui oggi. E mi rendo conto solo oggi che questo è stato il risultato di un’attiva campagna di raccolta firme. [...] Mi state dando – veramente – un giorno da ricordare, e un onore del quale sarò sempre fiero. Claremont e il Pomona College avranno sempre un posto nel mio cuore.
E adesso, data la solennità dell’occasione, devo essere onesto. Ho una confessione da fare. [...] Questa è soltanto la mia seconda cerimonia di laurea, e quando dico ‘mia’, non intendo dire ‘mia’, perché in realtà questa è l’unica di cui io sia stato il protagonista. E per quelli fra voi che in questo momento sono stupiti, lasciatemi ricordare che non sono mai stato all’Accademia della Flotta Stellare, che non mi sono mai seduto sotto l’olmo di Boothby, e non saprei riconoscere il continuum spazio-temporale o la velocità Warp se me le trovassi nel letto [risate].
La mia prima cerimonia di laurea è stata quando mio figlio si è laureato tre anni fa. [...] Mio figlio, come simbolo della trasformazione da alunno inglese in giacchetta a laureato californiano, si era vestito con una maglietta hawaiana e bermuda. [...].
È stato un giorno memorabile nella mia famiglia quando Daniel si è laureato. “Maestro d’Arte”, è il primo membro della famiglia a ricevere un laurea. È stato per me così significativo come lo sarebbe, in altre circostanze, se fosse il stato il primo a imparare a leggere e scrivere. Ero terribilmente orgoglioso e un po’ in soggezione. E non vi meravigliate se vi racconto che io, suo padre, ho completato la mia educazione scolastica all’età di quindici anni e due giorni, l’età minima richiesta in Inghilterra per poter smettere di studiare. Senza saperlo, io ero già un progresso nello sviluppo intellettuale della mia famiglia.
Anni dopo, quando ho cominciato ad interessarmi di genealogia e a cercare notizie dei miei antenati, ho scoperto all’anagrafe [...], il certificato di matrimonio dei miei bisnonni, e nella casella dove mia bisnonna Elizabeth Mountain doveva mettere la sua firma, c’era una croce, una X. Elizabeth Mountain era analfabeta e non sapeva fare neanche la propria firma. Sullo stesso documento c’era scritto il suo mestiere: ‘lavoratrice domestica’. Ah si, posso già sentire i mormori alle mie spalle [riferendosi ai professori seduti dietro di lui]. Che storia è questa? Stiamo forse premiando una persona non qualificata? Forse non se lo merita? Be’, in realtà avete ragione [Risate]. Conferendomi questo onore unico, mi state convincendo del fatto che io sono un minuscolo dettaglio nel progresso della civiltà. E lo siete anche voi.
Ma per voi è importante quello che farete da questo momento in avanti; sarà questo che farà progredire la nostra civiltà ancora, oppure, ignorando la maggior parte dei successi che abbiamo raggiunto, le farà iniziare la retrocessione. Ed è qui che io comincio a non sentirmi più a mio agio. Sono un attore. Sono una persona che di lavoro intrattiene le altre e voi mi avete invitato qui come intrattenitore in un’occasione che solo all’apparenza è il conferimento del laurea a Patrick Stewart. Io sono l’intrattenitore e voi il pubblico e c’è una certa aspettativa. Sbaglio forse? E se questa aspettativa non venisse soddisfatta, io, l’intrattenitore, comincerei ad accorgermene. Il pubblico spesso sottostima quanto noi, gli intrattenitori, ci accorgiamo di cosa accade in platea. [...]
Recentemente un mio amico recitava il dramma scozzese “Macbeth” in un teatro di provincia il Mercoledì e – quando arrivò la scena in cui Macbeth viene a sapere che la moglie è morta e comincia il suo discorso “Avrebbe dovuto morire più in là, domani, domani e domani” – ha sentito una voce dagli spalti dire: “vediamo, così si andrebbe avanti fino a Sabato” [risate]. Confesso che durante le prove de “La Tempesta” di Shakespeare per il festival di New York, meglio noto come Shakespeare al parco, qualcuno degli attori più esperti mi aveva preparato per le reazioni imprevedibili che la platea poteva avere. È meraviglioso provare Shakespeare di nuovo. Erano dieci anni che non lo facevo. Cimentarsi in tale opera mancando di una formale educazione scolastica, ha significato per me cominciare un nuovo tipo di scuola il giorno stesso in cui sono entrato a far parte della Royal Shakespeare Company e ciò è continuato per 15 anni, insegnandomi saggezza, poesia e dandomi una visione del mondo che è entrata a far parte della mia vita. Vedete “La Tempesta” è soprattutto, ma non solo, una commedia della vendetta. Prospero passa la maggior parte dei quattro atti usando tutto il suo intelletto, energia e poteri magici per arrivare al momento in cui i suoi nemici [...] sono alla fine in suo potere e alla sua mercé. [...] Ma a quel punto Prospero replica [...]: “La più rara azione sta nella virtù, non nella vendetta”.
Io ho vissuto e lavorato negli Stati Uniti per oltre 8 anni. Questo paese mi ha cambiato in molti modi. Ha trasformato la mia carriera, mi ha dato la sicurezza materiale, mi ha reso più sano, e penso migliore. Ma forse, ed è la cosa più importante, mi ha fatto divertire e ridere più che in tutti e 45 gli anni precedenti. [...] Io amo questo paese, gli Stati Uniti, e il suo popolo. Siete ammirevoli, ottimisti e suscettibili, divertenti e furiosi. E certe volte, per un europeo, sembrato così insicuri e abbastanza … persi.
“La più rara azione sta nella virtù, non nella vendetta” e qui negli Stati Uniti durante questi ultimi 20 anni, non c’è mai stato un momento in cui i principi non abbiano avuto bisogno di essere proclamati di nuovo e di nuovo, finché c’è di mezzo un certo argomento. È una questione fondamentale con al quale le future generazioni ci giudicheranno come una società civile: il nostro rispetto per la sacralità della vita umana. Insieme con la povertà, la salute, l’educazione, le pari opportunità, l’ambiente e la tutela della legge per tutti, è l’esistenza o meno di esecuzioni capitali da parte dello stato che indicherà nel modo più evidente le basi profonde della nostra responsabilità, della nostra evoluzione e compassione.
Nel 1976, quando in tutta Europa la pena di morte veniva abolita, gli Stati Uniti l’hanno ripristinata, e vi sono al momento 38 stati in cui avvengono esecuzioni in varie forme. 38 stati, fra cui la California, in cui i cittadini americani, uomini e donne, vengono legalmente gassati, folgorati, avvelenati, impiccati o fucilati. Negli ultimi 19 anni, 272 vite sono state terminate in questo paese con uno di questi metodi barbarici e grotteschi. 272 volte gli stati, nel nostro nome, si sono presi l’autorità non soltanto del giudice, ma anche l’autorità di Dio. E perché? Perché la pena capitale è giusta? Una vita per una vita? Allora dovremo stuprare gli stupratori, picchiare i mariti violenti, castrare i pedofili, tagliare le mani ai ladri. Anche quello sarebbe giusto. Perché è un deterrente? In tutto il paese, ogni tipo di statistica, ogni prova conferma che la pena capitale non è un deterrente. E ora, nello stato di New York, assistiamo all’incomprensibile reintroduzione della pena di morte, proprio quando negli ultimi anni vari reati capitali, fra cui gli omicidi, erano in continua diminuzione. Perché? Forse perché eccita l’idea di uccidere? È vero: se la materia fosse messa vi voti, se fosse fatto un referendum nazionale, la maggioranza sarebbe a favore della pena capitale. Eccita anche noi questo? C’è forse un desiderio primitivo di annusare il sangue? Forse si. Ma se diamo seguito a questo desiderio animalesco, chi finiamo con l’essere e dove finiremo con l’andare? Certamente non verso il futuro. Se la vita umana è sacra, è sacra sempre. Non ci sono eccezioni o clausole. Non ci sono se o ma. Non ci sono casi speciali. Quando tutte le vite umane saranno sacre, cominceremo a capire e a rispettare veramente il suo valore, perché allora capiremo che non possiamo nasconderci dietro i voti, dietro i nostri ambiti istituzionali e chiedere agli altri, ai gassatori, ai folgoratori, agli avvelenatori, ai boia, di uccidere in nostro nome. Noi li degradiamo usandoli e siamo degradati dalle loro azioni, e il circolo della violenza continua ininterrotto. [applausi]
Ci sono altri argomenti. Innocenti a volte vengono uccisi, almeno 23 volte in questo secolo, e 40 altri sono stati rilasciati dal braccio della morte. Il costo: la pena di morte costa novanta milioni di dollari l’anno, oltre al costo ordinario del sistema giudiziario. Nel Texas, ogni caso di pena di morte costa in media 2,3 milioni di dollari, circa tre volte il costo di un detenuto in cella di altissima sicurezza per quaranta anni. A livello nazionale, a queste cifre va aggiunto il costo extra di mezzo bilione di dollari fin dal 1976. E poi c’è la questione delle esecuzioni pasticciate, troppe e troppo orribili per parlarne, ma che senza dubbio sono un reato costituendo una punizione crudele.

Circa un mese fa, una persona della vostra facoltà suggeriva che io potessi prendere come spunto per questo discorso le parole del Capitano Jean-Luc Picard nel recente film “Generazioni” riguardo a come fare la differenza nel mondo in cui viviamo. Il giorno dopo una bomba è esplosa a Oklahoma City. La domenica successiva, quando il paese era ancora scioccato per l’orrore incomprensibile di tale atto, il Presidente Clinton, durante una cerimonia di lutto nazionale, ha condannato la barbarie e la crudeltà dell’uccidere vite innocenti e ha promesso al contempo che i responsabili di tale crudeltà sarebbero stati catturati e che sarebbe stata richiesta la pena capitale. E nel sentire queste parole, un grido è nato nel mio petto: “No! Basta! Signor presidente, superi tutto questo!”. Da qualche parte bisogna stabilire un confine, ma non fra la vita e la morte. La funzione del leader è quella di guidare, guidare verso il futuro, non verso il passato. So che ci sono molti fan di Star Trek qui. Alcuni di voi probabilmente conoscono la Prima Direttiva meglio di me. Anche se si tratta di una finzione, ritengo che sia un codice di condotta ammirevole per qualsiasi società. La Federazione dei Pianeti ha abolito la pena di morte. La visione di Gene Roddenberry del XXIV secolo non è soltanto utopistica. Può essere per noi come una indicazione, un progetto per come vorremmo vivere e per come dobbiamo vivere adesso. Domani voi comincerete la vostra vita, con un’educazione, una formazione, con esperienze e soprattutto facendo delle scelte. Fate la differenza! Vi ringrazio per avere invitato me e Wendy a condividere con voi questo giorno. Congratulazioni e buona fortuna.”

Patrick Stewart

P.S. Patrick Stewart è un attivista di Amnesty International

L’etica di Star Trek (Appendice) – Valentina Piattelli

Di Valentina Piattelli.

Capitoli precedenti:

  1. Star Trek è cultura? Una cultura pluralista e policentrica. La ricerca come valore fondante e rispetto per il futuro.
  2. La Prima Direttiva
  3. Significati profondi della Kobayashi Maru.
  4. La società di Star Trek: la via della semplicità.
  5. La Flotta Stellare: un modello autoritario in una società libertaria.
  6. Violenza e non violenza in Star Trek.
  7. Quando Star Trek non è all’altezza dei suoi principi: i rapporti con i Borg

Relativismo Trek

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Relative di Thomas Stark

(Tratto da un mio articolo pubblicato su “STIM – Star Trek Italia Magazine” in risposta all’articolo di Chiara Salvioni, “Il trekker relativista”).

Il dibattito sul relativismo culturale può essere fatto risalire alla filosofia greca ed ha sempre affascinato filosofi e antropologi, che in tutti questi secoli non hanno – per fortuna! – trovato una risposta univoca. Dico “fortunatamente” perché non penso che esista una riposta univoca, ma che piuttosto il valore del dibattito non stia nella riposta, ma nel fatto stesso che ci poniamo simili questioni.
Nel XIV secolo gli equipaggi della Federazione sembrano essere vincolati da un principio relativista quale quello della “Prima direttiva”. Però ad una più attenta osservazione, quando viene citata la Prima Direttiva in Star Trek, sappiamo tutti bene che nel proseguio della puntata questa “direttiva” sarà sicuramente violata! Allora qual è il valore che la Prima Direttiva assume in Star Trek? Forse proprio la necessità di doverla violare ogni tanto, per principi non scritti più importanti. Continua a leggere

L’etica di Star Trek (parte 7) – Valentina Piattelli

Delle volte, Star Trek stesso non riesce ad essere all’altezza o coerente con le sue stesse basi etiche. Personalmente, ho notato che questo è accaduto più frequentemente da quando è mancato Gene Roddenberry.
Quest’ultimo capitolo del saggio (seguirà un’appendice), cita come esempio lampante un episodio del film Primo Contatto, diretto da Jonathan Frakes su soggetto di Rick Berman, Brannon Braga e Ronald D. Moore.

Capitoli precedenti:

  1. Star Trek è cultura? Una cultura pluralista e policentrica. La ricerca come valore fondante e rispetto per il futuro.
  2. La Prima Direttiva
  3. Significati profondi della Kobayashi Maru.
  4. La società di Star Trek: la via della semplicità.
  5. La Flotta Stellare: un modello autoritario in una società libertaria.
  6. Violenza e non violenza in Star Trek.

Quando Star Trek non è all’altezza dei suoi principi: i rapporti con i Borg

“La Flotta Stellare non è un’organizzazione che rinnega
i suoi principi quando questi non le fanno comodo!”
- Picard “La Misura di un Uomo”, TNG

borg.jpgI Borg sono forse il nemico più temibile che la Federazione abbia mai dovuto affrontare. Questo però non giustifica che nei loro confronti venga meno il rispetto dei principi fondanti della Federazione. Mi riferisco all’uccisione da parte di Picard della regina Borg moribonda in “Primo Contatto”. Vedendo quella scena al cinema, rimasi colpita per la non chalance con cui tutto ciò avveniva: Picard vede che la regina giace al suolo, ferita probabilmente in modo mortale, e cosa fa? Le si avvicina e le stronca la colonna vertebrale!

Probabilmente ciò è dovuto al fatto che è un film, e i film sono sempre più ‘spettacolari’ (e si sa la violenza negli USA è considerata spettacolare). L’atto forse è più consono al personaggio indurito dall’esperienza con i Borg. Ciò non toglie che tale atto vada contro i più elementari principi di Star Trek.

La regina dei Borg era sconfitta, disarmata e ferita. Fin dai tempi della Convenzione di Ginevra i combattenti feriti e disarmati sono considerati al pari dei civili, e non possono essere uccisi. Picard inoltre ha violato l’Ordine Generale Numero 2 e l’Ordine Generale Numero 8, che impongono di preservare la vita e di porre attenzione per evitare perdite non necessarie.

Picard ha insomma ucciso in modo deliberato e arbitrario un essere senziente senza che ve ne fosse alcuna necessità, contravvenendo all’ordine supremo, allo spirito stesso della Federazione e della Flotta astrale: l’ordine di preservare la vita.
Il gesto di Picard è umanamente comprensibile, data la sua esperienza personale con i Borg, ma sarebbe stato più realistico se qualcuno almeno avesse notato che comunque era stato commesso un abuso. Pensate alla differenza con la puntata “Io Borg” (TNG), e agli scrupoli che i vari membri dell’equipaggio si fanno fino a decidere di rinunciare ad usare Tug come un’arma di distruzione contro i Borg.

Quando Star Trek fa una deroga ai suoi principi per essere spettacolare, riesce forse a raggiungere un pubblico più vasto, ma a quale prezzo? Vale la pena rinnegare anni di insegnamenti etici di così alto livello per raggiungere uno scopo che forse si poteva ottenere lo stesso con altri mezzi?

(Continua…)

L’etica di Star Trek (parte 6) – Valentina Piattelli

Penultima parte del saggio di Valentina Piattelli sull’etica e la filosofia di Star Trek. (Seguiranno alcune appendici.)

Capitoli precedenti:

  1. Star Trek è cultura? Una cultura pluralista e policentrica. La ricerca come valore fondante e rispetto per il futuro.
  2. La Prima Direttiva
  3. Significati profondi della Kobayashi Maru.
  4. La società di Star Trek: la via della semplicità.
  5. La Flotta Stellare: un modello autoritario in una società libertaria.

Violenza e non violenza in Star Trek.

“Io sono disposto a morire per la libertà.
E nella migliore tradizione della sua civiltà,
sono disposto anche ad uccidere per questo”
– Finn ne “I terroristi di Rutia”, TNG

kirkshrt.jpg.jpgQuale flotta può mai dedicare una delle sue navi più importanti alla persona che ha teorizzato per primo la non violenza, e cioè Gandhi? Soltanto una Flotta che accetti fra i suoi principi anche la non violenza.

L’Ahimsa di Gandhi (la non violenza) significa letteralmente: astensione dall’ingiuria. Gandhi stesso però ammetteva in casi estremi la violenza (“Credo che qualora si dovesse scegliere fra codardia e violenza, io consiglierei la violenza”, Gandhi). Da queste riflessioni si sono mossi alcuni teorici e pratici della non violenza i quali sono arrivati a teorizzare la “non collaborazione con il male” come arma suprema e l’astensione dall’ingiuria (la non violenza) come prassi auspicabile. Ad esempio Nelson Mandela ha utilizzato la non violenza come forma di lotta politica, ma non si è precluso l’utilizzo della violenza per rendere credibile il suo movimento.

Fra i teorici di questa linea di interpretazione pragmatica della non violenza prendiamo ad esempio Guenther Anders. Criticando l’atteggiamento pacifista, Anders rispondeva che anche il comandamento “Non uccidere” esigeva alcune eccezioni: “E ciò nel caso in cui attraverso con quell’atto-eccezione vengano salvati più persone di quante ne muoiano a causa sua. Dobbiamo cioè accettare la guerra se siamo costretti. [...] Se vogliamo cercare seriamente di salvaguardare la nostra sopravvivenza, e quindi anche quella dei posteri, allora non ci resta niente altra da fare che intimorire davvero quei nostri contemporanei che veramente ci minacciano. Ciò significa [...] ogni tanto mettere in pratica queste minacce, affinché non si creda che continueremo a limitarci ad un puro teatro difensivo”.
Tradotto in linguaggio trekker, questa è esattamente la seconda direttiva, cioè il secondo ordine generale ai capitani delle navi della Flotta Stellare – conosciuto in breve come: ‘Preservare la vita’:
“Nessun membro della Flotta Stellare farà uso non necessario della forza, sia collettivamente, sia individualmente contro membri della Federazione Unita dei Pianeti, contro i loro rappresentanti, portavoce, leader designati o contro qualsiasi membro di una specie senziente, per qualsivoglia ragione e in qualsiasi caso”.

Già Kirk si basava su questo principio. Un esempio mirabile è “Gli schemi della forza” (TOS): quando Kirk viene a sapere che il pianeta Ekos ha lanciato l’assalto finale contro Zaon, uno degli abitanti del pianeta aggredito gli chiede di distruggere gli invasori e Kirk risponde: “Si, noi possiamo salvare Zaon, ma chi salverà Ekos?”.

La ricerca di una terza via, che salvi entrambi i pianeti è l’unica possibile per un membro della Flotta Stellare perché qualsiasi soluzione deve rispettare il principio fondamentale del rispetto della vita. Soltanto quando tutte le vie saranno tentate è lecito l’uso della violenza, minimizzandone sempre gli effetti.

Nonostante l’evidente progresso etico della Federazione, Star Trek è sempre capace di rimettersi in discussione, un esempio ne è la puntata “Missione di Pace” (TOS): di fronte alla violenza dei Klingon, Kirk ritiene non solo necessario, ma anche moralmente corretto combattere contro di loro, e disprezza gli abitanti del pianeta Organia, a prima vista così passivi. In realtà questi innocui personaggi sono soltanto la proiezione fisica di esseri infinitamente più evoluti, disgustati sia dalla violenza ‘difensiva’ degli umani, sia da quella ‘offensiva’ Klingon.

Vi sono comunque altre puntate in cui il rispetto e la conoscenza delle teorie non violente è evidente, sia in TOS che in TNG. La non violenza di Gandhi infatti significa il rifiuto della logica della violenza. Ciò permette di trasformare la propria debolezza in un’arma. Essa è collegata a un altro importante principio gandhiano, quello della non collaborazione con il male.
In “Arena” (TOS) e in “Lo spettro di una pistola” (TOS), soltanto tenendo a freno la propria violenza si riesce a vincere. Stessa cosa in “Un arma dal passato” (TNG), quando Picard capisce che l’arma vulcaniana amplifica l’odio della persona verso cui è puntata, fino a distruggere la persona stessa. Queste possono essere definite parabole esemplificative della non violenza che probabilmente sarebbero piaciute a Gandhi stesso, il quale aveva detto: “L’odio può essere vinto soltanto con l’amore. Rispondere con la stessa moneta non fa che ampliare e acuire l’odio”.

(Continua…)

L’etica di Star Trek (parte 5) – Valentina Piattelli

In questa quinta parte del saggio di Valentina Piattelli, vediamo che relazione hanno le gerarchie della Federazione e certe sembianze militari, con la società libertaria precedentemente descritta.

Capitoli precedenti:

  1. Star Trek è cultura? Una cultura pluralista e policentrica. La ricerca come valore fondante e rispetto per il futuro.
  2. La Prima Direttiva
  3. Significati profondi della Kobayashi Maru.
  4. La società di Star Trek: la via della semplicità.

La Flotta Stellare: un modello autoritario in una società libertaria.

“Se questa fosse una democrazia, discuterei il suo consiglio,
ma questa non è una democrazia”.
- Kirk a un guardiamarina, durante una battaglia.

toscrew2-2.jpgUn anarchico libertario però rimarrebbe probabilmente inorridito dal sentir dire che Star Trek rappresenta l’anarchia, perché è del tutto evidente che la Flotta Stellare – soggetto del telefilm – è un’istituzione gerarchica, e quindi contraria alle più elementari regole dell’anarchia. Cerchiamo però di capire meglio cosa significa il ‘militarismo di Star Trek’.

Alcuni si chiedono perché debba essere l’esercito ad esplorare l’universo? perché non lo fanno i civili?
Innanzitutto va detto che la Flotta non è un organismo militare, o almeno non soltanto, stando a Star Trek, the Role Playing Game, nel quale la Flotta viene descritta come un “corpo semi-militare, agisce per il mantenimento della pace, il rispetto della legge, il regolare svolgimento delle transazioni e l’esplorazione. La Flotta Stellare non intraprende azioni di conquista, ma assicura la pacifica coesistenza tra i cittadini della Federazione. L’utilizzo della forza non è consentito se non come ultima risorsa”.

Picard, nell’episodio “una perfetta strategia” è ancora più drastico: “La Flotta non è un organo militare. Il suo scopo è l’esplorazione”. L’esplorazione di un universo abitato da molte specie senzienti, non tutte amichevoli, è naturalmente una missione pericolosa ed è per questo motivo che viene affidata principalmente a quelli che ai nostri occhi appaiono come ‘militari’.

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